La Franciacorta non si deve fermare

ma deve crescere felice

di Giacomo Mojoli

Il futuro entra in noi molto prima che accada

Rainer Maria Rilke

La citazione di Rilke è una doverosa premessa per comprendere lo spirito e l’intento di questo articolo, una sorta di delicata provocazione per dire che quello che vorremmo fare non è raccontarci la solita storia di quanto siano stati bravi e lungimiranti i produttori della Franciacorta in questi anni. Tanto meno lo scopo è ribadire, magari con codici autoreferenziali, come il livello qualitativo dei vini oggi prodotti abbia ormai raggiunto l’eccellenza tecnico-enologica e l’originalità stilistica. Questi risultati, per dirla con un dichiarato amore e spirito di parte verso la Franciacorta, sono ormai solo dei prerequisiti riconosciuti dagli osservatori esterni, siano essi profondi conoscitori del settore oppure no. La sfida è un’altra, molto più complessa e strategica, ed è basata sul tentativo di far emergere alcune linee guida sulle quali, in futuro, un territorio potenzialmente ricco di virtù come la Franciacorta dovrà puntare per diventare un esempio e una forza trainante nell’affrontare sfide complesse e inevitabili come la sostenibilità, la condivisione e l’innovazione. Prima però presentiamo alcuni dati per comprendere di che cosa stiamo parlando e quale sia la posta in gioco nei prossimi dieci/vent’anni all’interno di questo territorio che, mai come ora, dovrebbe essere guardato senza divisioni campanilistiche, senza porre barriere geografiche e mentali. Basti pensare, intanto, che nell’anno 2000 gli ettari vitati nei territori della Franciacorta erano circa 1400 e, in base a dati riferiti al 2012, oggi sono saliti a 2800, con una produzione di bottiglie che dalle 3.798.0000 di allora è arrivata a 13.850.000 nel 2013. Un buon risultato, comunque lo si voglia valutare, tenuto anche conto di come il numero delle aziende produttrici sia passato dalle 64 operanti nel 2000 alle attuali 117.

Se a questo punto però guardassimo unicamente i dati nudi e crudi e ci accontentassimo di applicare banali criteri di valutazione basati sul desueto concetto di crescita, non intercetteremmo la scommessa di fondo, quella di una nuova organizzazione delle risorse locali del sistema Franciacorta. Un sistema che, con coraggio, non dovremmo più Invece di una logica dei numeri e dell’immagine, occorrerà mettere al centro le persone e le comunità considerare unicamente come un “sistema dell’eccellenza del vino”, ma come un vero e proprio distretto composto da elementi diversi. In sostanza, come un patrimonio fatto di opportunità, costruito attraverso le comunità locali, i prodotti del territorio, l’ambiente e i paesaggi, così come i valori da mettere in rete e in connessione tra loro. A cominciare dall’elemento chiave con cui tutti quanti gli attori e gli scenari dovranno confrontarsi, vale a dire quello della sostenibilità, che non potrà e non dovrà essere solo un bel principio di facciata, ma dovrà diventare una vera e propria strategia fatta di progetti e azioni concrete in grado di disegnare il futuro del territorio.

È in questo senso, allora, che bisogna cominciare a interpretare il futuro, sapendo che esso, molte le linee guida per le strategie di domani, spaziando dall’economia all’urbanistica e, nel nostro volte, entra dentro di noi prima ancora che ce ne accorgiamo, modificando la realtà e tracciando specifico caso, dall’agronomia all’agricoltura. Per questo in Franciacorta, tanto per fornire un altro dato, coniugarsi con il futuro significa oggi interpretare un fenomeno come quello che vede in evoluzione un percorso verso il biologico che coinvolge circa 800 ettari di vigneti, nei confronti dei quali, almeno per una parte sperimentale, dovrebbe partire il Progetto di analisi e verifica intitolato “Fertilità biologica dei suoli”. Non solo, la sostenibilità non è unicamente una questione agronomica, è anche qualcosa di globale, su cui intervenire a tutto campo come avviene con il Progetto “Monitoraggio e riduzione delle emissioni di CO2 in viticoltura” attivato dal 2010 dal Consorzio per la tutela del Franciacorta in collaborazione con lo Studio Sata e l’Università di Milano. Avendo sempre presente che la visione di una Franciacorta sostenibile passa solo attraverso idee aperte, non conservative e conservatrici, capaci di coniugare il mondo del vino con la società civile, con la formazione culturale delle giovani generazioni, con progetti ambiziosi di riqualificazione e valorizzazione delle filiere agroalimentari come “Nutrire la Franciacorta”, ideato da Slow Food. Le terre della Franciacorta, dunque, come laboratorio d’idee, con il ruolo virtuoso e d’avanguardia che esprime la cultura progettuale che sta dentro il percorso delle aziende produttrici di vino. Consapevoli che, invece di una logica dei numeri e dell’immagine, occorrerà mettere al centro le persone e le comunità, per proiettare i territori dentro dinamiche globali capaci di generare l’innalzamento della qualità della vita complessiva degli abitanti di questa zona. Sta qui la vera sfida della Franciacorta, quella del vino soprattutto, che dovrà saper interagire con più fenomeni e, in particolare, con i cambiamenti di paradigma in atto e con le nuove sensibilità emergenti (ambientali ed etiche) in Italia e nel mondo. Quello che è in gioco nei prossimi anni è un’idea di crescita felice di un intero sistema. Il mondo del vino sinora ha avuto un ruolo importante per lo sviluppo e la salvaguardia di questo territorio. Oggi deve saper osare di più. Deve pensare con tempestività, ma guardando in avanti al lungo periodo. Deve proiettarsi nel futuro difendendo la biodiversità e valorizzando al massimo il nesso inscindibile tra bellezza, gusto e salute, tra paesaggio e ambiente, tra agricoltura e cibo. Perché, se oggi è vero che esiste un “imperativo ecologico” condiviso, come scrive realisticamente Salvatore Settis su La Repubblica, «la bellezza non salverà il mondo se noi non sapremo salvare la bellezza».