Cinque contadini ritratti di diversità enologica

di Fabio Pracchia

Sono cinque contadini, coltivano la vite e fanno il vino. Li abbiamo scelti a rappresentare la diversità del vino nel nostro Paese. Emergono dalle storie che stanno dietro ogni scheda della guida Slow Wine e sono l’esempio di come approfondendo questi flash si possono aprire mondi, visioni, approcci. Vita, vigne, vini: ancora una volta, senza diversità non c’è valore, non c’è ricchezza, non c’è niente

Eugenio Barbieri, Podere Il Santo
Qualcuno lo definirebbe un post-contadino, altri un testimone di nuova ruralità, i più scettici un bravo agricoltore “di una volta”; i più miopi un nostalgico ispirato dal fervore rivoluzionario della vicina Volpedo. Ma i titoli non contano, contano, se mai, il senso e i risultati che ogni giorno Eugenio Barbieri riversa nella sua opera di custode del territorio. Classe 1969, Eugenio è un contadino vero (l’unico aggettivo che gli concediamo), che svolge un lavoro raro in una zona in cui il mondo agricolo vive, qui più che altrove, forti criticità identitarie. Siamo in Oltrepò Pavese, sulle prime alture di Rivanazzano, direzione Valle Staffora, a pochi metri dal confine piemontese, terra diversa in cui la monocoltura della vite lascia spazio a una commistione amara di policoltura e abbandono. Qui Eugenio porta avanti la scommessa di riattualizzare il mondo contadino. Lo fa guidato da quella naturalezza, spontaneità, dedizione e umiltà tipiche della civiltà contadina stessa, armato, tuttavia, di un bagaglio profondo di cultura e conoscenza trasversale altrettanto atipico. Sarà il suo passato metropolitano, la sua esperienza di ricercatore in ambito ingegneristico, o forse, più semplicemente, la fede radicata Rivanazzano Terme (Pv)
Podere Il Santo
Via Kennedy, 36
Tel. 038392244
www.ilsanto.biz
nei confronti di una nuova ruralità plausibile. In un caso o nell’altro, Eugenio vive in una condizione che lo allontana dalla fisionomia classica e monocolturale del vignaiolo, del produttore di vino, ma anche dell’allevatore, del cerealicoltore o del norcino. Eugenio è un contadino! Ma non aspettatevi, nonostante il nome dell’azienda possa trarre in inganno (Podere Il Santo), sembianze cabalistiche o avvisaglie di agricoltura tribale. Eugenio coltiva l’uva con la stessa dedizione con cui alleva bovini di razza varzese e polli di Bresse, raccoglie cereali antichi, ingrassa maiali, cuce salami, li stagiona e li condivide con la famiglia e gli amici. Tutto questo è il risultato di una progettualità limpida, solo in apparenza confusionaria, dove il concetto di multifunzionalità si allontana dalle logiche della speculazione lessicale e sostanziale
(si pensi ai tanti agriturismi sorti in Oltrepò annessi ad aziende agricole che sfamano turisti con vini e cibi industriali) e acquisisce di nuovo senso. Il disegno di Eugenio funge quindi da modello che, sebbene sia mortificato dal macigno della burocrazia, è avvalorato da quella dose di ragionevolezza e scientificità che l’ha portato a essere portavoce di se stesso (senza nessun obiettivo autoreferenziale) e del mondo contadino italiano al di fuori della sua azienda: lo vedete apparire sullo schermo della tivù nazionale, chiamato dalla Rai come inviato e figura esperta di agricoltura contadina. In tutto questo, il vino svolge un ruolo fondamentale, ma non prioritario rispetto alle altre produzioni della cascina. Eugenio s’ispira a un “protocollo” dettato dalla spontaneità, dal confronto continuo con amici produttori, dai tempi decisi unicamente dal vino, il tutto in un quadro di rigore e pulizia enologica. Cinque gli ettari, due le etichette (il Rairon – uva rara in purezza – e il Novecento – prevalenza barbera), macerazioni eterne, lieviti naturali che sopravvivono a livelli alcolici altissimi. Vini non da tutti, tanto intriganti quanto sorprendentemente scorrevoli, attraenti per il loro essere fedeli alla tradizione locale e lontani anni luce dalle logiche industriali che dominano il panorama del vino dell’Oltrepò. La Chiocciola a Podere Il Santo è un sigillo, quindi, che, se da una parte premia il lavoro temerario del suo ideatore, dall’altra apre di rif lesso, dall’alto della sua simbologia – lenta e rif lessiva -, a far ragionare chi ha mezzi e volontà attorno a una nuova strategia di politica del vino e del territorio, identitaria e sostenibile.

Paolo Cerrini, Il Rio
Paolo Cerrini pratica viticoltura in un luogo insolito se pensiamo alla normale mappa viticola della Toscana. Siamo in Mugello, sull’Appennino toscano. Ex orafo, Paolo si trasferì su queste alte colline circa dieci anni fa, con la moglie Valeria Villimburgo. Fu una scelta radicale la loro, presa nell’intenzione di vivere una vita in armonia con la natura. Nella sua sensibilità di artigiano, Paolo scoprì di avere un talento particolare tra tutti: saper portare a maturazione i filari di vite intorno alla casa, acquistati assieme al podere. Fu un’intuizione felice e originale quella di provare a diventare viticoltore di professione. Originale Vicchio (Fi)
Il Rio
Via di Padule, 131
Tel 055 8407904
ilriocerrini@libero.it
fu l’inizio dell’attività e a pensarci bene anche quello che è successo dopo. Per le loro nozze Valeria e Paolo si fecero donare circa 10.000 barbatelle che misero a dimora nell’allora appezzamento di proprietà. La varietà? Manco a dirlo, il pinot nero, tipologia ostica e, appunto, originale. Oggi Il Rio, così si chiama l’azienda, conta su due ettari di proprietà. Al mezzo ettaro iniziale si è aggiunto un altro campo vitato piantato ancora con pinot nero, chardonnay e sauvignon in località Le Panche. Il genio di Paolo si vede tra i filari, dove il vignaiolo ha brevettato un sistema di sostegno dei filari battezzato “biforca mugellana”. Questo tipo di struttura permette ai tralci di ombreggiare i grappoli senza cuocerli. Le fermentazioni sono separate. Mosto fiore e pressato sono divisi per poi studiarne le differenti evoluzioni. L’idea è unire grazia gustativa, tipica del vitigno pinot nero, e articolazione. Il vino aziendale di riferimento è un pinot nero in purezza: Rosso Ventisei. È un vino di intensa speziatura che unisce la delicata fragranza del vitigno di provenienza a una forza balsamica tipica di queste zone. La bocca è grintosa e qui il territorio dichiara la sua personalità con tannino evidente, fresca acidità e finale di ottima pulizia. Niente male per un artigiano.

Gabriele Da Prato, Podere Concori
Fino a una decina di anni fa, Gabriele Da Prato era l’anima dell’Osteria Pascoliana, nella minuscola frazione di Ponte di Campia, tra Castelnuovo Garfagnana e Barga. Il locale, la cui storia era legata alla figura del poeta Giovanni Pascoli che qui trascorreva gran parte delle giornate nei suoi esili volontari nella valle del Serchio, era stato trasformato da Gabriele in uno dei punti di riferimento gastronomici della Lucchesia. Ricerca meticolosa delle materie prime ed esecuzioni impeccabili dal punto di vista della tipicità avevano reso il giovane oste protagonista della cucina provinciale. Poi, un incontro di quelli che cambiano la vita. Da Prato incontra Saverio Petrilli, enologo della Gallicano (Lu)
Podere Concori
Frazione Fiattone
Località Concori, 1
Tel 0583 766374
info@podereconcori.com
vicina Tenuta di Valgiano. Con molto rispetto Gabriele fa assaggiare il suo vino, prodotto artigianalmente sulla ripida Nicoletta Bocca, San Fereolo È al tempo stesso molto facile e molto impegnativo parlare di collina di Fiattone sovrastante l’Osteria, a Petrilli. L’enologo intuisce subito il potenziale del luogo, assaggiando un vino che emoziona per forza caratteriale e dinamica trascinante. Dopo nemmeno un anno, l’oste lascia il posto al vignaiolo. Su circa 3 ettari e mezzo strappati alla montagna Gabriele, attraverso l’approccio biodinamico, coltiva syrah, pinot nero, chenin blanc e altre varietà locali, ereditate dal padre Luigi. Parlare con Gabriele evoca il fascino della viticoltura primigenia e la memoria agricola di luoghi, quale è la Garfagnana, dove la tradizione è attestata dalle voci dei vecchi e il guadagno è la naturale conseguenza di una scelta di vita a contatto con la terra. Oggi la piccola azienda ha restituito dignità agricola a questi aspri versanti, posti ai margini della geografia viticola conosciuta. Da Prato è un precursore concreto di un nuovo tipo di viticoltura, slegata da modelli istituzionali imposti e affidata alla pura sensibilità del talento del vignaiolo. I suoi vini – tra tutti segnaliamo il Melograno Rosso, frutto di un blend a base syrah – uniscono la speziatura tipica delle zone di alta collina con una grazia gustativa al servizio di una serbevolezza disarmante che rimanda alla classe di certi Beaujolais.

Nicoletta Bocca, San Fereolo
È al tempo stesso molto facile e molto impegnativo parlare di Nicoletta Bocca, nuova Chiocciola della guida Slow Wine (una Chiocciola forse assegnata un po’ tardivamente), perché, come accade per i grandi vini, la complessità della persona si accompagna a una disponibilità e a un’apertura immediata che non possono lasciare indifferenti. Nel 1991 Nicoletta decise di trasferirsi in un angolo del Doglianese, ripercorrendo in un certo senso a ritroso le orme seguite dal padre, piemontese di nascita e cultura. Nelle sue visite nel Sud del Piemonte Nicoletta s’imbatté, nella borgata Valdibà di Dogliani, in una vecchia cascina costruita in cima a una collina; a pochi metri di distanza faceva
(e fa) bella mostra di sé una splendida chiesetta del Cinquecento; su un pendio accanto alla cascina c’era un ettaro o poco più Dogliani (Cn)
San Fereolo
Borgata Valdibà, 59
Tel. 0173 742075
www.sanfereolo.com
di vigna
(dolcetto e barbera). Fu amore a prima vista: dopo aver acquistato e risistemato casa e vigna, Nicoletta ha ampliato il suo parco vigneti acquistando dai contadini della zona piccole parcelle vitate, in molti casi di età avanzata (da quaranta a settant’anni), nelle regioni Austri, Toscana, la stessa Valdibà, San Fereolo. Il suo arrivo suscitò non poco scalpore: una donna, una cittadina di Milano, intenzionata a fare vino e per di più partendo da una viticoltura biologica e biodinamica! Non crediamo che i primi passi di Nicoletta a Dogliani siano stati facili, ma… ma una donna decisa, tenace e intelligente non si arrende facilmente e, grazie anche a un approccio umile («Ho ascoltato e imparato molto dai miei vicini») e alla preparazione sempre più solida, ha saputo farsi strada nel mondo del vino, quasi totalmente maschile, degli anni Novanta in Piemonte. Oggi gli ettari vitati sono circa 13, dedicati a dolcetto, barbera e nebbiolo per le uve rosse e a gewürztraminer e riesling per quelle bianche (un ettaro in tutto), condotte interamente in regime biodinamico. Abbiamo avuto il piacere di ascoltare Nicoletta parlare di biodinamica e, al di là della profonda conoscenza dell’argomento (tra l’altro Nicoletta fa parte del gruppo Renaissance, che fa capo a Nicolas Joly e Stefano Bellotti), ciò che più ci ha colpito è stata la sensazione netta che il suo approccio non sia intellettualistico o puramente pratico ma innanzitutto emotivo e morale. In tutto ciò non vorremmo dimenticare un punto fondamentale: i vini di Nicoletta Bocca sono buoni, molto buoni, profondi e territoriali, puliti e giusti sotto ogni aspetto, dalle dosi molto basse di zolfo al rispetto rigoroso che ha per i suoi collaboratori.

Zeno Giglioli, Monte dei Ragni
«Per diventare un bravo contadino devi lavorare la terra con libertà, e non riuscirai mai a farlo per bene se anche il tuo vicino non è libero come te». Ti accoglie con queste parole Zeno Ziglioli, se vai a trovarlo nella piccola cantina di Fumane, nel cuore della Valpolicella: qui produce i suoi vini attingendo ai due ettari di vigneto che lavora seguendo gli insegnamenti della biodinamica, senza certificazioni e senza ostentazioni. Per Zeno non ha senso pagare una gabella e compilare delle carte per dimostrare che non stai avvelenando la terra che coltivi: «la mia certificazione sono i lombrichi e i milioni di microrganismi che puoi vedere qui, nei miei terreni. ». Ogni parola che esce dalla bocca di Zeno sembra frutto di profonde rif lessioni e verificate convinzioni, che lo muovono in ogni sua azione. Per spiegare la sua idea di viticoltura parte da alcuni punti fermi: «Prima di tutto la terra che abbiamo è una sola, finita questa non ne abbiamo una di riserva; quindi Fumane (Vr)
Monte dei Ragni
Località Marega, 3
Tel. 045 6801600
www.montedeiragni.com
abbiamo il compito morale di preservarla e coltivarla con profondo rispetto, perché a essa è legata la nostra esistenza». Altro aspetto fondamentale è come la si lavora: bisogna farlo con testa, avendo coscienza di quello che si sta facendo. «Lo si fa mettendo in pratica quanto si è imparato in 10.000 anni di storia, e non con quello che si è propagandato negli ultimi 60 anni, quando l’industria chimica è entrata in maniera decisa nell’agricoltura». Le vigne – «vecchie piante, le uniche in grado di dare grandi vini, a patto che siano in equilibrio con l’ambiente che le circonda » – sono alternate a olivi, ciliegi e altri alberi da frutta. Larghi spazi anche per la coltivazione di ortaggi e per l’allevamento di animali; in fondo all’orto il recinto per il cavallo, che accompagna Zeno in buona parte dei lavori di campagna, perché «in agricoltura non si deve consumare più energia di quella che si produce, altrimenti hai sbagliato obiettivo». Ti guardi attorno, rapito da questa selvaggia bellezza, e Zeno incalza: «La monocultura è il concetto opposto all’agricoltura. Le piante, in quanto esseri viventi, per produrre al meglio devono essere messe nelle condizioni ideali per poterlo fare; dobbiamo mantenere un equilibrio e questo non può venire dalla chimica, altrimenti parliamo di agroindustria». Produce vini – un Amarone della Valpolicella e un Valpolicella Ripasso, in tutto poco più di 5000 bottiglie – partendo dal concetto che il «il vino non è una bevanda qualsiasi, è qualcosa di assolutamente diverso e te lo devi meritare». Accetta prenotazioni per la vendita di metà della produzione; una buona quota di bottiglie viene quindi accantonata per essere posta sul mercato dopo dieci anni e il rimanente viene venduto direttamente in azienda, perché non è giusto, per Zeno, che una persona che si è spinta fino da lui per conoscerlo e vedere come lavora, debba uscire a mani vuote a causa del numero limitato di bottiglie prodotte. «Quello che hai te lo devi sempre meritare. », ti dice ridendo mentre lo saluti e – con le bottiglie in mano e la felicità nell’anima – lasci Monte dei Ragni.