Biodiversity Park, padiglione Slow Food

di Silvia Ceriani

foto di Marco Del Comune
e Claudia Saglietti

A due mesi dall’apertura, i media continuano a parlarne proponendo classifiche e liste dei motivi per cui visitarla. Stiamo parlando dell’Expo e del nostro essere in quel contesto, che La Stampa, per esempio, ha descritto con queste parole: «Sta all’estremo est di Expo e in tanti – chi arriva in metro ed entra da ovest – magari non ci arrivano neppure. Fanno male, perché quella è una vera oasi che celebra la biodiversità e informa, in modo concreto, esteticamente piacevole e accessibile a tutti».

Ecco, in quattro righe, sintetizzato il senso della nostra area e, contemporaneamente, quali difficoltà deve superare per fare arrivare la gente fin lì, dopo oltre un chilometro e mezzo di marcia. Su queste pagine, però, le difficoltà logistiche proviamo a superarle e a proporvi le nostre motivazioni per visitare, e per vivere, il nostro spazio. Nella mostra Scopri la biodiversità si gioca con cinque sensi e si approfondisce l’“evoluzione” recente dell’agricoltura mondiale. Il percorso della mostra alterna tanti diversi livelli di esperienza. Fra i suoi tavoli, la gente si sofferma per mettere alla prova il tatto e l’olfatto, per creare piccole opere d’arte disegnando coi semi o per attaccare un messaggio all’albero del cibo o scriverlo su un grosso librone, che sta raccogliendo i suggerimenti di tutti sulla tutela della biodiversità. E poi per leggere e per guardare: di esempi di buona e di cattiva produzione ne portiamo moltissimi, ed è possibile farsi un’idea anche solo confrontando due immagini.

Nell’area Slow Cheese e Slow Wine la biodiversità la si “tocca con mano”. Quattro formaggi a latte crudo, a rotazione settimanale, e i vini in abbinamento. Detta così sembra semplice, eppure non smetteremo mai di sorprenderci per come, da tre soli ingredienti – latte, caglio e sale –, possa originarsi un’incredibile varietà, che racconta la diversità del territorio e dei pascoli, del tipo di latte, delle razze, dell’alimentazione degli animali, della tecnica di produzione, la manualità dei pastori e dei casari. Volete qualche esempio? Fra quelli che abbiamo provato, possiamo citare il bitto in tutte le sue forme, lo stracchino all’antica delle valli orobiche, lo stawley, l’arribes de Salamanca, il bleu d’Auvergne… Nello Slow Food Theater si ascoltano le voci dei produttori, dei contadini, dei pescatori, dei cuochi. Ma anche di registi, attivisti, scrittori, di tutti quelli che, con il loro lavoro, stanno provando a comunicare un’idea precisa di come “Nutrire il pianeta”, prendendosi cura delle sue risorse. Abbiamo ospitato le produttrici di sale e di bottarga della Mauritania, parlando di come una filiera tutta locale possa valorizzare il territorio e dare reddito alle comunità; i produttori del bitto storico e quelli del castelmagno d’alpeggio che ci hanno trasmesso la voglia di conoscere le nostre montagne; e poi abbiamo affrontato moltissimi argomenti: il land grabbing, il consumo di suolo, il diritto al cibo proponendo ogni giorno qualcosa di divers

Nello Slow Food Theater si ascoltano le voci dei produttori

La nostra Expo è a portata di bambino. Ogni giorno le scolaresche e le famiglie possono partecipare ai laboratori sugli sprechi alimentari e sulle api ideati per il pubblico dei giovani e dei giovanissimi e modulati sulle diverse fasce d’età. Ma molte altre cose possono impararle semplicemente passeggiando tra le grandi vasche del nostro orto e imparando a realizzarne uno sul balcone di casa, giocando con i semi, leggendo i libri che abbiamo pensato e preparato per loro. Il nostro spazio è, davvero, un’oasi di bellezza. Partiamo da cosa intendiamo per bellezza, esattamente, e lo facciamo prendendo spunto dalle parole di Jacques Herzog, che ha progettato l’area di Slow Food dando sostanza alle nostre idee. Herzog si è interrogato sul valore che, nel 2015, può avere un’Expo impostata come a fine Ottocento o inizio Novecento, quando l’architettura doveva assolvere alla funzione di suscitare lo stupore dello spettatore, di meravigliarlo e – anche – di essere in qualche modo ricordata (un caso per tutti, la Tour Eiffel, realizzata per l’Esposizione Universale del 1889). Ma oggi l’architettura non è più in grado di esprimere vere e proprie novità e, per quanto avveniristici siano, padiglioni e strutture ipermoderne finiscono comunque con l’essere dimenticati. Su quale bellezza puntare, dunque?

Quello di cui Herzog ha parlato era un sogno in cui i vari Stati avrebbero dovuto esprimere le diversità dei loro paesaggi, piuttosto che affidarsi agli effetti speciali di un’architettura fondata sull’idea della sorpresa. E abbiamo immaginato cosa avrebbe potuto essere un insieme di tanti paesaggi diversi, tutti a disposizione, tutti sotto i nostri occhi. Ecco, Slow Food a questa idea di bellezza prova ad avvicinarsi, proponendo una struttura semplice, lineare, legata al territorio e che prova a stupire con un qualcosa che non esaurirà mai questa funzione: la diversità e la ricchezza di una natura che, anche in un contesto urbano, è in grado di crescere rigogliosa.