Il punto sulle quote latte Quanti danni e quali prospettive?

Da aprile 2015 l’Unione Europea ha detto addio alle quote latte, il sistema pensato per garantire l’aggiustamento del mercato

di Michele Antonio Fino

Il 31 marzo 2015 è finito il sistema delle quote latte che per trentun’anni aveva determinato il più imponente contingentamento della produzione di un settore zootecnico europeo della storia. La rivoluzione era stata introdotta nel 1984, quando per l’agricoltura continentale arrivò un sistema destinato a garantire l’aggiustamento del mercato, (uno dei cinque strumenti a disposizione dell’Ue per perseguire i suoi obiettivi di favore per i consumatori interni con contestuale protezione del reddito degli agricoltori/allevatori. Prima del 1984 c’erano stati vent’anni di sostegno diretto al prezzo del latte, il cosiddetto aiuto accoppiato: più producevi, più la Cee ti premiava con un’integrazione al prezzo pagato dal caseificio. Adesso, l’Organizzazione Comune del Mercato, per garantire continuità a quel modello di aiuti, imponeva un limite alla libertà imprenditoriale, con l’obiettivo al contempo di far crescere e migliorare il sistema dell’allevamento europeo. Naturalmente, la teoria appare asettica e indubitabilmente positiva. I fatti invece sono governati da altre sensazioni. In primo luogo, che cosa sia una zootecnia migliore può certamente essere discusso. E quella che sembrava “la” zootecnia migliore da latte trent’anni fa non lo è più, indiscutibilmente, oggi. Misurare il meglio solo sulla base di quantità, capi in stalla, controlli di un minimo numero di parametri chimici del latte è oggi semplicemente inaccettabile, ma la visione del 1984 ha prodotto un bel po’ di conseguenza comunque.

Misurare il meglio solo sulla base di quantità, capi in stalla, controlli di un minimo numero di parametri chimici del latte è oggi semplicemente inaccettabile

Abbiamo avuto in eredità:
· stalle mediamente sempre meno numerose e più grandi
· razze bovine da mungitura progressivamente ridotte a pochi tipi, con la frisona-holstein a farla da padrona in tutti gli areali dove l’allevamento da latte è sopravvissuto
· diffusione a tutte le latitudini europee di un modello intensivo di conduzione dell’azienda lattiera, basata su unifeed (generalmente insilati mescolati a fieno o paglia) uguali tutto l’anno, allo scopo di omogeneizzare i parametri di cui sopra nel latte
· impiego di un numero sempre più ampio di integrazioni alimentari (dalla soia ai semi di lino, dai semi di cotone ad alcuni residui di lavorazione industriale), con l’unico fine di produrre, senza alcuna sensibilità per le qualità organolettiche del prodotto tal quale e dei formaggi che ne derivano. Abbiamo perso in trent’anni una varietà di sapori che solo la nostra corta memoria ci impedisce di rimpiangere oggi, mentre, d’altra parte, le stesse leggi dell’economia, che trent’anni fa consigliavano concentrazione e massificazione, oggi supportano la scelta di far rivivere formaggi fatti con il latte di vacche divenute rare e per questo preziose: emblematici i casi dei parmigiano reggiano Dop prodotti a partire da latte
Abbiamo abituato
il nostro sistema
a un contesto drogato
ed è quindi
durissima adesso
di bianca modenese o di vacca rossa reggiana. In una micidiale roulette russa, abbiamo via via escluso le vie di una contemporanea biodiversità alimentare e oggi ci rammarichiamo di questa perdita. Il discorso fa riflettere, perché di scelte “migliorative” pressoché sempre secondo logiche industriali di grandi numeri ne vediamo suggerite in ogni campo dell’agroalimentare, non certo solo in quello lattiero caseario: penso ai vitigni “migliorativi” così come a tutte le cultivar frutticole “migliorate” che vengono proposte all’agricoltura costantemente. Le quote sono state un freno alla produzione che l’Ue ha pagato carissimo. Gli allevatori che non potevano crescere sono stati sovvenzionati, attraverso un sostegno al prezzo del latte tale da mantenere artificialmente (in termini economici) alto il differenziale tra il prodotto di diversi Stati membri. I giovani agricoltori che hanno inteso intraprendere la zootecnia bovina da latte, per trent’anni, sono stati limitati fortemente dal fatto di dover disporre anche delle quote di produzione, oltre che del know-how e dei costosissimi mezzi di produzione (stalle, terreni, macchinari e ovviamente bovini). Certo: il sistema, che era nato per dare all’Europa autosufficienza alimentare, ha svolto la propria funzione: i prezzi del latte, come quelli dei cereali, sono stati tenuti alti dall’artificiale supporto del denaro pubblico. Nei fatti, il sistema ha spinto a una crescita produttiva ben oltre le necessità interne europee, impossibile da assorbire per il mercato mondiale in una logica di libero scambio (sia per ragioni strutturali, poiché latte e derivati non si conservano a lungo, sia per ragioni politiche, poiché tutti i Paesi sviluppati tendono a proteggere il proprio comparto lattiero-caseario e gli accordi Wto in vigore impediscono di fare all’estero azioni di dumping o comunque turbative dei mercati interni) e alla fine profondamente contraddittoria. La contraddizione è bidirezionale: per decenni l’Ue ha speso per ritirare dal mercato ingenti quantità di burro e latte in polvere, allo scopo di tenere prezzi alti (la forma più moderna di aiuto diretto) e così facendo ha spinto il sistema di allevamento a produrre sempre di più. D’altra parte, le quote sono state fissate nel 1984, sulla base di consumi e produzioni nazionali poco o nulla aggiornati dopo, quindi con tensioni che in Italia hanno visto protagonisti gli splafonatori: quelli con le bandiere della vacca Ercolina. Un numero significativo di medie e grandi aziende interessate a produrre fuori quota, per approfittare dei prezzi alti garantiti… dal sistema basato sulle quote.

Nel 2005 – ripeto: 2005 – in un convegno organizzato proprio dagli splafonatori italiani sentii dire loro che con la fine del regime delle quote il latte sarebbe andato ai prezzi dei Paesi più competitivi: non oltre i 27 cents. Dieci anni dopo, eccoci. Con la fine delle quote latte, il sostegno è ormai impensabile nelle forme che ha avuto finora e il mercato, si dice, troverà la propria regolamentazione. Con buona pace delle vittime, non solo metaforiche, del processo di “autoregolamentazione”. Come nei Paesi ex-sovietici, abbiamo abituato il nostro sistema a un contesto drogato ed è quindi durissima adesso. Gli allevatori che escono dal regime delle quote, infatti, sono stati (da due generazioni) abituati a pensare in termini quantitativi e poco altro. Hanno avuto per decenni un modello di qualità a uso e consumo dell’industria lattiero-casearia che ne ha livellato capacità e specificità. L’indomani della fine delle quote, il ministro Martina ha avviato l’applicazione delle misure del “Fondo latte di qualità”, finanziato con 8 milioni di euro nel 2015 e 50 all’anno nei successivi due. Le azioni in obiettivo sono diverse: 1. miglioramento della qualità del latte 2. campagna di educazione alimentare per invertire il calo dei consumi del fresco 3. promozione su mercati esteri dei grandi formaggi italiani 4. revisione della normativa sui prodotti trasformati in modo da valorizzare la qualità dei prodotti italiani 5. richiesta alla Commissione europea di accelerare l’attuazione del regolamento sull’etichettatura, in modo da indicare il luogo di trasformazione e quello di mungitura del latte commercializzato. Il quadro è chiaramente composto di misure attive per promuovere e aumentare i consumi di latte e derivati italiani, sul mercato interno ed estero. Questo, a prescindere da ogni considerazione sull’efficacia teorica del sostegno presentato, pone due severi problemi al consumatore consapevole. Il livello di consumo di latticini, nelle culture occidentali, è il più alto della nostra storia di sapiens sapiens. Non tutti, nella comunità scientifica, sostengono acriticamente l’opportunità di aumentare ancora tale consumo, soprattutto indiscriminatamente: ciò che fa certamente bene a un’età giovanissima o avanzata, non necessariamente fa bene a tutti gli individui nella piena maturità. In secondo luogo, il modello appare ancora una volta un po’ stantio: invece di preferire un aumento della qualità basato non solo su parametri chimico-fisici, ma anche su valori immateriali, ambientali, organolettici del latte e dei suoi derivati, si predilige la logica dell’aumento della domanda al fine di sostenere i prezzi che premiano l’offerta. Nel mondo finito, ipercompetitivo e interconnesso di oggi, sembra davvero difficile che una simile ricetta possa portare i benefici attesi.