«Dalla regina Elisabetta a Wendell Berry: vent’anni di rivista Slow»

30 anni di Slow Food

di John Irving

Negli anni si è parlato molto, specie nei media internazionali, della presunta matrice “comunista” di Slow Food, ma certe imprese dell’associazione della chiocciola ricordano, piuttosto, le parole dell’anarchico russo Mikhail Bakunin: «Cercando l’impossibile, l’uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile». Nel senso che, osando, Slow Food ha spesso realizzato sogni apparentemente irrealizzabili. Prendete il 1996, anno chiave nella storia del movimento.  Due furono le novità: ad aprile il primo numero di Slow – Messaggero di gusto e cultura, dal 29 novembre al 2 dicembre la prima edizione sperimentale del Salone del Gusto. Chi avrebbe mai detto che quest’ultimo sarebbe diventato la grande kermesse internazionale che conosciamo oggi?
Slow Food voleva parlare col mondo, ma è anche grazie alla rivista Slow se è riuscito a farlo. Slow raccoglieva l’eredità di illustri antenati: da La Gola, rivista destinata a un pubblico colto, pubblicata a Milano dal 1982 al 1988, a Gambero Rosso, nato nel 1986 come supplemento de Il manifesto. Senza dimenticare i precedenti house organ di Slow Food stesso: da Rosmarino, sette numeri dal luglio 1986 al novembre ’87, a Prezzemolo, prima “bollettino” delle attività della neonata associazione, poi, sotto la direzione di Cinzia Scaffidi, rivista con interessanti numeri monografici. Per me che avevo divorato questi periodici, la rivista Slow arrivava come – similitudine scontata ma irresistibile – il cacio sui maccheroni. All’inizio, usciva trimestralmente in tre edizioni (italiano, inglese e tedesco) – che nel 2006, grazie all’aggiunta prima dello spagnolo e del francese, poi del giapponese, erano diventate addirittura sei (ricordiamoci anche che, nel 2002 aveva inglobato altri due periodici, SloWine e L’Arca) –, e veniva inviato a soci in tutto il mondo. Uno sforzo editoriale senza precedenti.

Il primo numero che ricevetti da neo socio Slow Food fu il 4/96. La regina Elisabetta che beve un bicchiere di vino in copertina, articoli di Dario Fo («Chi si ubriaca di vino cattivo è un cattivo ubriaco») e di decani della cultura gastronomica come Dominique Fournier, Allen Grieco, Hugh Johnson, Piero Meldini, Folco Portinari, e Françoise Sabba.  Non male come biglietto da visita. E attenzione, perché i nomi in questa storia sono importanti. Sotto la direzione di Alberto Capatti, infatti, la rivista attirava firme prestigiose attraverso le quali fu possibile creare una base di conoscenze che, negli anni, sarebbe cresciuta, guidando la crescita di Slow Food tutto. «I 30-40 nomi dell’1/96 erano ormai 700 alla chiusura del millennio, quando l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche non aveva né un nome né un corpo docente, ma iniziava a pensarci». Chi parla è Simona Luparia, segretaria di redazione di Slow fin dal primo numero. «Le passammo i migliori: antropologi, psicologi, sociologi, microbiologi, zoologi, storici, architetti, tecnologi, economisti, food & wine writers, cuochi…».

I segnali che Slow Food si stava facendo strada nel mondo erano anche questi allora. Il capo redattore era l’astigiano Giovanni Ruffa, l’art director il milanese Dante Albieri, il cui impianto grafico – pulita, essenziale con immagini dal gusto talvolta provocatorio – ha riscosso molti riconoscimenti. Come quello, sempre nel 2002, dell’Alternative Press Award di Utne Reader, prestigiosa rivista radical di Minneapolis. Tra le motivazioni, si leggeva: «Tradotto con gusto e realizzato con una veste grafica deliziosa […] Slow è la fenomenale pietanza servita dal movimento Slow Food. Splendide foto, veste classica e, mmmh, spazio bianco quanto basta. Saziarsene lentamente!». Anche loro non lesinavano le metafore alimentari. Definita dal Dizionario di Slow Food come «volume da consultare e conservare, piuttosto che come rotocalco dalla vita effimera», Slow ha fatto scuola in quegli anni. Non era come la Settimana enigmistica, non poteva vantare «centinaia di tentativi di imitazione». Ma alcune sì, e anche prestigiose come Gastronomica: The Journal of Food and Culture della University of California, uscita per la prima volta e ancora viva e vegeta. A differenza di Slow.

Nel 2006 si decise, infatti, che la rivista aveva esaurito la sua funzione: troppo inaccessibile, si diceva, nessuno la legge più. Nel frattempo, nel 2004 era nata una nuova rivista per i soli soci italiani. Ricordo lunghe discussioni sul possibile nome: Slow Life, Adagio, Mondo Slow… cose così. Alla fine, la montagna partorì un topolino e si optò per Slowfood. Dal formato più grande rispetto a Slow, dalla grafica “colorata”, più “giovanile” – come più giovani erano certe divagazioni nei mondi dei fumetti e della musica -, la nuova testata fu diretta prima dal braidese Alessandro Monchiero, poi dalla cuneese Silvia Ceriani. Nel suo primo editoriale, “L’importanza di chiamarsi Slow Food”, Monchiero segnalava «un’ovvia rivoluzione di chiunque abbia a cuore la soddisfazione presente e futura del proprio palato. La nuova rivista intende accompagnare i soci Slow Food in queste riflessioni: informando sul “buono” che esiste e su quello a rischio di non esistere più». In contemporanea, nasceva la filosofia del “buono, pulito e giusto”. Più ecologia quindi, e più politica. Un’occhiata ai nomi nel sommario dell’ultimo numero, uscito nel 2012, la dice lunga sull’allargamento del focus disciplinare: si trovano, tra gli altri, Serge Latouche, economista e filosofo, Miguel Altieri, agroecologo, Marc Augé, etnologo e antropologo, Fritjof Capra, fisico teorico dei sistemi, Tim Lang, professore di politiche alimentari, Satish Kumar, ex monaco janista e pacifista, James Lovelock, chimico, Luca Mercalli, meteorologo e climatologo, Manfred Max-Neef, economista dello sviluppo.

Nel 2013 Slowfood è stato sostituito da una rivista che, in omaggio all’originaria testata internazionale, il direttore Carlo Bogliotti ha battezzato… Slow. Non più Messaggero del gusto però, bensì La rivista di Slow Food. E come tale si avvale di una nuova generazione di giovani collaboratori cresciuta negli anni tra Bra e Pollenzo, ma anche a contatto con la rete Slow Food in tutto il mondo. Non si disdegna la collaborazione esterna per eventuali interventi specializzati, ma per la maggior parte la rivista è confezionata in casa. Come spiega Bogliotti nel suo editoriale di esordio: «È più artigianale, è dentro il nostro mondo e guarda fuori con curiosità. Riannoda alcuni fili e pone nuove questioni. Ci racconta noi stessi. Abbiamo lavorato perché vi procuri piacere riceverlo. Perché vi faccia venire qualche dubbio e vi spinga ad appassionarvi per qualcosa di nuovo. Perché sia uno specchio multiforme in cui alla fine ogni socio si riconosce. Perché sia impossibile toglierselo dalla testa». Riesce nell’impresa? Al socio lettore la risposta, ma intanto sta per compiere quattro anni di vita, ed è in continua evoluzione.