Expo-advisor Le opinioni del mondo slow

Contro ogni previsione, Expo ad agosto è stata una sorpresa, con
un aumento di visitatori, anche stranieri – finalmente –, che hanno
sfidato il caldo per venire a Milano e visitare l’Esposizione universale,
animati dalla voglia di vedere come il tema “Nutrire il pianeta”
sia stato approfondito dai diversi Paesi, o semplicemente per provare
un’esperienza diversa, passeggiando fra i padiglioni.
Un bilancio sempre più definito lo hanno fatto in tanti giornali: siti,
media. Anche noi, a più riprese, anche su queste pagine dove oggi
proponiamo una lettura a più voci.

Federica Bolla è fra coloro che Expo la conoscono meglio, per il fatto stesso di averci lavorato a lungo, prima che l’evento iniziasse, e di trascorrervi buona parte del suo tempo. Si può dire, in effetti, che la nostra Expo l’abbia vista nascere quando era ancora un progetto embrionale, vedendola arricchirsi di sempre più elementi. Passandovi così tante ore Federica è anche colei che più di ogni altro ha modo di raccogliere le opinioni dei visitatori che tutti i giorni transitano nel nostro stand. «Sono in molti a rimarcare che, in generale, questa Expo ha messo in luce tutta una serie di contenuti poco attinenti al tema che si era proposta di sviluppare. È vero, ci sono padiglioni particolarmente interessanti, come la Germania, che è stata in grado di proporre dei contenuti forti, o la Svizzera, per il suo modo immediato e divertente di affrontare la domanda “(di cibo) ce n’è per tutti?”. Altrove, però, la visita diventa deludente perché il tema è stato affrontato troppo superficialmente, ammesso che sia stato affrontato… Anche i cluster tematici, che pure hanno un bell’approccio narrativo nelle parti comuni, non risultano così interessanti se si visitano le aree dei Paesi che li compongono. Faccio un esempio: il cluster tuberi e cereali spiega bene le questioni storiche, commerciali e alimentari inerenti il mais, il grano, l’orzo… Però entrando nel padiglione del Venezuela, della Bolivia o di uno a caso fra gli altri Paesi rappresentati prevarrà un senso di delusione. Quanto a noi, mi sento di poter dire che la struttura generale del padiglione, che pure è molto bella, avrebbe dovuto essere un po’ diversa per invitare un maggior numero di visitatori. E poi, guardandomi intorno, mi dico anche che sarebbe stato bello misurarsi con un ristorante vero e proprio oppure con un mercato dei produttori…». Le fa eco Valter Bordo, che da un paio di mesi è diventato uno degli “expo-residenti”. Valter vanta un record particolare perché, dopo Giuseppe Sala, ovviamente, è uno dei pochi ad avere visitato tutti i padiglioni del sito espositivo. Tutti! «Mi ci sono volute due settimane per farlo e ho concluso oggi il mio giro con la Repubblica Ceca, che ha sviluppato un tema interessante e originale: il silenzio. Il principio del padiglione, infatti, è che il rumore, in un certo senso, disturberebbe la crescita delle piante. Va detto, però, che chi viene a Expo con animo puro, con l’intenzione di scoprire veramente come potremo nutrire il pianeta senza esaurirne le risorse, è un po’ come se andasse alla ricerca del sacro Graal. Personalmente ho trovato vincenti quei padiglioni che hanno puntato sulla “semplicità”, su una sola idea sviluppata in modo efficace e immediato. Per esempio l’Austria, che ha riprodotto una foresta austriaca in scala ridotta che fornisce 62,5 chili di ossigeno fresco ogni ora – il quantitativo utile ai polmoni di 1800 visitatori al giorno. Molto belli e interessanti sono anche il “Tavolo della condivisione” proposto dal padiglione della Santa Sede, il modo didattico in cui il Principato di Monaco affronta il tema del benessere dei mari e delle risorse ittiche, o ancora la rete interattiva del Brasile che collega i tre piani del padiglione. Per quanto riguarda Slow Food, concordo con Federica. Il nostro padiglione è molto bello, ma non è molto visibile e riesce difficile attirarvi un pubblico che, mediamente, è meno attento e preparato rispetto a quello che frequenta abitualmente i nostri eventi. Sul fronte degustazioni, si è rivelata vincente l’idea dell’aperitivo slow, che soprattutto in quest’ultimo mese ha avuto ottimi riscontri».

Nino Pascale, invece, a Expo non ci è stato altro che “a spot”, tuttavia nota, come molti nel mondo slow e non solo, «una dicotomia che vede contrapposti la qualità organizzativa da una parte e la povertà di contenuti dall’altra. Pur non avendola visitato in modo approfondito, l’impressione prevalente è che l’evento risponda più a logiche commerciale che all’esigenza di sviluppare il tema proposto… Anche io, come altri colleghi, resto dell’idea che non tutti i Paesi ospitati si siano davvero posti la domanda di come nutrire il pianeta. Poi ci sono ovviamente delle belle eccezioni, come il padiglione della Santa Sede o quello della Svizzera. Per Slow Food, invece, a parte la mostra “Scopri la biodiversità”, che è bellissima e sviluppa bene il tema che ci siamo dati, vorrei sottolineare il successo delle attività educative, che è un segnale a mio avviso incoraggiante e rispondente alla nostra missione. Vedere la fila di bambini e ragazzi iscritti alle nostre attività ludiche o osservarli che passeggiano nell’orto con curiosità è un’autentica gioia per gli occhi». Roberto Burdese, invece, ha una visione decisamente più critica sull’organizzazione dell’evento. «Il bilancio del padiglione Slow Food è in chiaroscuro. Sulla nostra partecipazione pesa uno dei più gravi ed evidenti deficit organizzativi di Expo: l’ingresso Est/Roserio, che doveva dirottare sull’estremità orientale del Decumano almeno il 30% dei visitatori attesi (100 000 di media al giorno), sin dal primo giorno non ha funzionato e se va bene registra un decimo dei passaggi attesi. Ne consegue che tutta l’area orientale soffre di una sorta di “sovradimensionamento” rispetto al numero effettivo di persone che ospita quotidianamente. D’altro canto, però, sono anche tanti i motivi di soddisfazione. Per esempio, la presenza di molti giornalisti stranieri che hanno visitato il nostro padiglione, il palinsesto dello Slow Food Theater, che sta altamente qualificando la nostra partecipazione, o ancora l’orto, che è un autentico spettacolo. È vero, avremmo dormito sonni più tranquilli se anche le degustazioni avessero funzionato meglio, ma in generale siamo contenti di come abbiamo lavorato, raccontando le nostre storie, rispondendo al tema e mantenendo la promessa che ci eravamo fatti prima che Expo iniziasse».