– Di dove sei? – Torino

Vent’anni di Salone del Gusto, ma anche di musica indipendente, cinema e movida, passando per il grande spartiacque delle Olimpiadi del 2006

di Andrea Pomini

Conterà relativamente, ma se domandiamo a qualsiasi torinese che negli ultimi vent’annni abbia girato un poco l’Italia (e non solo), la reazione raccolta alla risposta di cui sopra sarà stata con ogni probabilità la stessa per tutti, sia vent’anni fa sia oggi. Prima, il luogo comune duro a morire della città grigia, o al limite il silenzio. Oggi, elogi ripetuti e sospiri d’invidia. Reazioni forse eccessive in entrambi i casi – spoiler: Torino sapeva essere molto interessante anche negli anni Novanta, e non è certo perfetta adesso – ma significative per provare a capire quanto e come sia cambiata la città fra il 1996 Difficilmente avreste trovato la Torino del 1996 fra le mete consigliate in Italia, ma molto di ciò che la renderà così attraente dieci anni dopo c’era già e il 2016, fra l’anno della prima edizione del Salone del Gusto e quello del ventennale.

Non è solo una questione di percezione da parte dei forestieri, naturalmente. Tanto per cominciare, come abbiamo appena visto, ci sono un prima e un dopo. Una casualità molto simmetrica, e se vogliamo molto torinese, ha voluto che la linea di demarcazione passasse esattamente a metà. In quel 2006 delle Olimpiadi invernali che ancora tanti ricordano con un pizzico di commozione come lo spartiacque che in effetti è stato, come il pulsante che, una volta pigiato, ha permesso al resto del mondo di accorgersi di Torino, e ai torinesi di essere orgogliosi della propria città. Era ora, in entrambi i casi.

Come detto, si tratta però di una svolta sia reale sia percepita. Sul presente c’è poco da dire: la Torino dei turisti e del suo elegante centro città, dei musei e delle iniziative culturali, della gente in giro fino a tarda notte e della movida, è sotto gli occhi di tutti. Difficilmente, invece, avreste trovato la Torino del 1996 fra le mete consigliate in Italia, ma molto di ciò che la renderà così attraente e in voga dieci anni dopo c’era già. E, come spesso  capita, senza riflettori puntati addosso dava il meglio di sé.

Il secondo festival cinematografico italiano in ordine di importanza dopo il colosso Venezia, per esempio, nato nel 1982 come Festival Internazionale Cinema Giovani e rinominato Torino Film Festival nel 1997. La corsa ai direttori artistici famosi – Moretti, Amelio e Virzì in successione – verrà solo in seguito, guarda caso dopo il 2006, forse per recuperare visibilità sul neonato ma già potente festival di Roma, forse per capitalizzare l’ondata di popolarità olimpica. Ma la credibilità della manifestazione la si è costruita pezzo per pezzo negli anni Ottanta e Novanta, puntando molto sulla qualità e sulla ricerca, e poco sui tappeti rossi. E nel 2000 si è pure inaugurata la nuova, splendida, sede del Museo del Cinema all’interno della Mole Antonelliana, uno dei musei più visitati d’Italia.

Oppure: una scena musicale fra le più varie e interessanti d’Italia, fermentata negli stessi decenni di cui sopra grazie all’azione contemporanea di una fitta rete di centri sociali e spazi occupati, e In epoca pre-olimpica quello che si muove a Torino si muove ai Murazzi del Po, zona franca tecnicamente e simbolicamente quasi sotto la città di uno snodo unico per la vita notturna cittadina come i Murazzi del Po. Una fila di circoli e localini proprio in riva al fiume, nelle arcate che un tempo furono rimessaggio barche. Una zona franca tecnicamente e simbolicamente quasi sotto la città, in cui proliferava un ecosistema di irregolari e creativi di vario genere. In epoca pre-olimpica quello che si muove a Torino si muove lì, o in avamposti periferici come Hiroshima Mon Amour (trasferitasi in zona Lingotto nel 1996 dopo dieci anni a San Salvario) o l’area dei Docks Dora (prima vera esperienza di riqualificazione di aree industriali dismesse).

Proprio nell’estate del 1996, e proprio ai Murazzi, nascono i Subsonica, che diventeranno la band torinese più seguita e amata di sempre, e che da subito si troveranno a incarnare più di chiunque altro lo spirito della Torino in movimento di quei tempi. Una metropoli giovane, che alla strada già tracciata della città-fabbrica e del suo lento declino ne preferisce un’altra ancora da tracciare, e la traccia.

L’anno dopo nasce invece Xplosiva, che dall’attitudine meticcia testata in club di culto come lo Studio 2 prende il la per diventare appuntamento imprescindibile delle notti sabaude, e che metterà a frutto anni di ricerca sulla musica dance di qualità per dare vita nel 2000 a Club To Club. Che oggi è il maggior festival musicale torinese, per varietà e innovatività della proposta e per risonanza mondiale. Ma che è solo una delle forme prese dal clubbing cittadino, assieme a quella evolutasi dai rave party illegali degli anni Novanta alle notti in locali semi-leggendari come Centralino e Doctor Sax, e a quella di altri seguitissimi festival di portata internazionale come Movement e Kappa FuturFest.

Da tempo programmata nello stesso weekend di Club To Club è anche Artissima, fiera di arte contemporanea fondata nel 1994 e diventata il maggiore evento del genere in Italia, a sua volta traino di manifestazioni affini nate off, come Paratissima e The Others.

Dal 1990 opera in città Musica 90, muovendosi con gusto e coraggio fra avanguardia e suoni provenienti da ogni parte del mondo, innovazione e radici. Nel 2002 nasce Spazio 211, altro locale di periferia, punto di riferimento per concerti di rock indipendente sintonizzati con il meglio del genere a livello mondiale. Nel 2004 arriva Traffic, quanto di più simile a un grande festival pop sul modello internazionale Torino abbia mai avuto, orgogliosamente gratuito fino alla sua ultima edizione nel 2014. Per i primi anni soprattutto è un trionfo, di critica e di pubblico.

Nel 2006 è come se tutto questo emergesse, per chi in città non se ne era ancora accorto e per Il primo quartiere a cambiare faccia è il Quadrilatero Romano. Seguono l’enorme piazza Vittorio,
San Salvario e, oggi, Vanchiglia
chi da fuori ancora vedeva Torino come un punto incolore sulla cartina. I turisti per strada con il naso nella mappa diventano un’abitudine, e i torinesi iniziano a uscire la sera. Il primo quartiere a cambiare faccia e a farsi polo notturno è il Quadrilatero Romano, nel centro storico. Seguono l’enorme piazza Vittorio, pedonalizzata e pronta ad accogliere persone a migliaia, e San Salvario, già borgo malfamato a ridosso della stazione di Porta Nuova. Oggi tocca a Vanchiglia, domani all’area intorno a corso Regio Parco, dopodomani chissà.

Si continua a chiamarla movida, anche se i legami con il genere di movimento degli anni Novanta sono sempre più labili (per non parlare di quelli con la movida originale nella Madrid degli anni Ottanta). E più che di fermento capace di produrre esperienze artistiche o creative in senso lato, o quantomeno pubblico pagante a concerti ed eventi simili, pare spostamento serale di massa verso il centro o i quartieri cool: ci si ferma a bere e chiacchierare per qualche ora, si torna a casa.

Eppure, il flusso della creatività non sembra fermarsi né rallentare. Di certo meno basato sull’interazione tradizionale rispetto a vent’anni fa, e ora inscindibile dagli schermi degli smartphone, ma ugualmente in grado di interpretare il tempo e gli umori della città. Forse meno capace di immaginarne il futuro, o più futuri, ecco. Come se questa nuova Torino scintillante e pacificata in fondo bastasse.