Carissimo Carlo,

sono la Chiocciola, e sono la coscienza di Slow Food. Ma non perché mi sono autoproclamata, lo sono diventata per forza di cose. Sì, sono quel simbolo stilizzato che hai scelto assieme agli altri primi fondatori circa venticinque anni fa. Un logo, un’idea. Mi avete incaricata di portare in giro per il mondo l’immagine della vostra associazione, di stare sulle bandiere, sui documenti, sui baveri delle giacche, sui gadget. Poi sono finita in internet, ovunque, sui cartelli all’entrata di un orto in Africa, nelle favelas del Sud America, sui muri dei villaggi delle comunità del cibo in Chiapas e spesso mi hanno anche messa in bella vista fuori da alcuni ristoranti – mi ricordo in Giappone e Svizzera, ma anche in Italia – nonostante non si potesse: era ed è vietato usarmi per scopi commerciali. Io sono Slow Food, il profitto non è il mio fine. Tu e tutti i tuoi compagni di viaggio mi avete tutelata, promossa, fatta conoscere, fatta crescere, e non avete mai dimenticato la lezione che la mia natura vi comunica: la coscienza del limite. Io la mia casa la costruisco e la adatto alla mia stazza, non vado mai oltre. Quando ho finito la spirale, della grandezza giusta, torno indietro, consolido. In Elogio della lentezza, che tu firmasti sul primo numero di Slow, messaggero di gusto e cultura – la rivista internazionale dell’associazione nata nel 1996 – citavi Francesco Angelita, aquilano, che in uno scritto del 1607 parla di lumache. Ne elenca le specie, ne traccia la storia, segnala gli ornamenti che si ricavano dai gusci. Ma, su tutto, l’interesse è per la lezione che vi posso impartire, se rallentate, se mi ascoltate. Angelita dice che sono un modello di comportamento, i cui due punti principali sono questi: primo, la Chiocciola è «di moto tardo, per ammaestrarci che l’esser veloci fa gli uomini inconsiderati e balordi»; secondo, siccome porta su di sé la sua casa, «in ogni luogo dove è la Chiocciola è anche la sua patria». Lentezza e adattamento, e tu scrivevi: «Per lentezza, Angelita intendeva sia la prudenza sia la gravità, il senno del filosofo e il ritegno della persona autorevole, di governo. Volendone amplificare il messaggio, diremo che la lumaca è insensibile alla fretta e prende tempo, traccia imperturbabile il proprio cammino, ed è di casa ovunque. Cosmopolita e riflessiva, preferisce la natura alla civiltà, e porta la civiltà su di sé, in una conchiglia».

Grazie Carlo, sono parole lusinghiere ma, a parte il fatto che tu non hai una conchiglia sulla schiena, ti faccio notare che il soggetto disegnato in quelle righe in realtà sei tu. Non lo sai, ma, descrivendomi, hai descritto te stesso. E non sei cambiato per niente nei quasi vent’anni che sono passati dal 1996. [.] Credo di essere nella posizione migliore per farmi portavoce dell’umanità che ti ha incontrato e che ha condiviso qualcosa con te, tanto o poco che sia: i contadini del mondo, che ci hanno accolti nelle loro case e nei loro campi; i cuochi, quelli che hai scoperto, incontrato all’apice della loro carriera o quelli cresciuti con noi, che sono sempre entusiasti di vederti entrare nel loro ristorante. Gli intellettuali, gli scrittori e i politici: quelli che ti hanno ispirato e hai voluto conoscere di persona, per lasciarvi vicendevolmente qualcosa, o quelli che hai ispirato tu, tramite me, più o meno dichiaratamente. Ma ci sono anche i tuoi amici di sempre, chi c’è e chi non c’è più. Il sentimento dell’amicizia è il tuo motore. Tu adesso lo chiami “intelligenza affettiva”, ma restano la propulsione, lo slancio che ci ha sempre fatto affrontare qualsiasi avventura con felicità, con un approccio serio ma non serioso, giocoso ma non ridanciano, con coraggio, perché è nella convivialità che non ci si perde, è nella convivialità che si vincono le sfide. Tu ce lo hai insegnato con la pratica: quello che hai fatto è importante tanto quanto le tue idee, e quello che hai realizzato non si separa dalle idee, né dalle persone che ti hanno accompagnato. Intelligenza affettiva è anche questo: una rete di idee, imprese, persone. [.] Carlin, ne ho migliaia di cartoline della memoria da tirare fuori dal cassetto, e non basterebbe un libro, non basterebbe una biblioteca. Non volevo parlare di ricordi ma sei tu che mi insegni che la memoria è importante e serve per andare avanti. Non saremmo niente senza memoria. Le storie, quelle storie che rievocano i tuoi viaggi, non sono solo fotografie del passato. Sono il testimone del futuro, perché sono progetti realizzati, avventure che ti hanno fatto evolvere, e con te siamo evoluti tutti. [.] Mi sa che è ora di chiudere questa lettera che ti dovevo, come minimo, e di lasciare spazio a quelli che hanno scritto questo libro per te. Diciamo che è solo un campione dell’umanità che avrebbe avuto piacere di scrivere in onore tuo e della tua opera: metterli tutti sarebbe stato titanico. Una di quelle imprese che forse solo tu saresti riuscito a realizzare. Ma facciamo così: con questa mia vorrei unirli io tutti insieme, idealmente. Sono anche la loro voce, sono le vite di tutte le persone che ti regalano un pezzo delle loro storie e tu di rimando dai loro un po’ della tua, o un po’ della mia, se vuoi. Si cresce insieme, si crea insieme. E non c’è altro da aggiungere: sei tu che hai costruito passo dopo passo tutto questo, che hai direttamente o indirettamente dato il via a ogni mossa, a ogni impresa, sei colui che ha tessuto la rete con un filo sottile ma indistruttibile. Io, la Chiocciola, sono il tuo capolavoro. Sono la coscienza di Slow Food e, visto che cos’è diventato Slow Food oggi, posso anche dire, senza temere di peccare in superbia, di essere una bella parte della “coscienza del cibo” che appartiene al mondo. Cento di questi giorni, amico mio.