Cose da matti

Slow Food Calabria
in una rete fatta
di dignità legalità e libertà

di Nicola Fiorita

Chi sono i veri pazzi? La Calabria di questi anni è attraversata da una nuova generazione di donne e di uomini che hanno deciso di riappropriarsi della propria terra e della propria vita, sottraendole all’incuria, all’abbandono e, quando è necessario, alle mafie. Slow Food Calabria è impegnata nella costruzione di una rete ampia che colleghi le esperienze sui territori e le metta al centro di un insieme di produttori, clienti, operatori della ristorazione, esperti dell’alimentazione e della gastronomia, blogger, giornalisti. Bisogna diventare specialisti delle relazioni gastronomiche che camminano a fianco dei partigiani del nostro tempo, per una Calabria libera da ogni potere criminale

È molto condivisa l’idea che la libertà di ciascuno finisca là dove inizia quella di un altro soggetto. Slow Food Calabria invece pensa che la libertà di ciascuno di noi finisca quando finisce quella di qualcuno. La privazione della libertà, a tutti i livelli, è sempre un problema che riguarda tutta la comunità. Quando viene fatta esplodere una bomba nel negozio di un commerciante che non paga il pizzo, a essere colpita non è solo la libertà di chi subisce l’attentato ma più in generale quella di ogni persona e della sua possibilità di fare ciò che crede, di intraprendere un’iniziativa economica, di realizzare la propria personalità. Non vi è modo di vivere in modo buono, pulito e giusto se il contesto non è buono, pulito e giusto. Per questo i mille soci calabresi si sono messi in testa la pazza idea di cambiare il contesto. Un’idea da matti. La Calabria di questi anni è attraversata da una nuova generazione di donne e di uomini che hanno deciso di riappropriarsi della propria terra e della propria vita, sottraendole all’incuria, all’abbandono e, quando è necessario, alle mafie. Non è troppo complicato ricostruire una vera e propria filiera della legalità, la cui origine sta nella legge sulla confisca dei beni e che poi si snoda attraverso le misure concrete di sequestro e assegnazione degli stessi e, infine, nella straordinaria attività delle cooperative che gestiscono i terreni. Slow Food Calabria si inserisce qui, nel punto in cui il prodotto è pronto, perché la specificità del nostro sostegno può essere promuoverne la conoscenza, la diffusione, il consumo. Al di là di altre forme di sostegno che pure sperimentiamo di volta in volta, l’apporto davvero significativo che Slow Food Calabria cerca di dare sta nella costruzione di una rete ampia che metta in relazione queste esperienze e soprattutto le collochi al centro di un insieme di produttori, clienti, operatori della ristorazione, esperti dell’alimentazione e della gastronomia, blogger, giornalisti. In questo senso, ci sentiamo una sorta di specialisti delle relazioni gastronomiche che camminano a fianco dei partigiani del nostro tempo, condividendo con loro il gusto della legalità, l’amore per la terra, la strutturazione di una Calabria libera da ogni potere criminale.

A Isola Capo Rizzuto ci sono già state
minacce, avvertimenti, arresti.
Ora nove ragazzi coltivano finocchi,
seminano cicerchia,raccolgono
grano, ospitano volontari

Le storie che incrociamo nella nostra azione sono storie di persone sporche di fango, abituate alla fatica, aperte al rischio, fiduciose nelle proprie capacità, dotate di quell’autostima che purtroppo manca a tanti calabresi. Vite di persone normali che diventano in qualche modo speciali, perché costrette a superare difficoltà uniche e, soprattutto, a scostarsi da quella rassegnazione che è diventata un tratto tipico della nostra popolazione. Non basta più una mappa scaricata da Google per conoscere questa terra, e nemmeno la lettura dei quotidiani per comprenderla. È tempo di aggiornare la cartografia, è il momento di muovere i pezzi secondo un nuovo ordine, di scrutare l’orizzonte calabro attraverso le vite straordinarie di uomini normali. A Isola Capo Rizzuto ci sono già state minacce, avvertimenti, arresti. I terreni di Isola erano proprietà degli Arena, una delle cosche più potenti della Calabria. Ora nove ragazzi coltivano finocchi, seminano cicerchia, raccolgono grano, ospitano volontari da tutta Italia. La cooperativa Terre Joniche, in realtà, doveva essere formata da sei persone, ma durante il corso di formazione i partecipanti decisero che sarebbero arrivati in fondo tutti insieme, non importava chi sarebbe stato selezionato, contava di più il gruppo, la voglia, l’impegno. Anche questo capovolge la mentalità di un posto, perché – come spiega la presidente Raffaella Conci – il compito della cooperativa non può essere quello di sfidare frontalmente la mafia, ma piuttosto di dimostrare che esiste un’alternativa. Un anno fa, il 24 giugno 2013, un incendio doloso riduceva in cenere centinaia di alberi di agrumi nei terreni confiscati alla criminalità organizzata e curati dal consorzio Terre del Sole in contrada Placanica, una frazione collinare di Melito di Porto Salvo. L’attentato devastante è la cifra stilistica degli affiliati ai locali di ‘ndrangheta che, come i “colleghi” campani, non esitano ad avvelenare la terra per arricchirsi o a distruggere tutto, al fine di impedire che altri possano trarre giovamento dalle risorse naturali.

Le associazioni che ruotano intorno alla Placanica Farm – com’è stata ribattezzata la villa confiscata e assegnata assieme a un vastissimo agrumeto nel 2006 – non solo non si sono rassegnate, ma hanno colto l’occasione per rilanciare un nuovo impegno con la proposta dell’adozione a distanza di un albero. L’intento è ricreare l’aranceto danneggiato mettendo a dimora 700 piantine e aggiungere a queste ben 1400 alberi di bergamotto. Piantare un albero è un gesto che fin dall’antichità è carico di significati: il bergamotto a Reggio come l’olivo in Palestina vuol diventare segno di una nuova pace fondata sulla giustizia e sull’autodeterminazione affrancata dall’oppressione. Slow Food c’è sempre, nell’adozione degli alberi come nel sostegno alla cooperativa della Valle del Marro, che fa parte del circuito di Libera e dal 2004 è in prima linea nel processo di riscossa della piana di Gioia Tauro. L’anno scorso, un gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche ha visitato i terreni della cooperativa e ne ha degustato i prodotti. Dopo l’incontro con i giovani che da dieci anni sfidano il potere criminale, uno degli studenti ha affermato che i filetti di melanzane sott’olio avevano un sapore unico, mai incontrato nei suoi giri per il mondo: il sapore del coraggio.

Accanto al moscato di Saracena, al caciocavallo di Ciminà, alla razza podolica, al capicollo azze anca e al gammune di Belmonte è venuto il momento di pensare a un nuovo Presidio calabrese: un Presidio della legalità che difenda e valorizzi i prodotti ad alto tasso etico. Come il Neda, un Greco di Bianco Doc prodotto dalla Casa di Nilla, una struttura che accoglie nella città di Catanzaro bambine e bambini, ragazzi e ragazze vittime di abusi sessuali. La Casa di Nilla da un anno è anche una comunità del cibo che sperimenta la possibilità di assicurare ai ragazzi un futuro lavorativo legato alla produzione del vino. Chi arriva in quella struttura proviene generalmente da una situazione di degrado familiare in cui non vuole rientrare, nemmeno quando il percorso di riabilitazione è terminato. Una volta curate le ferite, si tratta di dare un futuro alla gioia e alla voglia di vivere, e ancora una volta Slow Food Calabria si impegna perché ciò avvenga attraverso il cibo. Chi verrà a trovarci per scoprire queste storie deve munirsi di un buon libretto delle istruzioni. Per esempio è necessario ricordare che se Venezia è un pesce e Palermo è una cipolla, la Calabria è un fico d’india: prima di arrivare alla polpa si deve sempre prestare attenzione alle spine. Se ci si sposta a Maropati occorre scartare l’abusivismo, il degrado, gli agrumi lasciati a marcire sugli alberi, prima di incontrare Lorenzo Sibio, il presidente della cooperativa sociale Futura. La cooperativa si occupa da alcuni anni di disabilità mentale, gestendo una struttura residenziale che accoglie una ventina di utenti. Qui, a differenza di quello che accade nella stragrande maggioranza delle altre strutture regionali, i “matti” – come vogliono essere confidenzialmente chiamati – lavorano, escono, vanno al bar, recitano nelle piazze lo spettacolo che provano durante l’anno, vivono e finanche si innamorano. Dal 2006, la cooperativa gestisce un terreno di un ettaro e mezzo confiscato a una cosca mafiosa locale, e i matti hanno deciso di coltivarci i kiwi, che sono più redditizi delle arance. Ogni tanto qualcuno ruba qualcosa o danneggia la serra, ma Lorenzo e i matti non si scompongono, tanto lo sanno che a ottobre viene il tempo del raccolto e che alla fine si va tutti in pizzeria, a festeggiare con i soldi guadagnati con il sudore, con le mani e con un po’ di follia.

«Di fronte a queste cose» dice Lorenzo «di fronte ai ragazzi che rientrano in famiglia, che magari trovano un lavoro e ci vengono a trovare qualche anno dopo, così, per un saluto, che vuoi che siano le centinaia di migliaia di euro che avanziamo dalle istituzioni, che vuoi che sia rinunciare a uno stipendio, o comprare i farmaci di tasca nostra?». Sei pazzo, ci verrebbe da rispondergli, ma lui ci anticipa e insiste: «Guardate che i matti sono loro, ma anche quelli che stanno fuori, che ci uccidono con la burocrazia, che si ammazzano per acquistare beni che gli verranno confiscati, che osservano il mondo come se niente li riguardasse. Guardate che anche questi non sono mica tanto normali». A Maropati, come in una canzone di De Gregori, i matti vanno contenti, tra il campo e la ferrovia. Non a caccia di grilli e serpenti, ma a raccogliere kiwi e seminare futuro. Antonio, per venticinque anni internato in diversi manicomi, tira fuori dalla terra una piantina, ci mostra le radici e urla «sembra un cervello, sembra un cervello». Sì, sembra un cervello, e se noi calabresi lo tiriamo fuori da dove era sotterrato non è poi così male.