Il prossimo presidente…

Intervista doppia
a Gaetano Pascale e Cinzia
Scaffidi

di Carlo Bogliotti

fotografie di Marcello Marengo

Per la prima volta nella sua storia Slow Food Italia si presenta a congresso con due candidati (e relative squadre di dirigenti) al ruolo di presidente. Un cambiamento non da poco rispetto al passato, che invita, quanto meno, al dibattito e a ragionare sulle priorità dell’associazione. Noi di Slow, per agevolare il percorso e dare a tutti i soci qualche strumento in più di valutazione, abbiamo voluto cimentarci con un’intervista doppia ai due candidati capofila, facendo le stesse domande a entrambi e cercando di mantenere la giusta equidistanza che si richiede in queste occasioni. Ma a dirla tutta, in fondo, volevamo fare lo scoop di intervistare il prossimo presidente in anteprima…

Quale sarà la prima cosa che farai se sarai eletta/o presidente con la tua squadra?

 

«Oggi Slow Food è in possesso di un patrimonio immenso, costituito dalle tante persone – dirigenti, dipendenti, soci – che hanno voglia ed energia da spendere per una buona causa. Trovo perciò che sia doveroso, per prima cosa, fare in modo che tutte queste persone siano messe nelle migliori condizioni per poter dare il proprio contributo, a prescindere da come siano “schierate” in questa fase congressuale. Per il resto credo che sarà il Congresso a stabilire, oltre che a chi affidare il governo dell’associazione, le priorità con cui procedere».

 

«Vorremmo dedicare le prime settimane a incontrare almeno i comitati di condotta e le segreterie regionali. Sarebbe un pieno di carburante – idee, critiche, proposte, visioni –, prima di avviarci, tutti insieme, in un viaggio di quattro anni».

Riassumi il tuo programma in tre parole. 

«Concretezza, condivisione, partecipazione».

«Apertura, politica, formazione».

Se potessi riuscire a realizzare soltanto una cosa di quelle che ti sei prefissato per i prossimi quattro anni, cosa sceglieresti?

«Senza dubbio rinforzare e rendere più
capillare la rete di Terra Madre con le sue
comunità del cibo. Ci sono ancora tanti
agricoltori, allevatori, pescatori, artigiani da
coinvolgere nei nostri progetti e il censimento
che abbiamo inserito nel programma è
funzionale a tale scopo. Solo in questo modo
potremo migliorare i sistemi di produzione, di
distribuzione e di consumo del cibo, arrivando
a far sì che il cibo “buono, pulito e giusto”
diventi cibo quotidiano per una fascia di
popolazione sempre più ampia».

«La crescita, nell’associazione, di
consapevolezza, competenze e conoscenza, a
tutti i livelli, anche di staff».

È la prima volta che andiamo a congresso con due candidati a presidente. 
Ci spieghi che cosa ci ha portati ad avere due liste?

«Il cambio di presidenza è una delle condizioni che hanno favorito la creazione di due liste. Se il presidente uscente, Roberto Burdese, si fosse ricandidato, certamente non ci sarebbe stata una candidatura alternativa. Un’altra condizione è stata la necessità di avere una “squadra” collegata al candidato presidente e quindi una modalità nuova anche nella selezione della dirigenza. Il resto lo hanno fatto i differenti punti vista, presenti già da tempo nel nostro corpo associativo, sul percorso più adatto per raggiungere i nostri obiettivi».

«Le priorità e le persone. Le priorità per la nostra squadra sono le relazioni. Slow Food Italia oggi può dedicarsi alla cultura delle relazioni: dentro l’associazione, tra associazione e staff, tra produttori e consumatori, tra produzione e risorse, tra consumi e conseguenze ambientali e sociali. Il Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre del 2012 titolava Cibi che cambiano il mondo. Ma non sono in sé i cibi a fare il cambiamento, in meglio o in peggio, sono le relazioni che essi implicano. L’altra squadra, invece, mi è sempre parsa sempre più orientata alla gestione, all’operatività, alla misurabilità degli obiettivi. Stiamo tutti nella medesima cornice concettuale e valoriale, ma è importante evidenziare le rispettive priorità, perché dipendono da sensibilità politiche, storie associative e competenze che invece, tra le due squadre, sono molto diverse. Sulle persone: io ho ricevuto, da più parti, incoraggiamenti a candidarmi come presidente. Per l’altro gruppo invece avere un presidente “non di Bra” era fondamentale. Ma penso sia tempo di mettere le mie capacità (tra cui quella di formare una squadra) a disposizione del massimo livello di dirigenza. In questo Paese una donna che accetta di  proporsi, senza attendere che qualcuno la “scelga”, crea ancora un po’ di irritazione. Ma il mio percorso formativo è maturo e, assieme al resto della squadra (peraltro a maggioranza rosa), pensiamo di poter rendere un buon servizio a Slow Food Italia».

Quanto di positivo e quanto di negativo c’è nell’avere due candidature?

«La possibilità di avere alternative determina sempre la necessità (ma anche la volontà) di informarsi, di discutere e di approfondire, da parte della base associativa. E questo è senza dubbio positivo. Di negativo invece ci sono i rischi connessi alla formazione di schieramenti “per partito preso” tra i nostri soci e tra i dirigenti sui territori, schieramenti che potrebbero restare anche dopo il Congresso. Ecco perché in questa fase tutti i candidati dovranno assumere un atteggiamento responsabile in tutto il percorso che ci accompagna fino al 10 e 11 maggio prossimi».

«Positivo: ci si confronta, si parla di politica e chi viene eletto ha più responsabilità e motivazione. Quando abbiamo votato Roberto Burdese, nel 2006 e nel 2010, abbiamo fatto la cosa migliore per quella fase e, anche grazie a lui, sono stati otto anni importanti. Ora siamo pronti per il livello successivo. Questa ondata di interesse verso le politiche associative è una meraviglia. Con qualche polemica, qualche attrito, certo, ma è un ben piccolo prezzo per la partecipazione di tanti a un momento straordinario.
Negativo: … nulla. I confronti sono momenti positivi, di energia e di scambio. Parte del senso stesso della convivenza umana sta nell’avere diverse opinioni».

Quali sono le principali differenze tra i due programmi presentati?

«L’impostazione dei due programmi mi sembra sensibilmente diversa. Da una parte c’è una maggiore attenzione all’elaborazione teorica e alla comunicazione dei messaggi, mentre l’analisi è più sfumata, con obiettivi ambiziosi ma non sempre quantificati. Da parte nostra abbiamo privilegiato un approccio più concreto, descrivendo dettagliatamente lo scenario prima e le modalità organizzative e operative poi, con obiettivi chiari e misurabili».

«Leggo Seminiamo il futuro come il documento della continuità e della concretezza: nelle prime 32 pagine dà una visione consuntiva su quel che siamo e abbiamo fatto finora, e le ultime 13 sono poi molto operative, anche se immagino che le decisioni, a quel livello di dettaglio, verrebbero poi dagli organismi dirigenti. Il nostro programma, forse, appare meno concreto, ma l’obiettivo era porre questioni di principio, visioni politiche di fondo, prospettive culturali per il futuro. Condivise quelle, poi si lavora, assieme ai territori, sulle cose da fare. Le idee non ci mancano, ma un documento congressuale deve chiarire l’orientamento culturale e politico-associativo di chi si candida».

Descrivi la tua “squadra”, come si è formata, perché ci sono quelle persone.

«La squadra dei cinque candidati si è formata in seno a un gruppo più ampio che da qualche mese stava discutendo sull’assetto della governance futura di Slow Food Italia. La composizione e i ruoli di ciascuno sono stati scelti da tutto questo gruppo, utilizzando soprattutto criteri di storia associativa e competenze. Tutte e cinque le persone della nostra squadra hanno già maturato esperienze di governo associativo molto importanti e hanno lavorato su progetti territoriali. Insomma non abbiamo fatto scelte per “affinità elettive” fra i candidati, ma il feeling fra noi è eccellente».

«La squadra è uscita dalle riflessioni di un gruppo ampio. L’abbiamo immaginata come una persona, con tante qualità. La concretezza e la pazienza dell’analisi formale di Daniela Rubino, la capacità di mediare e di organizzare di Laura Ciacci, le competenze scientifiche e l’estro relazionale di Silvio Greco, l’esperienza di formatore e la leggerezza (anche per ragioni anagrafiche) di bagaglio di Francesco Mele. Io ci metto la mia storia lavorativa dentro e fuori Slow Food, le competenze sui contenuti e la visione d’insieme. Nessuno si è autocandidato: quasi tutti i componenti inizialmente non programmavano di entrare in una squadra nazionale. Ma, ragionandoci insieme, abbiamo deciso di metterci a disposizione».

Amiamo dire che il cibo è politica. Facciamo politica e siamo fieri di farlo in modo nuovo e originale. Ma le istituzioni non sempre ragionano come noi. Come credi che riusciremo a portare la nostra idea di politica dentro le “stanze dei bottoni”?

«Sarà fondamentale riuscire a guadagnare credibilità innanzitutto nella società civile, in questo modo le istituzioni saranno più propense ad ascoltarci e magari perfino a coinvolgerci nei processi che riguardano il quadro normativo dei sistemi alimentari. Inoltre sarà molto importante trovare, sui temi che metteremo in agenda, degli alleati fra le altre associazioni e le organizzazioni disposte con noi a portare avanti talune battaglie».

«Lo facciamo da tempo, e vogliamo continuare a farlo, in due modi: 1. (ri)costruendo, presso i cittadini, la cultura del cibo. Il cibo deve diventare centrale anche nelle scelte elettorali. I candidati ci dicano cosa pensano del cibo (quindi di ambiente, salute, ogm, sementi, fame, etichette…) e vedremo se votarli; 2. andandoci noi, in quelle stanze: dobbiamo diventare sempre più influenti, culturalmente. È la Cultura che deve orientare la Politica. Se invertiamo i fattori… si perdono le maiuscole».

Qual è la principale novità che pensi di introdurre se dovessi diventare presidente?

«La novità sostanziale nel nostro programma, dal punto di vista organizzativo, è rappresentata dalle Commissioni. Attualmente nei nostri due principali organi dirigenti, la Segreteria nazionale e il Consiglio nazionale, tutti i componenti sono chiamati a pronunciarsi su tutto, dai bilanci alla biodiversità, dall’educazione alla comunicazione. Si tratta di ambiti che evidentemente richiedono esperienze e competenze specifiche, le Commissioni perciò rispondono all’esigenza di poter affrontare tutti i nodi sul piano tecnico, prima di trasferirli su quello politico. In questo modo il Consiglio nazionale sarà svincolato dalla necessità di discutere su argomenti troppo tecnici, e potrà dedicare più tempo all’elaborazione, all’indirizzo e all’approvazione delle politiche associative».

«La… confusione! Mi piacerebbe che arrivassimo a non sapere più se stiamo lavorando per Internazionale o per l’Italia, per l’Università di Pollenzo o l’associazione, e se lo stiamo facendo perché ne ricaviamo uno stipendio o perché è il nostro hobby».

Qual è la qualità che riconosci all’altro candidato a presidente?

«Ritengo che Cinzia abbia tante qualità, in ambito associativo le riconosco certamente una notevole capacità di elaborazione teorica e una naturale propensione alle pubbliche relazioni, sia con il mondo accademico sia con le istituzioni».

«Ne ha molte: Nino è un agronomo competente, e guarda alla realtà con attenzione e senza pregiudizi. Se devo isolare un suo pregio scelgo la capacità di mediazione».

Come ti immagini Slow food nel 2018?

«Per mia natura sono ottimista, perciò penso che fra quattro anni Slow Food sarà ancora più autorevole rispetto a oggi, con una maggiore capacità di incidere sui sistemi alimentari locali, nazionali e internazionali. Inoltre credo che le comunità di Terra Madre saranno entrate ancora di più nel nostro agire quotidiano, avremo più produttori e più prodotti da sostenere ma anche più alleati al nostro fianco».

«Leggera, ma forte e ancora più autorevole; e allegra, accogliente, trasparente e solidale. Con tanti soci – in Italia spero almeno il triplo degli attuali – e migliaia di versioni nel mondo: tante identità definite che si riconoscono però come un’unica associazione. Slow Food Italia in questo sistema è un hub, un passante di idee, esperienze, competenze».

Qual è il ricordo più intenso che ti porti dentro di tutta la tua esperienza da “slowfoodista”? 

«Tra i tanti, sono due i ricordi che più degli altri mi porto dentro. Il primo è stato il Congresso Nazionale di Riva del Garda nel 2002, e in particolare la relazione conclusiva di Carlo Petrini. Era il primo Congresso a cui partecipavo da fiduciario, avevo sentito altre volte Carlin, ma la carica emotiva che mise in quel discorso per me fu qualcosa di indescrivibile. Credo sia quello lo spartiacque in cui la mia esperienza in Slow Food si è tramutata da semplice passione in progetto di vita. L’altro ricordo purtroppo è legato a un episodio tragico: la scomparsa nell’ottobre del 2007 di Fabio Lombardi, produttore del Presidio del conciato romano, che perse la vita a 22 anni lavorando nei campi. Un ragazzo a cui ero legato da un’amicizia e una stima profonda e che aveva scelto con orgoglio di dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento».

«Una litigata con Carlo Petrini, peraltro, l’unica (e ci conosciamo da quando io avevo 15 anni). Era il 1998 o 1999, lui era in surmenage, io in confusione sul mio ruolo in casa editrice, e ne soffrivo. Chiamò alcuni di noi: voleva aiuto con la sua posta. Mi parve la conferma del fatto che non si capiva più che mestiere facevo; gli dissi che non lo avrei aiutato, che doveva pensarci la sua segreteria. Si arrabbiò, ma anch’io: aveva convocato persone brave a scrivere, pensavo ci proponesse un nuovo progetto, invece no, la posta arretrata; lasciai la riunione, ma mi disse – mi urlò, per amor di cronaca – che ne avremmo riparlato l’indomani. Il mattino dopo, era sabato, tornai nel suo ufficio e riuscimmo a chiarirci. E disse una cosa che da allora cerco di tenere a mente: “Devi capire quello che vuoi, e imparare che capirlo non basta, devi anche dirlo, chiaramente”. Credo di non averlo mai ringraziato per quello scontro. Lo faccio ora».