In principio era un seme

Una nuova guida “mangiamoli giusti” dedicata alle sementi

di Silvia Ceriani

Illustrazioni di Marco Binelli

Dopo la carne, i pesci, l’acquacoltura, i legumi e lo spreco, la collana “Mangiamoli giusti” si arricchisce di un nuovo titolo, questa volta dedicato ai semi. Andiamo quindi all’origine di ogni prodotto alimentare, per porci domande – e darci risposte – che spesso neanche consideriamo mentre ci procuriamo il cibo o ci accingiamo a coltivare un orto, grande o piccolo che sia. I semi coinvolgono interessi molto importanti nel panorama globale alimentare e prima che la loro diversità, risorsa fondamentale per la vita, sia compromessa in maniera irreversibile, possiamo ancora fare tanto attraverso le nostre scelte individuali. La guida sarà presentata al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre 2014, dove si potranno reperire le prime copie, e sarà anche, come le altre, presto disponibile gratuitamente on line

Una canzone di Sergio Endrigo recitava: «Per fare un albero ci vuole il seme, per fare il seme ci vuole il frutto». Così si spiegava ai bambini che fra il tavolo di legno e il seme piantato nella terra esisteva un legame. Ancora più stretto, e più fondamentale, quel legame esiste fra l’ortaggio
– o il frutto o il piatto di riso – che abbiamo in tavola e il seme da cui è stato generato. È vero: un consumatore responsabile deve assumersi mille responsabilità prima di mangiare qualcosa. Badare a che il proprio cibo sia prodotto nel rispetto dell’ambiente, del benessere animale, di chi lo ha coltivato o allevato; che non abbia inquinato; che non abbia consumato troppa acqua. Cogliere il legame con le sementi da cui arrivano un pomodoro, un ciuffo di insalata, una zuppa di legumi è un passaggio ulteriore, importante quanto gli altri. Ecco perché Slow Food ha dedicato la sua nuova guidina della collana “Mangiamoli giusti” ai semi, l’elemento che sta alla base di tutto il nostro cibo. Perché quando facciamo la spesa o cuciniamo ci chiediamo anche chi ha prodotto, selezionato o acquistato le sementi che sono servite per produrre la nostra verdura, ma anche il nostro pane e la nostra pasta, e addirittura la nostra carne, visto che gli animali allevati si nutrono di vegetali. E fra i destinatari di questa piccola guida ci sono anche gli orticoltori in erba, ossia coloro che si dedicano, con cura e con passione, all’orto di casa, ma spesso non sanno da dove vengono o meglio come sono state scelte e prodotte le piante che coltivano, o come orientarsi nell’acquisto delle sementi o, ancora, come si fa ad averne di nuove di anno in anno senza comprarle, ma allevando nel loro orto le piante che le producono. Attualmente, il 53% del mercato globale è detenuto dalle prime tre aziende sementiere e le prime 10 ne detengono il 76%. Nell’Unione Europea, il 75% del mercato delle sementi del mais è controllato dalle prime cinque compagnie del settore, così come l’86% del mercato della barbabietola da zucchero e il 95% degli ortaggi. Sono pertanto molto alte le probabilità che i semi che stiamo utilizzando siano semi commerciali prodotti dall’industria, quelli che sulla bustina sono contrassegnati dalle sigle F1 e F2. Spesso supportate da leggi poco lungimiranti, queste sementi si stanno lentamente imponendo come le uniche a poter essere commercializzate poiché rispondono ai criteri di novità, distinzione, uniformità e stabilità che le diverse forme di brevettazione industriale richiedono e che il mercato valorizza. Queste sementi sono più costose delle altre e sono molto produttive in condizioni ottimali, ma non possono essere utilizzate per ricavarne semente per l’anno successivo perché in termini vegetativi e riproduttivi non conservano le stesse caratteristiche della pianta madre. E, soprattutto, non portano con sé nessuna cultura legata a uno specifico territorio: sono prodotti anonimi standard, uguali in tutto il mondo, che precludono la possibilità di un’agricoltura basata sulla diversità e sulla qualità.

Scegliere sementi diverse, locali e tradizionali è forse difficile, ma non impossibile: si può provare a recuperarle da un contadino, un vivaista, un istituto agrario o un centro di ricerca oppure navigando nella rete, e cercando siti specializzati. Da loro sarà possibile ottenere una piccola fornitura di semi per il proprio orto e, tra i tanti vantaggi, questi semi consentiranno di autoprodurre la semente per l’anno successivo, se si vorrà Scegliere sementi diverse, locali e tradizionali è forse difficile, ma non impossibile provare a fare tutto da sé, a partire dai frutti che le piante genereranno. Val la pena tentare, anche se quelli autoprodotti non saranno dei super-semi perfetti e facilmente su un centinaio ne germinerà poco più della metà. Ma, su un piccolo orto, val la pena praticare questa strada, privilegiando la qualità – in termini di gusto – e la varietà di quel che si pianta rispetto alle garanzie di uniformità e di resa ottimale delle sementi commerciali. Disponibile al Salone del Gusto e Terra Madre durante la conferenza “In principio era un seme” (giovedì 23 ottobre, ore 12, Sala Azzurra, goo. gl/odl2cG) e presso gli stand di Slow Food, la nuova guidina “Mangiamoli giusti” fornirà tante indicazioni per scegliere al meglio nonché qualche utile indicazione sulla legislazione europea attualmente in vigore e sul quadro giuridico che Slow Food auspica per il prossimo futuro.