Come racconteremo il futuro del vino?

di Fabio Pracchia

Il racconto del vino annovera di questi tempi un’infinita polifonia. I punti di vista si moltiplicano e la narrazione enologica assume sfumature e dettagli che rendono il quadro generale sempre più minuzioso. Il predominio ormai netto del web ha definito un nuovo ambiente di comunicazione. La natura del supporto non influenza solo la quantità e la qualità dell’informazione ma anche le modalità della fruizione e quindi l’apprendimento.

Le varie piattaforme sono veri e propri habitat, ognuno con le proprie norme. Ogni ambiente modifica il comportamento e l’interazione, definendo norme e abitudini. La quantità di aggiornamenti diffusi è senza precedenti, un flusso continuo e sempre disponibile che sgorga copioso dal grande intrattenimento virtuale. La profusione di notizie, degustazioni, immagini il più delle volte riprese da telefoni cellulari o tablet e, infine, il dialogo tra appassionati e protagonisti del mondo produttivo, reso possibile dall’onnipresenza dei social network, sono elementi che hanno contribuito a particolareggiare il campo di discussione  amplificandolo da un lato ma declinandolo, spesso, verso l’autoreferenzialità.

Una narrazione siffatta rende il discorso enologico frammentato e farraginoso, un singhiozzo di botta e risposta che a più riprese contrae lo scenario e offusca la qualità dell’approfondimento, comunque esistente anche nel mondo virtuale. In definitiva ci stiamo abituando a ricevere in modo compulsivo un numero sempre maggiore di informazioni senza il tempo necessario a metabolizzarle. La distensione del racconto è però fondamentale se pensiamo al vino come elemento agricolo, vale a dire frutto dell’indissolubile connubio tra storia, geografia e umanità. Tale complessità può essere solo accennata dal nuovo ambiente digitale, la cui stessa esistenza si muove nella necessità del continuo aggiornamento, ma la sua descrizione approfondita rimanda ad altri e tradizionali universi di comunicazione come la carta e il video. Entrambi questi supporti implicano maggiore riflessione e lentezza, aspetti non graditi o comunque poco diffusi nel digitale. Il cartaceo è stato il mezzo attraverso il quale abbiamo assistito al successo su scala mondiale dell’universo enologico.

Il video forse rappresenta l’unico compromesso per continuare a parlare di vino con profondità e attraverso la bellezza

Se nell’ambiente anglosassone tale affermazione ha coinciso con la proliferazione di classifiche, concorsi e prestazioni, il vecchio mondo enologico ha vissuto, almeno fino a un certo momento, di narrazione e racconto. In Italia, per esempio, figure come Mario  Soldati e Luigi Veronelli hanno raccontato in modo esemplare, per tutta la seconda metà del Novecento, la connessione ineludibile tra vino e mondo contadino. Tali punti di riferimento, fondamentali per la storia della narrazione agricola, sono stati fino ai giorni nostri posti ai margini della comunicazione del vino focalizzata sulla cieca degustazione di campioni sempre più decontestualizzati dalla storia contadina che li ha resi possibili. Soldati e Veronelli sono oggi le figure di riferimento per chi tenta di tornare a raccontare l’enologia oltre al bicchiere. L’esperienza di questi giornalisti ha sondato anche le possibilità del video, attraverso documentari e programmi televisivi. In quest’epoca l’editoria cartacea patisce le nuove tecnologie; da una parte i costi di pubblicazione non giustificano le vendite, dall’altra i lettori sembrano assuefarsi al nuovo ambiente tecnologico perdendo confidenza con l’odore della pagina stampata.

Il video forse rappresenta l’unico compromesso per continuare a parlare di vino con profondità e attraverso la bellezza. Il racconto affidato alle immagini può dialogare con i nuovi supporti a disposizione integrandone i contenuti. L’obiettivo deve essere quello di una rieducazione alla distensione del racconto per trasmettere la profondità culturale sottesa alla viticoltura. Nel caso del vino, il documentario può, più della fiction, raccontare storie della terra che siano vere e avvincenti. Alcuni documentari usciti negli ultimi dieci anni in Italia hanno evidenziato le potenzialità del racconto affidato alle immagini. Mondovino di Jonathan Nossiter, uscito nel 2004, Senza trucco di Giulia Graglia nel 2011 e ultimamente Barolo Boys di Tiziano Gaia e Paolo Casalis uscito nel 2014, per citarne tre, hanno permesso di intravedere, da diversi punti di vista, la complessità storica racchiusa in un calice. La lotta tra logica contadina e industriale, lo scontro generazionale, le questioni di genere sono solo alcune delle tematiche che emergono quando si racconta l’enologia. La storia umana dietro ogni bicchiere ne influenza l’espressione gustativa, per questo occorre trovare una narrazione contemporanea che non perda di vista la profondità del racconto e la bellezza dell’immagine, evocata o riportata che sia. Se, come sembra, il commercio tecnologico ci somministra le nostre porzioni, grandi o piccole, di informazione quotidiana in modo compulsivo e farneticante, dobbiamo porre dei filtri nell’intenzione di salvaguardare la nostra intelligenza attraverso il discernimento dei contenuti e il gusto per la bellezza.

La viticoltura narrata può tranquillamente trovare forme attuali di espressione, il nostro compito è non dimenticare che i milioni di pixel di cui è disponibile lo schermo non saranno mai abbastanza per definire i miliardi di gocce di sudore versate nel tempo dai contadini.