E cinque! Slow Wine alla quinta

di Giancarlo Gariglio

La guida Slow Wine è giunta alla sua quinta edizione. Un arco di vita piuttosto breve, se confrontato con quello di Osterie d’Italia, che quest’anno spegne le sue prime venticinque candeline. Però in questo lustro sono accadute tante cose nel mondo del vino, abbiamo raccontato grandi cambiamenti che hanno modificato profondamente il tessuto produttivo del nostro Paese. E ora abbiamo di fronte nuove stimolanti sfide

Quando siamo partiti con la prima edizione di Slow Wine il fenomeno del vino “naturale” aveva raggiunto il suo apice, con una vivacità probabilmente inaspettata e per questo motivo forse aveva preso alla sprovvista i suoi stessi protagonisti. Come tutti i cambiamenti drastici – non utilizzerei in questo caso il termine rivoluzione – l’entusiasmo era molto alto sia tra i produttori sia tra gli addetti ai lavori. Pareva che quella fosse anche la strada per riportare molti giovani ad appassionarsi al vino, che rischiava di trasformarsi in un p rodotto eccessivamente alto, lontano dalle tematiche più innovative che stavano investendo l’enogastronomia. Pensiamo per esempio alla sostenibilità ambientale e al sempre maggiore peso assunto dall’attenzione alla salubrità dei cibi. Insomma, il vino “naturale” stava facendo saltare il banco. Mentre studiavamo le caratteristiche della nuova guida – uno dei momenti più esaltanti per chi fa un lavoro come il nostro – avevamo di fronte a noi due strade. La prima era cavalcare la tigre e inserire nella nostra pubblicazione solo un certo tipo di cantine, escludendo una buona parte della produzione italiana. Altrimenti, pur dovendo affrontare le legittime critiche dei “puristi”, si poteva realizzare una guida che “guidasse” sia i consumatori sia i vignaioli verso un’agricoltura differente, fatta di maggiore sensibilità verso i valori, traducibili in tecniche e pratiche, che ci stavano maggiormente a cuore: abbattimento dell’uso dei diserbanti, uso ragionato della chimica in campo e in cantina, espressioni organolettiche il più vicino possibile al territorio e al vitigno di origine dei vini. Noi optammo per la seconda via: quella probabilmente meno popolare in quel momento.

Ora possiamo trarre le prime conclusioni. Slow Wine in questi cinque anni è cresciuta nel numero di copie vendute e anche nella percezione del consumatore. Ma la nostra vittoria più importante è che abbiamo contribuito a innescare un cambiamento positivo. Le cantine certificate biologiche presenti nella nostra guida sono passate da un quinto a oltre un terzo, con un balzo che ha del prodigioso. Anche in zone poco inclini a prendere in considerazione certe pratiche agricole, come tutto il Nord Italia, ci sono aziende di primissimo piano che hanno iniziato il percorso di certificazione. Una vera e propria valanga che pare inarrestabile e coinvolge anche territori di assoluta eccellenza, tanto che si sta parlando in questi ultimi mesi del Cannubi bio, ovvero di riuscire a certificare come biologico l’intero cru di Barolo. Questa sarebbe sicuramente una vittoria di grande portata e un esempio per tutti i vignaioli di una delle denominazioni più prestigiose del nostro Paese. Quali i motivi di questa inversione di rotta? Buona parte del merito arriva dal boom di esportazioni che in questi cinque anni ha investito la nostra enologia, passata da un valore di merce venduta all’estero che non superava i 3 miliardi di euro ai quasi 5 attuali. I mercati più importanti, Stati Uniti e Germania su tutti, sono molto sensibili ai richiami della sostenibilità ambientale e all’organic, ma sono altrettanto diffidenti verso forme di autocertificazione e labili definizioni come quella di “naturale”. Gli importatori hanno sicuramente avuto il loro peso nel convincere i nostri vignaioli a compiere un salto di qualità e ad abbracciare sistemi di coltivazione meno interventisti. La direzione è quella e pare certo che non si possa tornare indietro. Un limite evidente della nostra opera di narratori del vino italiano è legata al successo clamoroso di alcune zone e alla crisi tremenda in cui versano le denominazioni meno conosciute e marginali. Barolo, Brunello, Amarone, Prosecco trainano i mercati, ma non siamo ancora riusciti a far passare il messaggio che l’Italia è tanto altro. Questo è dovuto all’influenza decisiva che la critica internazionale ha sul vino italiano. I nostri colleghi americani, inglesi, tedeschi si concentrano, come è inevitabile, sui vini più celebri, perché è molto complicato allargare il proprio raggio d’azione, visto che giudicano i vini di mezzo mondo e spesso e volentieri non abitano in Italia. Ci dobbiamo allora porre l’obiettivo di riuscire a parlare ai mercati esteri con un punto di vista italiano, che racconti l’enologia del nostro Paese a trecentosessanta gradi. Per questo motivo è nata la nostra rivista digitale Slow Wine Magazine, tradotta in inglese e tedesco. Un esperimento che sta incontrando grandi apprezzamenti e che esce al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre con un numero tutto nuovo dedicato a Barolo e Barbaresco, ma anche al Verdicchio dei Castelli di Jesi, sperimentando la sua tenuta negli anni, all’Aglianico del Vulture e al Montepulciano d’Abruzzo di Valentini (degustato in una verticale imperdibile). I prossimi cinque anni ci vedranno impegnati anche in questa nuova opera, che speriamo abbia la stessa fortuna che ha avuto la guida Slow Wine. La rotta è segnata, si cresce piano, ma con costanza.