Comunicare al mondo. Il vino e i tabù da infrangere

Liberarsi dall’esterofilia per far capire il nostro vino anche all’estero

di Giancarlo gariglio

Il nuovo progetto di Slow Food Editore sul vino – un magazine digitale – nasce sulla scorta di una riflessione su come in Italia siamo lacunosi nel comunicare al mondo la complessità dei nostri prodotti. Vogliamo un modo di fare critica enologica tutto italiano, ma pensato per una diffusione globale.

Punteggi sì, punteggi no? Guide sì, guide no? E ancora, cartaceo o digitale? Sono questioni che hanno occupato il tempo di tantissimi appassionati di vino negli ultimi anni. Si sono create discussioni interminabili, talvolta utili, spesso piuttosto vacue e anche autoreferenziali, con i guidaioli interessati a difendere il loro orticello mentre i nativi digitali, spinti da sacro furore, vorrebbero abbattere la torre piuttosto che costruire qualcosa di davvero innovativo. Insomma, come sempre nel Paese dei guelfi e dei ghibellini si creano partiti e sottopartiti, confraternite e clan che portano avanti una propria idea di critica enologica. Si può affermare che la libertà di espressione è assicurata, nel senso che l’offerta è così ampia che qualunque appassionato di vino ha la possibilità di informarsi grazie a una polifonia incredibile di voci. Il rischio, se proprio vogliamo trovarne uno, è che l’appassionato di primo pelo sia un po’ frastornato da questa ricchezza di fonti a cui abbeverarsi, e che quindi alla fine si stanchi e desista. Ma probabilmente questo è il male minore.

Se si dovesse mettere sul lettino dello psicanalista la critica enologica italiana e anche gli stessi produttori di vino ci sarebbero due tabù da infrangere in modo definitivo. Partiamo dal primo: la Francia. Ebbene sì, il fascino di questo Paese aleggia con tutto il suo potere nella mente di chi scrive di vino, di chi parla di vino, di chi lo beve e di chi lo produce. Non c’è nulla da fare, è più forte di noi. Appena si affaccia un nuovo territorio alla ribalta, si iniziano a scrivere frasi di questo tipo: «un rosso così elegante da sembrare un Pinot Nero di Borgogna». Ci fosse mai una volta che un vino per essere davvero grande non debba per forza essere paragonato a un Bordeaux, a uno Chablis e così via. Purtroppo ormai si è trasformato in un riflesso condizionato. Queste frasi si leggono e si scrivono in automatico. E alla fine la cosa è data per scontata da tutti i protagonisti della filiera. Il vino di altissima fascia rimane quello francese, così come tutte le cose che fanno i nostri cugini transalpini sono perfette, mentre le nostre Come sempre nel Paese dei guelfi e dei ghibellini si creano partiti e sottopartiti, confraternite e clan che portano avanti una propria idea di critica enologica molto meno. È leggenda comune che loro sappiano fare gruppo, mentre “noi” siamo sempre e solo individualisti e incapaci di fare “sistema”. Se poi però si inizia a conoscere meglio la realtà si vede come l’associazionismo francese sia sempre in ebollizione e le divisioni siano all’ordine del giorno. La sindrome da secondo gradino del podio ha qualche volta effetti anche tragicomici: ogni Capodanno esce un comunicato stampa che ci dice come il Prosecco abbia battuto lo Champagne in termini di vendite, ma ci si dimentica di fornire i dati del giro di affari, che sarebbero impietosi. Insomma, presi da una sorta di schizofrenia passiamo dalla depressione più totale a smargiassate che nulla hanno a che vedere con la realtà. Sarebbe bello prima o poi ritrovarci con una comunicazione in grado di esaltare le caratteristiche dei nostri territori e dei nostri vitigni senza doverci sorbire per forza pistolotti imbarazzanti su quanto siamo più o meno bravi dei francesi. Anche perché non esistono solo loro al mondo: qualcuno ha mai sentito parlare dei vini spagnoli, americani, neozelandesi e tedeschi? Forse è meglio non nominarli, altrimenti sorgeranno nuovi problemi legati alla bassa autostima e alla spiccata esterofilia! E a proposito di internazionalizzazione, bisogna dire che la nostra enologia è ormai completamente colonizzata dal mercato estero. Complice un mercato interno stagnante, per non dire in calo, con un cronico problema di ritardi nei pagamenti, i nostri produttori scorrazzano in tutto il mondo per cercare di piazzare le proprie bottiglie nei migliori ristoranti, hotel ed enoteche del pianeta. Ormai non si tratta più di un’esigenza dovuta all’abbattimento del rischio, suddividendolo tra molti mercati, è piuttosto un vero e proprio obbligo se si vuole sopravvivere. Questo fenomeno sta assumendo sempre più importanza e forza, tanto che il timore che si aveva qualche anno fa che il gusto del nostro vino rischiasse di cambiare in base a quello degli americani, dei tedeschi o dei cinesi, è sempre più attuale. Se si gira il mondo assieme ai produttori, come è capitato a Slow Food in occasione del tour internazionale della guida Slow Wine, si toccano con mano alcuni fattori, di cui è imperativo che ci si liberi con una certa rapidità. Il più eclatante è legato alla critica d’oltremanica, che fa il bello e il cattivo tempo dal punto di vista economico.

Si chiama Slow Wine Magazine il nuovo progetto di Slow Food Editore dedicato al vino. Una rivista realizzata solo in formato digitale (pdf e wordpress) e pubblicata in tre lingue (inglese, italiano e tedesco). Il Magazine uscirà sei volte in un anno (tre in primavera ed estate e tre in autunno). Ogni numero conterrà quattro sezioni principali: la prima sarà dedicata a un itinerario che racconti un terroir importante e affermato. Sul numero zero, scaricabile gratuitamente dal 1° di aprile (sul sito www.slowine.it), si parlerà di Valpolicella con un focus di degustazione sull’Amarone. In questo articolo verranno forniti al lettore anche gli indirizzi di locali dove poter mangiare e dormire in Valpolicella. Nella seconda parte del Magazine si parlerà del Brunello di Montalcino 2001 con una retrospettiva di un’annata di grande valore. L’assaggio di oltre 50 campioni ci rivelerà le potenzialità di invecchiamento di questa importante Docg toscana. La terza sezione accoglierà la verticale di un’etichetta culto, nel numero zero sarà la volta dello Chardonnay di Terlano. Infine, il pezzo finale ha come protagonista un terroir emergente, in questo caso il Cerasuolo di Vittoria. Il costo per l’edizione italiana sarà di 29 euro per sei numeri, ma i soci Slow Food potranno godere di uno sconto molto consistente arrivando a pagare l’abbonamento annuale 19 euro.

Quindi veniamo al secondo tabù da abbattere, in modo metaforico, sia ben chiaro. Aprire per esempio una rivista che ha un certo peso come Wine Enthusiast e leggere nelle sue prime pagine il giudizio sulle annate dei vini italiani rischia di far prendere un infarto al più calmo tra i produttori italiani. Si scrive nero su bianco che i nostri bianchi più celebri, Soave, Verdicchio, Fiano e Friulano, non sarebbero più “potabili” – undrinkable – dopo cinque/sei anni dall’uscita sul mercato. Ma stiamo scherzando? Questi errori – ma ne potremmo elencare altri celeberrimi come per esempio il 100/100 al Barolo 2000 che Wine Spectator giudicò più grande del 1999 o del 2001, prendendo un abbaglio clamoroso – sono troppi e anche troppo dannosi per il nostro vino. Certamente avere la sfortuna di essere un Paese dove si parla l’italiano non ci aiuta molto a imporre una critica enologica indipendente e autorevole. Nei prossimi anni, se il vino del Bel Paese vorrà crescere ulteriormente e affermarsi con sempre maggior forza nel mondo, dovrà essere accompagnato da una stampa che sappia proporre modelli di comunicazione di buon valore (come già sta facendo) e che fornisca strumenti tradotti nelle lingue più parlate. Perché avere dei giornalisti competenti e seri, che arrivano in Italia per due settimane, degustano al volo mille vini e poi cominciano a riempire pagine e pagine come fossero i più grandi esperti al mondo di questi vini, fa davvero un po’ sorridere. Nasce con quest’ottica, sicuramente molto ambiziosa, il nuovo progetto editoriale di Slow Food legato al vino. Un magazine solo digitale, pubblicato sei volte l’anno e tradotto in tre lingue (italiano, inglese e tedesco), che sarà scaricabile dai primi di aprile del 2014. L’obiettivo è riuscire a parlare a un pubblico molto vasto, che è quello che naviga su internet, dei nostri vini e dei nostri terroir con una logica innovativa, ma chiaramente dedicata a quelle che sono da sempre le tematiche più care al nostro movimento: educazione dei consumatori, sostenibilità ambientale, tutela del diritto al piacere. Tutte tematiche che, come abbiamo visto durante il nostro tour, hanno grande presa sul pubblico americano, tedesco, cinese e russo – tanto per citare i Paesi che abbiamo toccato tra il 2013 e il 2014. In trent’anni l’Italia si è trasformata da produttrice di vini da taglio in prima stella del panorama enologico mondiale, si è fatta in fretta e furia una rivoluzione. Ora, se ci si vuole liberare del tutto di alcuni tabù, vale la pena fare il passo successivo, e avere quindi gli strumenti adatti per saper comunicare al mondo le nostre eccellenze.