Dentro Terra Madre Salone del Gusto 2016

di Roberto Burdese

Artwork Bodà

Terra Madre Salone del Gusto è diventato un evento che “appartiene” a tutta la città, ovvero un evento di cui tutta la città vuole essere protagonista

Il 2016 come il 1996. O il 2004. Anni importanti nella storia di Slow Food per i progetti e gli eventi che sono nati e per il segno che hanno lasciato nella vita della nostra associazione. Il 1996 è l’anno di Slow, la rivista internazionale che uscì per la prima volta nel mese di aprile e grazie alla quale si sviluppò – finalmente – quella ramificazione planetaria del movimento che sino ad allora, salvo le eccezioni di pochissimi Paesi europei, era rimasta una mera ambizione.
Il 1996 è anche l’anno del primo Salone del Gusto, pionieristica esperienza in una Torino così diversa, così scarsamente attrattiva come meta turistica e gastronomica, da rendere quell’esordio un azzardo più che una sfida.
Il 2004 è l’anno di Pollenzo, ovvero dell’inaugurazione dell’Agenzia con l’apertura dell’Università di Scienze Gastronomiche. Ed è anche l’anno di Terra Madre, la prima volta dell’incontro tra le comunità del cibo di tutto il mondo che cambieranno in maniera irreversibile Slow Food e un bel pezzo di mondo del cibo.
Tutto porta a ritenere che anche questo 2016 meriterà uno spazio di primo piano nel libro della storia di Slow Food. A ispirare il racconto che contiamo di lasciare a testimonianza di questi mesi impegnativi e vibranti è la scelta di abbandonare la sede storica di Salone del Gusto e Terra Madre, il quartiere fieristico di Lingotto, per andare dritto al cuore della città, analogamente a quanto accade da sempre con Cheese (ma siamo nella piccola Bra) e da due edizioni con Slow Fish (e anche in questo caso parliamo di un evento di dimensioni molto contenute rispetto alla grande kermesse torinese).
Del programma non stiamo qui a dire, basta sfogliare le prossime pagine o visitare il sito internet per trovare tutte le informazioni. Quello che voglio provare a raccontare in queste poche righe sono le sensazioni che provo nei mesi più caldi e complicati dell’organizzazione.

Ho avuto la fortuna di vivere il Salone del Gusto sin dalle sue origini, sin dall’ideazione della prima edizione. Ho partecipato attivamente alla sua costruzione, alla sua crescita ed evoluzione. Sono stato coinvolto, con le emozioni prima ancora che con le responsabilità, nei grandi cambiamenti che hanno segnato ogni edizione; aderivo con entusiasmo a ogni innovazione, salvo andare immediatamente in crisi per l’apparente impossibilità di realizzarla. Tutto ciò – me ne rendo conto, oggi, mentre partecipo alla costruzione dell’evento nelle sue nuove sedi – finiva per riguardare solo noi. Noi addetti ai lavori, noi dirigenti dell’associazione, noi soci. Da quando, il primo dicembre 2015, abbiamo annunciato la decisione di portare l’evento in città, il mondo è cambiato: Terra Madre Salone del È straordinario accogliere la disponibilità di famiglie a ospitare i delegati, di commercianti a intercettare prodotti e produttori che saranno nel mercato Gusto è diventato un evento che “appartiene” a tutta la città, ovvero un evento di cui tutta la città vuole essere protagonista.
Gradualmente e progressivamente, giorno dopo giorno, hanno iniziato a cercarci commercianti, circoscrizioni, associazioni di quartiere, comitati di cittadini, musei, enti culturali, aziende: non era mai successo prima. Il Salone del Gusto è sempre stato un evento aperto, nelle nostre intenzioni, ma non lo è mai diventato del tutto nella pratica. Le barriere fisiche, psicologiche ed economiche costituite dalle pareti di Lingotto Fiere erano, per molti, un ostacolo che non valeva nemmeno la pena affrontare. Il Salone del Gusto in città è altra cosa: diventa, prima di tutto, Terra Madre,  che si alimenta di una propria mitologia in larga parte distinta dalla storia del Salone, almeno nella testa della maggior parte delle persone.
Nell’annunciare l’evento in città, abbiamo liberato una straordinaria energia della cui esistenza, in fondo, non sospettavamo. C’è, certamente, un pezzo di Torino che non ha interesse per l’evento. C’è un pezzo di Torino a cui interessa, ma in
realtà non ha capito. Ma c’è, soprattutto, un grande e crescente numero di soggetti, singoli individui e collettivi vari, che rivendica gentilmente il diritto di essere in qualche modo protagonista. È straordinario accogliere la disponibilità di famiglie a ospitare i delegati, di commercianti a intercettare prodotti e produttori che saranno nel mercato, di istituzioni di varia natura (dai musei agli ospedali) di farsi carico di un pezzo del grande racconto collettivo che stiamo scrivendo.

Questo sta succedendo a Torino, nella primavera-estate del 2016, in preparazione della prossima edizione di Terra Madre Salone del Gusto. Cosa ne sarà, di tutto questo fermento, lo sapremo solo a fine settembre, ma di sicuro l’esperienza ci suggerisce qualche possibile scenario degli anni a venire.
Immagino che la Torino del futuro sarà sempre più “figlia di Terra Madre” e questo legame lo vedremo non più solo nei ristoranti (come un po’ avviene già oggi) ma anche nelle mense.
Immagino che Terra Madre Salone del Gusto tra dieci anni sarà un evento diverso da quello di oggi, con nuove formule, nuovi linguaggi, nuovi protagonisti. Immagino che ancora una volta questo nostro grande evento non sarà espressione di una mutazione avvenuta in precedenza nell’associazione, ma bensì anticipazione di ciò che dentro Slow Food succederà di lì a qualche mese o qualche anno.
Il Salone del 1996 presentò i Laboratori del Gusto e battezzò il varo dell’Arca del Gusto: due iniziative che, in forme e modi diversi, hanno fortemente contribuito a definire quello che oggi si dice e si fa nel mondo della gastronomia. Tra qualche anno parleremo di nuove attività e nuove forme di comunicare il cibo, nate ancora una volta a Torino ma ispirate – a differenza del passato – dal melting pot che si genererà con la nuova formula dell’evento.
Il sogno è che tutto ciò ci aiuti a trovare finalmente le parole e le azioni giuste per poter parlare a tutti: non solo agli appassionati, agli addetti ai lavori, agli esperti. Siamo tutti gastronomi, abbiamo tutti diritto al buono, pulito e giusto, ma siamo ancora divisi tra i pochi che sono consapevoli di avere questo diritto e cercano di esercitarlo e i tanti che non sanno ancora di averlo o non pensano che la gastronomia sia qualcosa che li riguarda.
Speriamo di essere al tramonto di questa era e all’alba di una nuova, entusiasmante, stagione.