Intro

di Carlo Bogliotti

Slow, la rivista di Slow Food. Annata 2014. Quattro numeri per seguire cosa succederà nel nostro mondo, per accompagnare un percorso importante, quello di un anno che si presenta ricco di eventi promettenti, sia nel senso della loro consistenza, sia perché saranno sicuramente forieri di ulteriori cambiamenti, crescite, liberazioni. Ed ecco la parola chiave: liberazioni. Abbiamo deciso di scandire le quattro uscite del 2014 proponendo i macrotemi dati dai capitoli dell’ultimo libro di Carlo Petrini, Cibo e libertà. Slow Food: storie di gastronomia per la liberazione (Giunti-Slow Food Editore, 2013). È un libro che parla soprattutto di noi, del nostro passato e del nostro futuro, quindi ci è sembrato che i suoi capitoli potessero rappresentare un buon timone per guidarci, non smarrirci, seguire gli spunti provenienti dalla realtà slow in maniera “ordinata”.

Slow I/14 – il numero che avete tra le mani o di fronte sullo schermo, perché abbiamo preparato una nuova versione elettronica di questa rivista che speriamo sia più fruibile e piacevole di prima – ci parlerà quindi di Gastronomia liberata, con un approfondimento particolare sull’“enologia liberata”, considerato che per ogni primo numero dell’anno ci presentiamo come da tradizione al Vinitaly e al mondo del vino italiano, oltre che ai nostri soci. Lo sguardo si fa più riflessivo, ci si guarda indietro e si ruota più attorno alla teoria che alla pratica. Per capire dove siamo arrivati, come il nostro agire ha cambiato noi e il mondo della gastronomia più in generale. E da questi processi non è certo (stato) avulso il mondo del vino, per il quale stiamo rideterminando i nostri modi di giudicare, di scrivere, di comunicare. Il vino, più immediatamente del cibo forse, ci può far capire come la gastronomia possa essere strumento di grande cambiamento e liberazione per i suoi territori, almeno quelli che lo “usano” saggiamente e lo producono con attenzione. Diventa paradigma: perché non si può escludere che il cibo non riesca a fare lo stesso, anzi, ci riesce. La Gastronomia liberata è soprattutto un terreno nuovo, su cui seminare il futuro, nuove pagine da scrivere con più forza e con un po’ più di leggerezza allo stesso tempo. Con più consapevolezza. Lascio a Carlo Petrini, nel suo contro-editoriale che segue, il compito di leggere attraverso queste pagine di che liberazioni avvenute stiamo parlando, di quali punti di partenza abbiamo per questo 2014 e oltre.

Intanto, anticipiamo quello che sarà il percorso: Slow II/14, in uscita a giugno, sarà dedicato alla Rete libera, perché è il numero che racconterà il Congresso del 9, 10 e 11 maggio a Riva del Garda, in cui non soltanto sapremo quale dei candidati alla presidenza italiana sarà eletto con i relativi organismi dirigenti – in questo numero li abbiamo intervistati e li presentiamo assieme ai loro programmi –, ma sarà luogo d’incontro con la più vasta e qualificata rappresentanza dei nostri soci italiani. Rete libera perché li racconteremo, perché daremo conto di come anche in Italia l’esempio di Terra Madre stia facendo nascere esperienze virtuose, generi incontri inaspettati, nuove identità. E, sempre a giugno, anticiperemo il programma del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre 2014, il vero protagonista poi di Slow III/14, in uscita a ottobre. Liberare la diversità è il titolo che gli dedicheremo: focus su biodiversità e Arca del Gusto, agricoltura familiare (il 2014 ne è l’Anno internazionale, proclamato dalla Fao), orti in Africa, le storie che porteremo a Torino per la nostra grande festa biennale, che celebreremo degnamente. Liberare la diversità è sempre un liberare energie potentissime: non vediamo l’ora che accada. Infine, a dicembre, uscirà Slow IV/14: Gastronomia per la liberazione. Sarà il modo di fare un primo bilancio di quest’annata, ma anche per proiettarci verso un 2015 in cui l’Expo di Milano, volenti o nolenti, catalizzerà grandi attenzioni internazionali sui temi a noi più cari, sul “nostro pane quotidiano”. Il progetto di lavorare contro la fame e la malnutrizione, che vede le nostre azioni e politiche rivolte all’Africa come uno degli approcci (pienamente gastronomici) più innovativi che si siano mai visti, troverà forse in quella sede un’attenzione e un compimento ancora più concreto di quanto non lo siano già oggi i 1000 orti realizzati e le comunità di Slow Food che si sono sviluppate in Africa negli ultimi dieci anni. Chissà quali passi faremo ancora; chissà quanto, a fine anno, specchiandoci ci ritroveremo ancora uguali a quello che siamo oggi. Inizia il viaggio.