Che impatto sociale avrà il Salone del futuro?

di Camilla Micheletti

Ci siamo mai chiesti che impatto sociale abbia il Salone del Gusto e Terra Madre? Dopo il grande lavoro fatto per misurare la sostenibilità ambientale dell’evento che racconta a tutto il mondo la filosofia e gli obiettivi del nostro movimento, il prossimo passo da fare è elaborare un’analisi che vada a indagare gli aspetti più umani della nostra grande manifestazione. Un percorso pensato appositamente per iniziare a rinnovare il Salone già dal prossimo appuntamento, del 2016, per arrivare al 2018 con una consapevolezza nuova, in linea con il lavoro iniziato nel 2006 sul piano della sostenibilità, culminato nel Salone del Gusto e Terra Madre 2014.

I benefici di un approccio del genere sono diversi: interessandosi all’impatto sociale potrebbe essere coinvolta tutta una serie di soggetti che guardano al Salone con interesse, ma che non hanno mai trovato la giusta prospettiva per inserirsi con un loro progetto. Uno tra tutti il Social Fare, Centro per l’innovazione sociale, il primo d’Italia, con sede a Torino, che ha realizzato per Slow Food un’interessante ricerca sul Salone del Gusto. Avvalendosi della professionalità di ricercatori etnografici e designer sociali, sono state effettuate interviste agli espositori, ai visitatori, ai volontari e ai delegati. Analizzando il Salone del Gusto come un vero e proprio ecosistema, è stato indagato in particolare l’impatto generato dall’evento sulle comunità, a livello sia quantitativo sia qualitativo. La ricerca sul campo (sono stati intervistati 100 visitatori, 30 delegati, 30 volontari, 90 espositori, di cui il 75 % italiani) è stata integrata con una profonda osservazione delle dinamiche che si creano nei giorni della manifestazione. Estendere le relazioni è la chiave di volta: perché il Salone del Gusto abbia l’impatto sociale che desideriamo, è necessario sviluppare la coda lunga dell’evento, per fare in modo che le relazioni create durante i cinq3ue giorni di manifestazione durino e si rafforzino durante il periodo che separa un’edizione dall’altra e arrivare all’appuntamento successivo più forti e pieni di idee.

Una delle criticità messe in luce dall’analisi è la creazione immediata di aspettative, che possono essere disattese: il Salone possiede il layout di un mercato, ma bisogna considerare che ogni visitatore ha la propria esperienza psicologica e cognitiva di mercato, che va dall’abitudine a fare la spesa sempre nella stessa bancarella alla relazione tra produttore e venditore. Quando il visitatore entra nel Salone l’aspettativa viene tradita perché ricorda un mercato, ma non si tratta della stessa esperienza a cui è stato abituato, con l’effetto di creare confusione in chi viene dall’esterno.

Altro elemento su cui bisognerebbe fare chiarezza, secondo le ricercatrici del Centro di innovazione Sociale, è separazione tra la parte dedicata agli espositori internazionali situata all’Oval e quella dedicata al mercato italiano nei padiglioni del Lingotto. In questo caso la confusione deriva dal fatto che i visitatori percepiscono le realtà separate, fisicamente ma anche concettualmente, tanto che la parte all’Oval viene Estendere le relazioni
è la chiave di volta:
è necessario
sviluppare la coda
lunga dell'evento
chiamata da tutti “Terra Madre”, per distinguerla dal “Salone” che nella percezione comune è invece la parte italiana. Il dualismo è sia fisico sia mentale, poiché mentre il mercato internazionale viene visto come un evento culturale, che punta sullo scambio di conoscenze e sulle relazioni umane, la parte dedicata all’Italia suscita interesse soprattutto per il prodotto in vendita. Una delle sfide dei prossimi anni sarà quella di coinvolgere maggiormente la fascia d’età di visitatori che va dai 18 ai 25 anni, perché saranno loro, i Millennials, con le proprie scelte, a orientare i consumi di domani. Il visitatore, l’espositore, il delegato, devono essere coloro che codisegnano gli eventi dei prossimi anni. È arrivato il momento di pensare al Salone del futuro. Il 2016, del resto, non è così lontano.