30 anni di Slow Food

di Camilla Micheletti

Il 26 luglio prossimo la nostra associazione compirà trent’anni: tanti ne saranno passati da quando nel 1986 si riunì per la prima volta – a Serralunga d’Alba, in Langa – il piccolo gruppo di persone che avrebbe dato vita al movimento della Chiocciolina. Nato come Arci Gola, divenuto poi Arcigola, Arcigola Slow Food e infine Slow Food, celebrava allora – con Carlo Petrini in primissima fila – il suo congresso costituente, avviando il complesso di attività che negli anni avrebbe dato concretezza ai valori in cui tuttora ci riconosciamo. Per festeggiare l’importante ricorrenza abbiamo deciso che nelle quattro uscite del 2016 una sezione della rivista sarà dedicata alla storia di Slow Food. Partiremo dall’associazione, e dall’elemento senza il quale questa epopea non sarebbe stata scritta: voi, i nostri soci.

Buona lettura.

«Siamo militanti che vogliono cambiare il mondo partendo dal cibo»

Intervista a Francesco Amonti socio storico e consigliere nazionale

Partiamo con qualche aneddoto: cosa ricordi dei primi anni di Arcigola Slow Food? 

Mi sono iscritto ad Arcigola a inizio ’87, meno di un anno dopo la fondazione dell’associazione, la cui nascita ufficiale è datata 26 luglio 1986. Quel giorno, nella tenuta Fontanafredda a Serralunga d’Alba, si tenne una riunione cui parteciparono molte delle persone che ancora sono fondamentali per il movimento, come Carlo Petrini, Silvio Barbero, Gigi Piumatti. Io ero un grande appassionato del tema: ho seguito i primi passi di questa Lega enogastronomica, le cui gesta erano riportate sul Manifesto nell’inserto Gambero Rosso, oppure nell’Unità nella pagina intitolata L’arcigoloso: ricordo che sulla seconda “o” c’era un cappello da cuoco, il segno di riconoscimento di un organo di informazione per buongustai.
Il mio tramite è stato Marino Marini, un amico bresciano che oggi lavora all’Alma di Colorno, in provincia di Parma: è stato lui il primo fiduciario della nostra condotta. Marino è stato anche tra coloro che hanno portato avanti l’idea di una guida ai ristoranti. Un giorno portò sul tavolo una decina di libri, le guide già esistenti. «Se vogliamo, possiamo fare una guida come queste, ma secondo me dovremmo recuperare le osterie». La guida andava ad affiancarsi a quella dei vini, pubblicata fin dall’87 con Gambero Rosso. Ricordo ancora la prima edizione, di un brillante verde bottiglia.

Hai partecipato attivamente fin dall’inizio?

Nei primi anni ho partecipato da socio “poco” sapiente (“socio sapiente” era una delle opzioni della vecchia tessera, che non aveva ancora il simbolo della Chiocciola), distaccandomi qualche anno dopo la nascita dell’associazione e riprendendo la militanza a metà degli anni Novanta, durante il primo Salone del Gusto, nel 1996.
Tuttavia ero presente al primo grande evento della nostra associazione, a Parigi nel dicembre 1989. Fu chiamata «prima convention di Slow Food». Il nome Slow Food compariva da tempo sulle riviste e sui documenti della nostra comunicazione. Il Manifesto del movimento fu sottoscritto il 9 dicembre. Fu una grande festa, carica di emozioni e propositi rivoluzionari, ma nessuno si sarebbe mai immaginato la strada che avremmo percorso, e la realtà che dopo trent’anni può dirsi Slow Food.

Come era il clima di quei primi anni?

Si sentiva il bisogno di recuperare la gastronomia della tradizione e la piacevolezza che il cibo poteva regalare, contro le lusinghe del fast food. Essere slow, era la nostra risposta al fast.
La nascita dell’associazione fu accolta con gioia e con molte aspettative, come si può leggere dalle dichiarazioni di personaggi del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo riportate sul numero dell’Arcigoloso che precede la convention di Parigi dell’89.
Da Paolo Conte («In un mondo che va di corsa è bello fermarsi ad ascoltare una canzone sorseggiando un bicchiere di ratafià») a Milo Manara («È un movimento essenziale, bisogna che esista come resistenza contro la follia collettiva»); da Fabio Mussi («Andare piano è diventato un imperativo categorico, il segreto dell’arte della sopravvivenza nell’epoca moderna») a Walter Chiari («Il panino è l’ultima ratio in una situazione di emergenza. Il piacere di sedersi a tavola in famiglia o con gli amici è una cosa insostituibile»).

Come venivano decisi i fiduciari?

Inizialmente i fiduciari erano decisi da Carlo Petrini, come nel caso della nostra condotta bresciana, in cui Carlìn aveva affidato a Marino Marini questo compito. I fiduciari erano persone appassionate, un po’ istrioniche. Talvolta si chiedeva loro di cercare i luoghi che ancora erano in grado di raccontare la storia gastronomica del proprio territorio, che poi avremmo raccolto in una sorta di almanacco dei golosi.
La finalità era concreta: «Girate, conoscete, cercate prodotti e riscoprite come venivano utilizzati nelle trattorie».

Quali erano le attività che svolgevate assieme ai soci?

Dei primissimi anni ricordo momenti di aggregazione e cene molto piacevoli. C’era tanta eccitazione ma anche scarsa consapevolezza di essere parte di un movimento che sarebbe diventato così grande, anche se, ripensandoci, i germi dello Slow Food del futuro c’erano già: c’era l’idea di aprirsi all’estero, di collaborare con altre realtà nazionali che potevano condividere i nostri ideali.
Ci sentivamo un po’ diversi, senza ombra di dubbio: eravamo motivati alla ricerca di un piacere materiale che abbandonasse i ritmi frenetici della vita.
Le nostre cene erano goduriose, divertenti e partecipate da un nucleo di persone che avevano in comune la stessa passione e gli stessi scopi.
Una delle attività di maggiore successo – che continua ancora oggi con l’olio extravergine di oliva – era il Gioco del Piacere: un assaggio di vini alla cieca in cui non si richiedevano perizie tecniche, ma semplicemente un giudizio sulla piacevolezza. Si svolgeva nella stessa serata in decine di osterie in tutta Italia: partivamo con cinque vini e poi stilavamo una classifica che dal locale in cui ci trovavamo era trasmessa a Bra. Prima di mezzanotte era possibile avere una classifica nazionale, che nei primi anni veniva annunciata con un comunicato stampa,  e successivamente sul sito internet dell’associazione.

Quando hai capito di fare parte di qualcosa di grande, che andava al di là di una semplice associazione dedita alla convivialità?

Ci sono stati due momenti. Il primo è stato quando abbiamo iniziato a parlare di Arca del Gusto: ho capito che ragionando sulla biodiversità (che in quegli anni non era parola così diffusa come oggi) stavamo facendo un passo avanti. Nel ’96 fu organizzato un convegno: si chiamava Un’Arca del Gusto per salvare un pianeta di sapori. Mi resi conto che la partecipazione era importante e che partecipare non significava solo godere a tavola dei piaceri del cibo, ma che stavamo entrando a tutti gli effetti nel processo produttivo. Il lavoro passava dal piano conviviale e cominciava a diventare “scientifico”. Da qui sarebbe nato il progetto dei Presìdi, che ha dimostrato al mondo che una nuova agricoltura sostenibile e ecocompatibile è possibile.

Questo è stato il primo scatto. E il secondo?

Il definitivo è stato quando si è cominciato a parlare di Terra Madre nel 2003: mi ricordo ancora di quando leggevo i primissimi articoli che parlavano del progetto sulla rivista italiana.
Poi, l’apertura entusiasmante del 2004 a Torino, quando 4 888 agricoltori, allevatori, pescatori e artigiani del cibo di 130 Paesi si sono radunati per discutere di biodiversità e di agricoltura sostenibile. Slow Food ancora una volta cambiava pelle e sapeva trasformarsi. È una nostra caratteristica, che spero continuerà a contraddistinguerci.

Cosa ci dici della struttura dell’associazione e dei soci? Come è cambiata negli anni?

Slow Food negli anni è cambiata spesso. Prima avevamo una guida illuminata che dettava le linee da seguire: inizialmente la struttura organizzativa non era decisa dal basso, dai membri dell’associazione. Ma nel 2006 era arrivato il momento di iniziare a misurarci con una struttura democratica. Le attività sono iniziate a partire dalla base territoriale e c’è stata una grande operazione per coinvolgere le persone, responsabilizzarle con diversi ruoli, fino al momento in cui, nel 2014, i dirigenti espressi dai territori sono giunti a guidare l’associazione italiana. Ancora una volta l’associazione ha mostrato la propria originalità.

L’associazione è cambiata, ma sono cambiati anche i soci?

Nei primi anni, molte persone si sono avvicinate a Slow Food attratte dalla convivialità e dalla ricerca del piacere. I soci di oggi sono diversi. Siamo partiti da un interesse puramente enogastronomico per arrivare a essere un’associazione olistica che mette il cibo al centro di una complessa raggiera di discipline. Una considerazione cui siamo giunti grazie a un complesso lavoro di confronto tra le istanze che arrivavano dai territori e, dal centro, la guida illuminata di Carlo Petrini. Dal 1998 io mi considero un militante dell’associazione: la nostra missione la ritengo una sorta di servizio civile. Vogliamo cambiare le modalità di produzione del cibo, vogliamo cambiare le abitudini e le scelte che compiamo nella nostra vita quotidiana, e vogliamo che questo cambiamento parta dal cibo.