E ADESSO? COSA FARAI DA GRANDE?

Roberto Burdese

intervista Roberto Burdese

di Roberto Burdese

Illustrazioni di Giuseppe Tolo

Un’eccezionale intervista. Il presidente uscente di Slow Food Italia, solitamente poco loquace, concede un lungo colloquio all’unico intervistatore di sua fiducia: sé stesso. Ne emerge un quadro che si presta a una duplice lettura: preoccupante, per chi non riesce a spiegarsi come abbia fatto a fare il presidente per otto anni; confortante, per chi già pregusta la conclusione del suo mandato e l’insediamento di un nuovo gruppo dirigente.

Caro Burdese, si avvicina un Congresso importante per Slow Food Italia, l’ottavo della storia ma il primo dall’esito incerto. Cominciamo però da lei e dalla domanda che si pongono tutti i soci: cosa farà dopo l’11 maggio?
Le sembro uno che vive con la poltrona attaccata al culo? Penserà mica che ho barattato il posto da presidente di Slow Food Italia con qualche altro incarico? Lo sa che abbiamo uno statuto che indica in due mandati il limite temporale per coprire un incarico? Non sono mica stato eletto a vita!
Bene, bell’inizio. Cambiamo discorso. La seconda domanda più gettonata dai soci ovviamente è: chi vincerà il Congresso?
Non lo so e francamente non mi preoccupo di conoscere la risposta. Se dovessi scommettere un euro lo scommetterei su…
Eh no! Le ricordo che deve mantenere il suolo ruolo imparziale!
Beh, ma lei non lo scriva. E poi la risposta non è scontata. In ogni caso, Slow Food non fa ancora sondaggi, per cui previsioni non se ne possono fare e consiglio di non tenere in nessuna considerazione quelli che vi verranno a dire che già sanno come andrà a finire. Tanto più che i delegati sono liberi di votare ciò che vogliono (e guai a quelli che spacciano pacchetti di voti!).
Ah, però! Anche a Slow Food ci sono i “grandi elettori”?
Siamo umani, ci sono sicuramente anche a casa nostra quelli che amano giocare con le logiche della politica dei partiti. Peccato per loro che il bello di Slow Food sta nell’austera anarchia che rende tutto imprevedibile. Anche il voto dei delegati che qualcuno pensa di “controllare”. Comunque non sono preoccupato, anzi sono entusiasta e soprattutto curioso di vedere cosa sarà del futuro di Slow Food Italia.
Addirittura?
Sì, perché, al di là della competizione che naturalmente genera, la duplice
candidatura per la futura guida di Slow Food Italia è il più evidente segnale della grande vivacità che oggi caratterizza la nostra associazione. Le due squadre partono dallo stesso punto, ovvero dal lavoro che hanno condiviso in questi anni. E si muovono verso il medesimo orizzonte, che è un pezzo del più ampio orizzonte di Slow Food internazionale. In questa mappa comune, sono emerse due possibilità di percorso. Si può camminare verso il nostro orizzonte con diversi mezzi (ovvero i tanti
progetti/strumenti che abbiamo a disposizione), diverse velocità (le priorità che decideremo di assegnarci nei prossimi quattro anni), diverse tappe lungo il cammino (i momenti che sceglieremo per dare risalto al nostro impegno). È tra queste due opportunità che saremo chiamati a scegliere, sapendo che in ogni caso entrambe sono – già oggi, nei due programmi – patrimonio di Slow Food Italia e che in ogni caso contribuiranno a definire un pezzo del nostro futuro.

Siamo chiamati ad affrontare questo
Congresso, il percorso di avvicinamento
e anche i mesi immediatamente successivi
con grande responsabilità. Abbiamo deciso
di fare una cosa nuova, forse non necessaria
e certamente difficile da capire.
Ma non è una cosa sbagliata

Bella. Sembra una dichiarazione costruita dall’ufficio stampa per trovare una giustificazione a tutti i costi a questa duplice candidatura che nessuno si aspettava e che tanti, tantissimi, non riescono a capire.
Lo so e non sarà facile convincerli del contrario. Siamo chiamati ad affrontare questo Congresso, il percorso di avvicinamento e anche i mesi immediatamente successivi con grande responsabilità. Abbiamo deciso di fare una cosa nuova, forse non necessaria e certamente difficile da capire. Ma non è una cosa sbagliata. Proviamo a uscire dai soliti schemi che ci impone la politica dei partiti: qui non si confrontano due gruppi di potere, oppure una casta e un’anti-casta. Qui si confrontano dieci brave persone, con percorsi di vita e associativi molto diversi tra loro e con un forte tratto in comune: l’amore, forte e direi quasi incondizionato, per Slow Food e Terra Madre. Dieci persone che in questi ultimi anni hanno lavorato assieme per aiutare il sottoscritto a tenere la barra del timone di Slow Food Italia. Che hanno contribuito a disegnare e percorrere la rotta del nostro viaggio recente.
Dunque dove stanno le differenze? Perché fino a questo punto ci siamo arrivati in tanti, ciò che non siamo riusciti a comprendere è il motivo per cui da tanta condivisione e tanta passione siano nate due squadre che, comunque, saranno in competizione tra loro. Con tutto ciò che una competizione comporta.
Le differenze ci sono, eccome! Sono nei due programmi, a una prima lettura così simili eppure così diversi nelle sfumature, nei dettagli. E lo sono, evidentemente, nei dieci candidati. Come dicevo prima, sulla meta siamo sostanzialmente tutti d’accordo: ma il pilota, il navigatore e l’equipaggio faranno la differenza nel tracciato che sceglieranno, nella velocità di crociera, nelle tappe che decideranno. D’altronde, non siamo forse proprio noi a citare spesso Itaca, la meravigliosa poesia di Kavafis
che ci dice che è il viaggio, più della meta, ad arricchirci?
Se è per questo, citate anche Roland Barthes e la sua definizione di sapientia: «nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza, e quanto più sapore possibile».
È vero, mi piace molto, anche se Barthes pronunciò quella frase in un momento della sua vita e in un contesto molto diversi da quello di cui stiamo parlando. Tuttavia in Slow Food ci sono già tutti gli anticorpi. Ci sono il senso del limite, l’intelligenza affettiva, la fraternità, la generosità («per quei quattro giorni che abbiamo da vivere»), l’understatement («prendiamola più bassa»), il dubbio, l’autoironia. Insomma, se oggi sono fiducioso di poter affrontare senza traumi un Congresso con due candidature è perché conosco bene il mio paziente, l’associazione, e so che è sano e di robusta costituzione. Da questo percorso congressuale usciremo rafforzati e arricchiti.
In ogni caso resta una situazione particolare. Dalla fondazione sino al 2002 i fiduciari venivano nominati dalla sede nazionale e non esistevano di fatto assemblee elettive di base. Ancora poche settimane fa avete scelto un vicepresidente internazionale, Edie Mukiibi, con una modalità “vecchio stile” che somiglia molto a una investitura ufficiale.
È l’austera anarchia, se vuole. Oppure la chiami come preferisce. In ogni caso è la nostra forza. Abbiamo statuti e regolamenti, e li rispettiamo. Ma abbiamo anche la capacità di metterci continuamente in discussione e di cercare sempre la soluzione migliore, la strada giusta per il momento che stiamo vivendo. All’inizio della nostra storia e per molti anni la scelta di nominare i dirigenti è stata vincente. Dico di più: è stata democratica! Eravamo un’altra associazione, molto meno politica e con poca voglia di partecipare da parte dei soci. La stesura dei programmi, le candidature, i congressi di condotta sarebbero stati inutili sovrastrutture. Oggi sarebbe inconcepibile la scelta di un gruppo dirigente locale fatta dalla sede o dalla segreteria nazionale. In Slow Food Internazionale non è ancora maturo un discorso di questo genere ed è giusto pertanto affidarci all’intuito di Carlo Petrini. Tra l’altro credo che Edie sia il miglior investimento per il futuro di Slow Food nel mondo e gli darò tutto il supporto possibile.

All’inizio della nostra storia e per molti anni
la scelta di nominare i dirigenti è stata
vincente. Dico di più: è stata democratica!

Quindi qualche idea su cosa fare nel futuro già ce l’ha?
Come no! C’è un mandato internazionale da completare e io siedo nel comitato esecutivo che scadrà nell’autunno 2016 e che si è dato l’obiettivo dei tre 10.000: 10.000 orti in Africa, 10.000 prodotti sull’Arca del Gusto, 10.000 nodi della nostra rete. Poi mi piacerebbe occupare il tempo del mio volontariato che libererò dagli impegni nazionali per dedicarmi alla condotta di Bra e a Slow Food Piemonte. Se c’è una cosa che mi hanno insegnato questi otto anni da presidente di Slow Food Italia, è che la nostra partita si vince o si perde a livello locale, territorio per territorio. E quindi il mio passo successivo, la naturale conseguenza di otto anni ai vertici, è riversare tutta l’esperienza che ho maturato nella comunità in cui vivo.

 
Ultima domanda: come sono stati questi otto anni?
Meravigliosi. Diversi da come me li immaginavo. Più facili del previsto nel tenere il timone, perché in tanti mi hanno aiutato rendendo più leggera quella che sembrava all’inizio l’incombenza più grave. Più difficili per il contesto: nel giugno 2006, quando sono stato eletto a San Remo, non c’erano ancora le avvisaglie della grande crisi che sarebbe arrivata di lì a poco. Poi ci sarebbero tanti ragionamenti da fare sulle diverse sfaccettature di questo ruolo, ma se devo chiudere in poche parole…

 
Sì, per cortesia. Sta finendo la pagina.
… allora ripeto che sono stati anni bellissimi, molto impegnativi ma impagabili per le esperienze che ho fatto e i momenti che ho vissuto. Il momento più bello forse rimane il Congresso