Cosa vuol dire benessere animale?

di Elisa Bianco

Quando ci troviamo davanti al concetto di benessere animale, può capitare di sentirsi spaesati. Sembra un’idea molto intuitiva, eppure non è sempre immediata da esprimere: è difficile darne un’unica definizione e, talvolta, può assumere significati diversi in contesti differenti. Un bovino al pascolo, per esempio, non è necessariamente in una condizione di benessere, così come non è detto che non sia possibile rispettare il benessere dei suini in allevamenti al coperto. Se si cerca una definizione tecnica, si può fare riferimento a cinque libertà (vedi box), ma più in generale il benessere guarda alla qualità di vita così com’è percepita da ogni singolo animale. In altre parole, significa assicurarsi che a ogni animale sia garantito un buon benessere fisico e mentale, e la capacità di esprimere i propri comportamenti naturali (come grufolare per i suini o becchettare per i polli). In termini più semplici, rispettare il benessere degli animali non vuol dire trattarli preventivamente con farmaci o mutilarli perché sopravvivano adattandosi all’allevamento, ma progettare l’ambiente perché si adatti alle loro esigenze. Tenere conto del benessere animale nel fare la spesa è importante perché i prodotti di animali allevati in sistemi estensivi all’aperto hanno una qualità nutrizionale migliore (per esempio un contenuto più alto di omega 3), tutelano di più la nostra salute (per il minore uso di antibiotici), e perché il modo in cui è stato allevato un animale è parte integrante dell’idea di qualità e sostenibilità di un prodotto. Esattamente come, scegliendo un pomodoro, vogliamo sapere da quale coltivazioni proviene, allo stesso modo, comprando un salame, dovremmo sapere com’è stato allevato quel suino.


Il “100% carne italiana” non dà informazioni
sui metodi di produzione, perché gli standard
medi di allevamento in Italia
sono pressoché gli stessi di Francia o Germania
(non particolarmente elevati)

Ma, soprattutto, è importante perché la legislazione italiana ed europea riconosce gli animali come esseri senzienti, capaci di capire e provare emozioni, dolore e paura. Stiparli in spazi angusti e opprimenti, sottoporli a mutilazioni di routine, costringerli in gabbia non vuol dire trattarli come esseri senzienti. Pensare al benessere animale non significa solo tutelare gli animali, ma anche rispettare l’ambiente, l’uomo, la società in cui vive e, soprattutto, la legge. A questo punto arriva la parte difficile: come mettere in pratica tutto questo? Il primo strumento che abbiamo sono le etichette, che però, in molti casi, non forniscono indicazioni utili alla scelta. Nella migliore delle ipotesi, se l’etichetta riporta l’origine del prodotto, farà riferimento alla provenienza geografica, cosa che non dice niente sulle condizioni di vita degli animali. Il “100% carne italiana” non dà informazioni sui metodi di produzione, perché gli standard medi di allevamento in Italia sono pressoché gli stessi di Francia o Germania (non particolarmente elevati). Solo per le uova in guscio è obbligatoria l’etichettatura secondo il metodo di produzione e si può conoscere il tipo di allevamento leggendo il codice sulle confezioni (3 per i sistemi in gabbia, 2 per quelli a terra al coperto, 1 per quelli all’aperto, 0 per quelli biologici). Ma se dobbiamo scegliere un prodotto che contiene uova come ingrediente, casca l’asino, perché pasta, biscotti o torte non devono essere etichettati e non possiamo conoscere l’origine delle uova, a meno che l’azienda produttrice non lo specifichi come informazione aggiuntiva.

Un’altra indicazione priva di contenuto è carne di “pollo allevato a terra”. In Europa, a differenza delle galline, la legge vieta di allevare polli da carne in gabbia. Tutti i polli sono allevati a terra, quello che cambia è se gli animali hanno vissuto in capannoni illuminati con luce naturale o senza finestre, con balle di paglia da becchettare o trespoli su cui appollaiarsi, se erano ammassati in 20 polli per metro quadrato o allevati a densità inferiori, se avevano a disposizione uno spazio all’aperto. In questo senso i polli sono fortunati, perché tutte queste indicazioni possono essere riportate in etichetta e, di solito, chi lavora meglio ci tiene a farlo sapere anche sulle confezioni. I conigli, al contrario, sono più sfortunati perché non hanno né una legge che ne regoli l’allevamento, né tantomeno l’etichettatura. Come pochi sanno, l’Italia è il secondo produttore mondiale di coniglio dopo la Cina, eppure il “coniglio italiano” è allevato, per la quasi totalità dei casi, in sistemi in gabbia estremamente intensivi. Anche sul bovino da carne bisogna fare un po’ di attenzione. Moltissimi vitelli allevati e ingrassati in Italia arrivano dalla Francia: trasportare animali vivi per tempi lunghi è causa di forte stress, per la fatica e il sovraffollamento durante il viaggio. Inoltre, indipendentemente da dove sono nati, i bovini da carne in Italia vivono in un mondo complicato: spesso sono allevati in ambienti sovraffollati senza un posto confortevole in cui coricarsi, aspetto fondamentale per una buona ruminazione. Non sarebbe difficile fornirglielo, basterebbe un’area con lettiera in paglia, ma in molti allevamenti si è scelto di mettere pavimenti fessurati, per facilitare la pulizia all’allevatore, a scapito, però, del benessere degli animali: la paglia cadrebbe nei fori intasando lo scolo dei reflui e, quindi, non viene utilizzata. Un discorso a parte merita l’hamburger, spesso fatto con carne di vacche da latte a fine carriera. Niente di preoccupante per la nostra salute, ma non si può dire lo stesso in termini di benessere animale, dato che non esiste una legge che regoli le condizioni di allevamento delle bovine da latte. Il risultato è che si trova un po’ di tutto: vacche legate alla posta per tutta la vita, vacche legate in inverno ma al pascolo d’estate, o vacche libere di muoversi in stalle nuovissime e modernissime, che però non hanno mai accesso a uno spazio all’aperto. Fortunatamente, oltre alle etichette, un produttore virtuoso fa ricorso ad altri mezzi per raccontare ciò che lo distingue: collaborazioni con Ong, pubblicità, comunicazioni nei punti vendita, sui siti internet, su Facebook eccetera. Il consumatore può fare la differenza, informandosi e chiedendo direttamente alle aziende, ai supermercati o al macellaio come sono stati allevati gli animali. Alcune organizzazioni, come Compassion in World Farming (CIWF), si occupano esclusivamente di benessere animale e collaborano con le aziende alimentari per migliorare gli standard di allevamento (www.compassionsettorealimentare. it). Ma cosa bisogna chiedere, considerando che ogni animale avrà bisogno di condizioni diverse per garantirne il benessere? L’abc del benessere animale può partire da tre aspetti: Gabbie. Sono state utilizzate gabbie? Non pensiamo solo alle galline, ma anche alle scrofe tenute in gabbia durante l’allattamento, o ai conigli. Mutilazioni. Gli animali hanno subito mutilazioni di routine? Per esempio, i suini in sistemi intensivi standard vengono sottoposti nella prima settimana di vita al taglio della coda, alla castrazione chirurgica e, in alcuni casi, alla troncatura dei denti, senza anestetici o analgesici. Ambienti spogli e mancanza di spazio. Gli animali avevano spazio per muoversi o erano in condizioni di sovraffollamento? Avevano accesso all’aperto, una lettiera per coricarsi o mezzi per esprimere i loro comportamenti naturali? C’erano finestre o gli ambienti erano bui e regolati solo da illuminazione artificiale? All’inizio potrebbe non essere facile avere risposte chiare a queste domande, ma chi lavora bene c’è e con un po’ di pazienza e costanza non è troppo difficile riuscire a trovarlo.