Cronaca Affettiva di un congresso

di Carlo Bogliotti

Nel 2002 a Riva del Garda il V Congresso nazionale sancì il passaggio ufficiale e definitivo da Arci Gola a Slow Food Italia. Le due denominazioni avevano convissuto per un certo periodo, rendendo anche da questo punto di vista un po’ “speciale” l’associazione italiana rispetto a quelle nel resto del mondo. Molti allora erano così affezionati alla vecchia dicitura – quella storica associata al logo con un pentolone – da non volerla abbandonare. Fu un passaggio quasi indolore per quelli che al tempo erano più giovani (compreso il sottoscritto), decisamente più sofferto per altri, quelli con più anni di “militanza culturale”, come ama definirla Silvio Barbero, vicepresidente nazionale fino a un mese fa. Dodici anni dopo si è tornati a fare Congresso a Riva del Garda, per un caso dovuto a motivi organizzativi, ma con il senno di poi anche per un nuovo cambiamento epocale nella nostra piccola grande associazione, di quelli che restano negli annali.

I delegati meno giovani, appena sono arrivati a Riva lo scorso maggio, sono subito andati con la memoria a quel 2002: stesso lago, stessi monti, stesso Centro congressi. Fu un momento collettivo molto emozionante non solo perché si disse addio all’Arci Gola, ma perché il presidente nazionale di allora, Carlo Petrini, era nel periodo in cui soffrì di seri problemi di salute, e i suoi discorsi, già di per sé normalmente coinvolgenti, si caricavano di un misto di sensazioni affettive che probabilmente spinsero l’asticella ancora più in alto di quanto non avvenga di solito. Non è un caso che il nuovo presidente eletto, Gaetano “Nino” Pascale, abbia citato proprio quel momento e proprio le parole di Carlo Petrini in quell’occasione come uno dei ricordi più vividi e decisivi della sua personale storia “slowfodista” (cfr. Slow I-2014). I delegati più giovani, invece, erano sicuramente curiosi ed eccitati di vivere per la prima volta un momento così importante, e portavano con sé il bagaglio della propria breve, ma sicurante intensa, esperienza in Slow Food e Terra Madre. In effetti i ricordi, la memoria e le storie dei singoli sono stati una sottotraccia interessante per leggere quello che è successo dal 9 all’11 maggio scorsi. Era un qualcosa che aleggiava in maniera palpabile e che muoveva quasi tutte le parole e i gesti nella tre giorni trentina, ma che in fin dei conti era impossibile da cogliere nella sua interezza, perché non è dato a nessuno di sapere tutto di tutti. Ed eravamo tanti: tra delegati, ospiti e staff, circa 800.

Certo è che quest’insieme di sentimenti che durante il Congresso sono stati più volte definiti “intelligenza affettiva” (come fa per Terra Madre Carlo Petrini) è uno dei più grandi patrimoni che si porta dietro l’associazione, assieme alle competenze, alla passione, al tempo volontario e lavorativo che ogni membro offre senza troppe remore. Inoltre, dal momento che a Riva del Garda si presentavano due liste distinte per concorrere alla presidenza e ai seggi nel Comitato esecutivo nazionale, questo patrimonio il punto è come in futuro si saprà interpretare questo corpo vivo carico di storie e memorie. vite delle persone che si riconoscono in un progetto umano e solidale. conviviale e teso alla felicità di tutti è stato anche caricato delle diversità in maniera più marcata durante i tre giorni, attraversato da quelle differenze che ci fanno ricchi di umanità ma che nel confronto a volte possono anche sfociare in alcune tensioni, piccole o grandi, pubbliche, riservate a piccoli gruppi o molto intime. Da cronisti non neghiamo che ce ne siano state e non facciamo finta che alcuni non si siano anche procurati delle piccole ferite, proprio come avvenne nel 2002 quando “cambiammo pelle” in maniera più evidente. Non è tanto il caso di fare un rendiconto preciso di questo, perché la carne del Congresso è stata la vitalità con cui la rete associativa italiana si è presentata, colorando i territori dei nostri progetti, presentandoli con trasporto e orgoglio, facendoci diventare tutti un poco più ricchi e consapevoli della nostra identità. E se l’anima avesse subito qualche contraccolpo, o l’emozione fosse anche andata in cortocircuito, beh anche quello è un modo per crescere e diventare “grandi”.

Crescita: una parola che è stata chiamata più volte in causa per spiegare come la novità del Congresso 2014 – due liste di candidati – facesse parte di un percorso inevitabile di maturazione dell’associazione. Sicuramente i candidati saranno stati travolti dalle emozioni. A fine Congresso soprattutto, quando sono stati resi noti i risultati delle votazioni. E anche i delegati, necessariamente chiamati a schierarsi con un voto, avranno dovuto badare a un ragionamento razionale, ma anche mosso dal sentimento, dalle proprie storie che s’incrociano più o meno intensamente, più o meno direttamente con i candidati che hanno scelto di votare. L'”affluenza alle urne” ha dato segnali non interpretabili altrimenti: è stato uno dei Congressi più partecipati, più vissuti, più sentiti della nostra storia. La cosa migliore di solito, in questi casi, è riuscire a cogliere la manifestazione di questi poco descrivibili bagagli di emozioni nei momenti “off”: durante gli spostamenti quotidiani di gruppo in pullman, nei momenti conviviali a pranzo e a cena, nelle pause, e nelle notti che per alcuni continuavano ben al di là di quanto prevedesse il programma ufficiale. Ne abbiamo colti di scambi di opinioni – alcune molto informate, altre improvvisate sull’onda degli eventi -, di discussioni animate o molto pacate, di visioni che si confrontavano e si conoscevano. Di sicuro abbiamo anche colto sorrisi, pacche sulle spalle, la nostalgia di chi lasciava una carica elettiva, quella di chi ha visto tanti Congressi nazionali e ha compreso quanto siamo cambiati. Non è il caso di interrogarci con domande retoriche se in meglio o in peggio, ma di apprezzare, anche attraverso le piccole sofferenze o le grandi gioie, quanto un’associazione sia in fondo come un essere vivente, che cresce, matura, invecchia, sbaglia e impara dagli errori, realizza grandi cose attraverso l’impegno quotidiano, fa piccoli miracoli che solo chi è vivo sa fare. E, a prescindere dai fatti e dagli esiti, questo è un importante punto della questione che ci lascia in eredità il Congresso di Riva del Garda: il come in futuro si saprà interpretare questo corpo vivo, fatto non solo di cariche, ruoli, diffusione sui territori, progetti in salute e da portare avanti, creatività da liberare, nuove connessioni da trovare con l’esterno e da coltivare all’interno, ma carico di storie e memorie, vite delle persone che si riconoscono in un progetto umano e solidale, conviviale e teso alla felicità di tutti, come se fosse il nostro principale bene comune. E lo è.

Tra gli interventi “esterni” che il Congresso ha ospitato, quasi tutti hanno dato conto di come siamo connessi con le realtà italiane più autorevoli o creative. Dal ministro per le Politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, che ci ha riempiti di complimenti e proposte di collaborazione (con la promessa di fare una legge contro il consumo del suolo entro il 2015), a tutti i rappresentanti della società fatta di associazioni di categoria agricole e movimenti che ci toccano a vario titolo, per la difesa del suolo o la lotta all’illegalità. Proprio su questo tema è però arrivato l’intervento che probabilmente ha più toccato i cuori e più in sintonia con la rete di sentimenti che percorreva in ogni direzione la platea del Centro congressi di Riva del Garda: don Luigi Ciotti ha parlato sì della sua attività con Libera, ma ha lanciato alcuni messaggi accorati che è bene non dimenticare. Ecco la conclusione del suo intervento, che merita una citazione integrale: «Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa, chi crede che solo nel “noi” l'”io” possa trovare una realizzazione. Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca». Il mondo dell'”organismo vivente” Slow Food non è mai un mondo ordinato o riordinabile: i fili più potenti e resistenti della nostra rete, probabilmente, non si possono vedere né si possono descrivere, si possono soltanto vivere appieno e moltiplicare, imparando a scegliere come veri eretici.