«È l’estro del birraio a fare la differenza»

Intervista a Leonardo Di Vincenzo, fondatore di Birra del Borgo, dopo l’acquisizione da parte del colosso AbInbev

di Luca Giaccone ed Eugenio Signoroni

Il 2016 verrà ricordato come un anno decisivo nella storia della birra italiana. Il motivo non è solo l’uscita della Guida Birre d’Italia 2017, che potete acquistare in libreria o su www.slowfoodeditore.it. La notizia che ha davvero sconvolto il settore è che alla fine di aprile Birra del Borgo, uno dei migliori birrifici italiani, è stato ceduto alla Anheuser-Bush InBev, leader mondiale del settore brassicolo. Quella che ha riguardato la creatura del birraio Leonardo Di Vincenzo è solo l’ultima di una serie di acquisizioni operate dalle multinazionali del settore in giro per il mondo, ma è la prima in Italia.
La notizia ha destato grande scalpore e tante sono state le polemiche che l’hanno accompagnata. Proviamo a ricostruire cosa è successo facendo un salto indietro nel tempo. Da qualche anno le multinazionali della birra perdono mercato a favore dei produttori artigianali (l’ultimo report dell’americana Brewers Association mostra come nel 2015 le birre artigianali rappresentino il 13% del mercato della birra in volume e il 23,6% in valore). Questa tendenza ha obbligato i grandi gruppi della birra a correre ai ripari, con modalità  diverse. Quella che ha colpito di più per l’impatto sul comparto e sui consumatori è stata l’acquisizione di quote o di interi birrifici artigianali da parte di gruppi come Ab-InBev, Heineken, Carlsberg.

Il primo attore a muoversi in questo senso è stato proprio Ab-I che nel 2011 ha acquisito il birrificio statunitense Goose Island e ha continuato sempre negli Usa con 10 Barrels, Blue Point, Elysian, per spostarsi in Europa con il londinese Camden Town. Non c’è dubbio però che di tutte le acquisizioni a fare maggior rumore sia stata quella avvenuta alla fine del 2015, quando Ballast Point è stata venduta al gruppo Constellation Brands per un miliardo di dollari.
Nell’operazione Birra del Borgo, sebbene non si conoscano le cifre ufficiali, si è lontani da questi numeri, ma non per questo le reazioni sono state più pacate. Partendo dai fatti: Ab-I ha acquisito il 100% di Birra del Borgo e nominato il suo fondatore, Leonardo Di Vincenzo, amministratore delegato. Venendo alle dichiarazioni, invece, a Borgorose (sede di Birra del Borgo) e dal quartier generale di AbI-Italia assicurano che tutto resterà come è sempre stato. Eppure c’è chi non ci crede.
La principale critica mossa a Leonardo è di essersi “venduto al nemico” e di aver rinunciato alla propria indipendenza, fattore indispensabile – per gli appassionati ma anche per una legge che sta per essere approvata in Parlamento – perché un birrificio possa definirsi artigianale. «Indipendent is the new craft» recita uno slogan molto utilizzato nei Paesi anglossassoni. La teoria di chi contesta la scelta di Leonardo è che solo essendo indipendenti, e quindi non schiavi delle logiche economiche di un grande gruppo, si possono produrre birre figlie di passione e creatività.

Leonardo, è così?
Bella domanda… Cosa dire? L’indipendenza ha certamente un ruolo importantissimo perché consente a chi produce di muoversi e di fare le proprie scelte in totale libertà, senza dover rispondere a nessuno se non a se stessi. Secondo me, però, un ruolo importantissimo ce l’ha la dimensione del birrificio. Fino a quando si è piccoli ci si può permettere di essere veramente indipendenti.
Nel momento in cui si cresce, per forza di cose, bisogna tenere conto di nuovi fattori. Si diventa dipendenti innanzitutto dal mercato, che determina cosa si può produrre e cosa invece va abbandonato (magari perché troppo costoso e poco redditizio), e poi dai fondi di investimento o dalle banche. Un birrificio che si trova in questa condizione formalmente resta indipendente ma nei fatti non lo è.

Per anni si è costruita una distinzione netta tra la birra industriale e quella artigianale. Una sorta di guerra tra i cattivi e i buoni. Ha ancora senso questa distinzione? Ne ha mai avuto?
In realtà nella produzione della birra è davvero complicato distinguere cosa è industriale e cosa artigianale. Questa difficoltà è legata al processo di produzione della birra, che di per sé è industriale. Tempo fa, per sostenere la nostra battaglia di artigiani, si faceva forza sulla filtrazione, sulla rifermentazione in bottiglia o in fusto, sulle piccole dimensioni. Oggi però questi processi sono altamente diffusi anche tra gli industriali e non possono più essere i fattori per operare un distinguo netto. Tantomeno possono esserlo, a mio parere, le dimensioni. Se così fosse molti dei birrifici americani non lo sarebbero. Io credo che la differenza tra un prodotto fatto dall’industria e quello di un piccolo produttore sia legata al prodotto stesso. È l’estro del birraio a fare la differenza, la sua capacità di fare qualcosa di nuovo e di diverso da quello che esiste. In altre parole la grande differenza la fa la presenza di un birraio che determina decisioni e carattere delle birre.

Proprio su questo punto si sono scatenate molte critiche. Gli appassionati si chiedono, infatti, perché una multinazionale dovrebbe essere interessata a sostenere la creatività di un birrificio artigianale invece che farlo chiudere o ridimensionarne pesantemente il peso sul mercato. Tu che risposta dai?
L’industria sa benissimo che nel momento in cui decidesse di applicare i propri principi e metodi economico-strutturali alla produzione artigianale questa ne uscirebbe indebolita, se non del tutto a pezzi. Io sono però convinto che questa non sia la strategia che i grandi gruppi intendono adottare. Alla luce del grande successo delle produzioni artigianali, infatti, i grandi gruppi si sono resi conto che queste rappresentano un nodo centrale per lo sviluppo, anche economico, del settore birrario.
Ridimensionare questa diversità sarebbe un autogoal, un errore perché la domanda continuerà anche in futuro a cercare soprattutto diversità. Il ruolo dell’industria è valorizzare i produttori artigianali che acquisisce, aiutandoli a essere ancora più creativi di quanto non fossero in precedenza. È il suo modo di ripristinare e promuovere la diversità: non modificando i loro prodotti ma diventando proprietaria di chi ha dimostrato di essere in grado di farlo al meglio.

Molti si chiedono se quello che tu dici avverrà realmente. Puoi riassumerci cosa è avvenuto a quei birrifici che prima di Birra del Borgo hanno deciso di fare questo passo?
Quando nel 2011 AbInbev ha acquisito Goose Island [birrificio craft di Chicago, ai tempi uno dei più celebrati degli Stati Uniti, ndr] è intervenuta pesantemente. Diciamo che Ab-I si è comportata come avrebbe fatto per qualsiasi altro tipo di acquisizione, senza preoccuparsi troppo del fatto che il birrificio acquisito avesse dinamiche e necessità particolari. C’è da dire che dopo qualche tempo Ab-I ha riparato agli errori commessi in quell’occasione e che, a dimostrazione di ciò, tutte le acquisizioni avvenute in seguito sono state gestite in modo molto diverso: l’intervento da parte della multinazionale è stato molto più leggero e la struttura è stata lasciata pressoché invariata. Nelle acquisizioni di oggi, si può dire che il loro ruolo sia più di supporto che non da proprietario.

Quale pensi sarà il futuro del movimento artigianale italiano? Quali conseguenze potrà avere sul sistema l’operazione che vi ha visto protagonisti?
È una domanda difficile. Difficile soprattutto perché la velocità con cui sta cambiando il panorama della birra nel mondo ci impedisce di fare previsioni a lungo periodo. Fino a dieci anni fa questo era un movimento carbonaro mentre oggi è un fenomeno estremamente diffuso. Quello che oggi vedo è che gli attori stanno crescendo in modo rapidissimo, ma non il mercato, che soprattutto in Italia resta limitato. Quello che mi aspetto per il futuro non lo so per certo, immagino due scenari possibili: il primo è che l’industria si metta a fare birre con la qualità che hanno oggi i piccoli produttori; il secondo è che il mercato si contragga e sopravvivano solo quelli veramente piccoli e alcuni di quelli più grandi, anche grazie ai finanziamenti dei gruppi di maggior peso.

Per gran parte del pubblico non appassionato la birra artigianale, pur interessante, resta un prodotto da portare all’amico in occasioni speciali. Questo probabilmente è legato al  prezzo, considerato troppo alto. Tu nei giorni dopo l’acquisizione hai più volte dichiarato che per sopravvivere i birrifici devono trovare nuovi spazi anche e innanzitutto nei mercati dove sono già presenti. Credi che si andrà quindi verso un abbassamento dei prezzi? Questo non modificherà profondamente il mercato?
Oggi c’è una forte tendenza ad andarsi a posizionare nei mercati dove la birra artigianale esiste già. È invece necessario fare crescere la cultura birraria, così da aprire nuovi spazi di mercato, anche per quel pubblico che non si è ancora avvicinato. Non basta abbassare il prezzo, bisogna raccontare l’unicità del prodotto. Bisogna far diventare la birra di qualità un prodotto quotidiano, un prodotto potenzialmente mainstream, facile da avvicinare e da trovare. La questione non è il prezzo ma quanto si riesca a penetrare il mercato. Il principale limite che vedo a una diffusione più ampia della birra è che i birrifici localmente faticano a crescere e quindi puntano su altri territori, magari pensando che il mercato locale possa essere sostituito dall’esportazione. Ma così non è, bisogna, secondo me, investire sul proprio territorio, creando affezione verso la birra locale.

Questa è anche la vostra strategia?
Assolutamente. Investire molto sul territorio e fare molta cultura sui luoghi più lontani per creare anche là affezione e domanda di quel particolare prodotto, questa è l’idea.

I Paesi stranieri, in particolare gli Stati Uniti, hanno guardato da sempre al nostro mercato con enorme interesse, eppure tu sostieni che non possa essere quella la soluzione per i birrifici artigianali. Puoi dirci perché?
La difficoltà enorme quando ci si approccia sui mercati esteri è che la concorrenza non è solo composta da birrifici italiani, anzi, i principali competitor sono quelli del posto, che hanno grandi vantaggi. I birrifici italiani all’estero, infatti, devono garantire innanzitutto che il proprio prodotto anche a chilometri di distanza sia lo stesso, non abbia problemi di conservazione. Poi c’è il problema del differenziarsi: nel mondo della birra lo stesso stile è replicabile ovunque e quindi penetrare il mercato con una Ipa negli Usa per esempio è complicatissimo. Perché un newyorchese dovrebbe bere la ReAle quando ha un numero sterminato di Apa di birrifici a lui vicini? Il discorso è diverso per quei birrifici che hanno prodotti unici e particolari (penso a Montegioco, Barley o Loverbeer, solo per fare dei nomi). Chi si trova in questa condizione ha vita più facile, ma non basta, perché a crescere è solo una piccola nicchia. La soluzione, quindi, come ho detto prima è stare sul proprio territorio e nel proprio Paese, diffondendo quanto più possibile l’idea che la birra è un prodotto diverso da quello a cui la maggior parte della gente è abituata.

Dopo aver ascoltato le risposte di Leonardo è necessario che anche noi diciamo come vediamo questa vicenda. È evidente che la notizia della vendita di quello che consideriamo uno dei migliori birrifici in Italia a un colosso come Ab-I ci ha scosso. La notizia di un bravo artigiano che per poter proseguire la propria attività con serenità deve cercare l’appoggio economico dell’industria non può essere vissuta da noi con gioia: non crediamo che questo sia il modello da seguire e auspichiamo che non sia questo il futuro della birra artigianale. Allo stesso modo diciamo con chiarezza che AbInbev non è diventato migliore solo per il fatto di aver acquisito Birra del Borgo e un ottimo birraio quale è Leonardo. La nostra attenzione continuerà a essere rivolta in particolare verso i birrifici artigianali e indipendenti.
Ciò premesso, come abbiamo fatto anche in passato, abbiamo deciso di attendere, di vedere cosa succederà realmente. Abbiamo deciso di lasciare che sia il tempo a dirci se quanto Leonardo ci ha assicurato si compirà davvero.
Per questo non boicotteremo Birra del Borgo in alcun modo. Continueremo ad assaggiare le sue birre per la nostra guida, continueremo a presentarle nelle nostre degustazioni e a invitare Leonardo ai nostri eventi. Osserveremo quanto avverrà con attenzione e curiosità, e lo racconteremo senza preclusione alcuna, come abbiamo sempre fatto e come riteniamo sia doveroso fare.