Intro 11/14

di Carlo Bogliotti

Rete libera. La “seconda puntata” del 2014 di Slow, la rivista di Slow Food ci parla di un concetto, di un modo di fare, di una forma che è incarnata in maniera esplicita nelle nostre idee e nel nostro essere da una decina d’anni. La rete per eccellenza è Terra Madre: non nasce come tale ma lo diventa subito e contagia in maniera irreversibile anche Slow Food, a partire dal giorno seguente quelle date di ottobre 2004 in cui si tenne a Torino il primo, straordinario, meeting tra le comunità del cibo. A chi si chiede quale sia il rapporto tra Slow Food e Terra Madre è forse sufficiente rispondere che nel mondo, là dove era già ben presente l’associazione, Terra Madre è stata foriera di un nuovo approccio con i produttori, rinvigorito ben al di là della necessaria prospettiva della tutela che garantiscono i Presìdi, più aperto e quindi ospitale per tutto l’universo di chi il cibo lo crea quotidianamente secondo i principi del “buono, pulito e giusto” ma non vive situazioni a rischio. Per contro, là dove l’associazione non c’era ancora il vessillo della Chiocciola è arrivato proprio grazie a Terra Madre. Molti Paesi in Africa hanno vissuto questo tipo di processo in maniera dirompente: l’Uganda, che ci ha anche recentemente dato un vicepresidente internazionale (Edie Mukiibi), ne è forse l’esempio più eclatante, ma il fenomeno riguarda altri piccoli territori, e non solo nel continente africano. La dinamica, a ben vedere, in parte riguarda anche alcune zone italiane, nonostante, vista la storica forza e diffusione delle condotte di Slow Food, è normale che da noi, soprattutto all’inizio e via via un po’ meno, Terra Madre sia stata vissuta soprattutto come un progetto. Cioè come una cosa “da fare” sui territori, tra le tante altre. Una prospettiva decisamente diversa dal resto del mondo, però un humus in cui Terra Madre ha posto altri semi, che nello Stivale stanno germogliando nei modi più disparati. Ragionando con il senno di poi, per Slow Food Italia la rete di Terra Madre ha rappresentato un modo, e soprattutto “la scusa”, per aprirsi progressivamente. Un agire e un pensare che, più o meno consapevolmente, hanno aperto le porte non soltanto ai produttori non strettamente legati a un progetto dell’associazione, ma anche a tante altre realtà, vicine e lontane in termini di “affinità elettive”: si pensi al coinvolgimento e alla partnership con le associazioni nazionali più varie sui temi della legalità e della tutela del paesaggio, per esempio, o alle piccole e medie realtà locali sul fronte degli orti, dei mercati o degli eventi regionali e territoriali. Insomma, Terra Madre – “la” rete – ci ha cambiati e arricchiti come neanche ci s’immaginava al momento della concezione di questo eterogeneo mondo mosso dall'”intelligenza affettiva” e dall'”austera anarchia”. Ha trasformato Slow Food, fino a farla diventare un’unica grande rete sempre pronta ad allargarsi, ben incarnata dal Salone internazionale del Gusto e Terra Madre di Torino (in questo numero il programma dell’edizione 2014), nel momento in cui sono diventati ufficialmente un unico evento senza distinzioni tra le due facce. Su Slow II/14, più che ragionare sulla forza delle reti (pur senza rinunciare a qualche riflessione) abbiamo voluto dare conto di che cosa è successo in Italia a dieci anni da Terra Madre. Con storie che ci parlano delle aperture di cui sopra: dalla rete per contrastare l’effetto “Terra dei fuochi” in Campania a quella degli Stati Generali degli Appennini, dalla lotta contro l’illegalità in Calabria e in Sicilia alle reti che si formano attorno a prodotti, intere loro tipologie oppure progetti specifici che portiamo avanti da anni. Reti trasversali che come uno stormo (da qui l’idea della copertina), o uno sciame, si spostano e cambiano forma, collegando l’Italia al mondo e viceversa, i territori con le persone in modo sempre più “liquido” e adattabile alle necessità. Provate a leggere ogni storia di questo numero, ma anche ogni racconto di una pubblicazione editoriale e dei suoi contenuti, ogni reportage dal mondo e perfino l’agenda degli appuntamenti in Mondo slow con l’occhio di uno dei nodi della rete, ciò che in fondo siete in quanto soci: vedrete collegamenti che prima forse non consideravate. Provate anche a leggere, come abbiamo fatto noi, il recente Congresso nazionale di Slow Food Italia, che ha profondamente rinnovato gli organismi dirigenti dell’associazione – a partire dal presidente -, come l’esplicitazione di una rete che si è rivelata per tre giorni a Riva del Garda, per poi tornare a casa e continuare a tessere i suoi legami con il mondo, con i mondi, con gli altri sciami, gli altri stormi. Una rete che non si può fermare, neanche in una fotografia. Per questo quella che cerchiamo di dare su queste pagine resta irrimediabilmente un’immagine sfuggente, che si può interpretare secondo la propria prospettiva, ma sarà sempre e comunque parziale: un racconto sospeso, ampliabile a piacere, con mille finali non scritti e mille nuovi incipit. Ciò che è certo è che questa rete esiste, e “Rete libera” non è solo più una vocazione, ma è carne del nostro corpo associativo, è prospettiva locale e internazionale. Senza perdere di vista l’obiettivo che sta in quell’aggettivo che ha aggiunto Carlo Petrini nel titolo del secondo capitolo di Cibo e libertà: “libera”. Perché è in fatto di libertà – intesa come leggerezza, autodeterminazione, sprigionarsi di energie, forme liquide, coscienza dei limiti ma con capacità di osare e sognare – che si gioca il futuro della Chiocciola e di tutta la vasta umanità che coinvolge.