La langa del miracolo

un miracolo recente,

dopo tre rivoluzioni

di Tiziano Gaia

Un paio di mesi fa, mentre effettuavo alcune riprese per un documentario sulle vicende che hanno  caratterizzato la storia moderna del Barolo, sono finito sul famoso Belvedere di La Morra. Era una domenica mattina, la temperatura era rigida (credo fosse gennaio) e il cielo di Langa sembrava un lenzuolo azzurro appena stirato, senza alcuna nuvola. Lo spettacolo non era sopra le nostre teste, ma molto più in basso, tra le capezzagne delle Rocche, di Brunate e Cerequio, e ancora diritto davanti a noi, verso la collina dei Cannubi, oltre Santo Stefano di Perno e fino a Serralunga. Sotto i nostri occhi, le terre del Barolo si distendevano in tutta la loro geometrica perfezione, avvolgevano il pensiero e trasmettevano una sensazione di serenità e benessere così accentuata da apparire quasi “tattile”. A un certo punto è arrivata una comitiva di turisti di lingua inglese, americani con ogni probabilità. Dopo l’immancabile coro di wow! (sì, a ripensarci erano decisamente americani), la guida, una mia vecchia conoscenza albese, ha iniziato le spiegazioni annunciando con una certa enfasi che in estate tutto quel bendidio ai nostri piedi sarebbe potuto diventare il 50° sito italiano patrimonio mondiale dell’umanità Unesco. Quindi, enunciati gli ettari vitati e i milioni di bottiglie annue, è passata a elencare uno per uno i paesi visibili dal Belvedere, indicandoli col dito.

Quello che nessuna guida dice mai, o quasi mai, è che la fortuna del Barolo è recente. Anzi, recentissima. I dépliant dell’Ente Turismo e i pur notevoli libri fotografici che riempiono le vetrine delle enoteche di Alba non mostrano come si presentava lo stesso paesaggio anche solo una trentina di anni fa: gerbidi, cascine abbandonate, campi promiscui, strade interpoderali da percorrere soltanto a piedi e non con i mezzi meccanici. Nessuno avrebbe esclamato wow! costeggiando Sotto i nostri occhi, le terre del Barolo si distendevano in tutta la loro geometrica perfezione, avvolgevano il pensiero e trasmettevano una sensazione di serenità e benessere così accentuata da apparire quasi “tattile” la conca delle Brunate e della Serra. Anzi, nessuno ci sarebbe passato: il turismo ha scoperto queste zone negli ultimi vent’anni, se prima incontravi qualche straniero probabilmente voleva dire che si era perso. La storia del Barolo non è datata come quella della Borgogna. In Piemonte nessun ordine cistercense ha iniziato otto secoli fa a mappare i cru e testare i sesti d’impianto sui vari vitigni; eppure non è nemmeno così giovane come le premesse potrebbero far pensare. L’epopea di questo vino e del suo vitigno-padre, il nebbiolo, affonda le radici in pieno Risorgimento italiano e ha per protagonisti alcuni dei personaggi eccellenti del periodo, Carlo Alberto di Savoia e Camillo Cavour su tutti: alla loro passione per i vigneti di Langa si devono le prime innovazioni cruciali, anche se è stata una donna, la marchesa Giulietta Colbert, a usare per la prima volta il nome Barolo associato ai nebbioli prodotti in zona.

Nel Novecento la tradizione si consolida e tra Alba e le colline fioriscono importanti aziende di vinificazione. Non sono ancora le cantine di oggi, sono piuttosto ditte che acquistano ingenti quantitativi di uva dai contadini e li vinificano, immettendo sul mercato vini con il proprio marchio. Il loro numero è esiguo perché sono tempi duri, sulle colline si respira “la malora” e solo una minoranza è attrezzata per trasformare la materia prima. Nascono e si affermano quasi tutti tra inizio secolo e le due guerre i nomi che fanno la “seconda rivoluzione” del Barolo, dopo il periodo dei regi entusiasmi: Borgogno, Ratti, Giacomo Conterno, Cappellano, Virginia Ferrero, Pio Cesare, Prunotto, Calissano e pochi altri. I capostipiti di queste famiglie sono grandi conoscitori di vigne, hanno un senso innato del commercio e per decenni sono i veri arbitri delle sorti del territorio: intorno a loro si muove una cerchia di mediatori, sensali, acquirenti e venditori, fino ad arrivare al “particolare”, il piccolo contadino senza voce in capitolo. Altre figure si muovono su un piano più intellettuale o di “politica del territorio”: penso a Giulio Mascarello, padre dell’indimenticato Bartolo, Battista Rinaldi, sindaco storico di Barolo e, tra i non produttori, Giacomo Morra e Luciano De Giacomi, inventore della Fiera del Tartufo il primo, promotore dell’enoteca di Grinzane Cavour il secondo. Resta pur sempre un mondo chiuso. E il Barolo, a dirla tutta, non si vende. D’accordo, è il vino della domenica o del giorno delle nozze, ma commercialmente parlando negli anni Settanta non si va oltre le 1000 lire al litro franco cantina, e spesso nelle cascine se ne omaggia una bottiglia al cliente che abbia comprato una damigiana di Dolcetto. Langhetti che vadano per il mondo a proporre i loro vini ce ne sono, ma anche in questo caso si contano sulle dita di una mano: Angelo Gaja e i fratelli Bruno e Marcello Ceretto sono l’eccezione, non certo la regola.

Bisogna attendere una perfetta, irripetibile congiunzione astrale per vedere il Barolo spiccare il volo oltre i confini di Langa ed entrare nel novero dei grandi vini internazionali. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni del decennio successivo le informazioni cominciano a viaggiare, il mondo vive un generale periodo di boom economico e il grande pubblico si scopre disponibile a spendere di più per bere meglio. È in questo contesto socio-economico fluido (e certamente propizio) che emerge la generazione dei figli ribelli: viticoltori di 25-30 anni che intuiscono le potenzialità dell’uva nebbiolo, prendono a viaggiare in Francia e a documentarsi, si coalizzano, fanno esperimenti. In una Langa “inorridita”, questi vigneron mandano in scena la terza e definitiva (per ora) rivoluzione del Barolo: iniziano a diradare le uve per migliorarne la qualità, introducono le piccole botti di rovere francese facendo legna da ardere delle vecchie e grandi botti di castagno, spingono le macerazioni su tempi “scandalosi” di 36-40 ore, invece dei 30, 40, 50 giorni consueti. Tutto si compie nel giro di dieci anni: precisamente tra il 1976, anno dei primi viaggi in Borgogna, e il 1986 dello scandalo del metanolo e della nascita di Arcigola, poi Slow Food, con relative pubblicazioni enologiche. Dietro questa svolta radicale ci sono i “Barolo Boys”, così chiamati dalla stampa americana che, nei primi anni Novanta, scopre i loro vini e li adotta, trasformando i loro artefici in star riverite e corteggiate. Elio Altare, Roberto Voerzio, Enrico Scavino, Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Giovanni Manzone, Giorgio Rivetti e Renato Cigliuti sono tra i primi “modernisti” riconosciuti. Molti altri si aggregano via via (Conterno Fantino, Parusso, Chiara Boschis, i fratelli Corino e i Revello, Mauro Molino, i due Grasso, Elio e Federico) e vanno a ingrossare le fila di un movimento spontaneo che ha nel celebre importatore italo-americano Marco De Grazia il più importante terminale commerciale per il mercato statunitense.

Il nuovo Barolo è un concentrato di colore scuro, una bomba di frutto al naso e in bocca sostituisce i tannini dell’uva – che non hanno tempo di attecchire con tempi di fermentazione così esasperatamente ridotti – con quelli della barrique: il mercato impazzisce, i migliori ristoranti del mondo fanno ponti d’oro, la stampa di settore va in visibilio, e come d’uopo fioccano le polemiche. Superato lo shock iniziale dovuto alla novità, il fronte dei “tradizionalisti” si ricompatta e tra le due visioni del Barolo, una più classicheggiante e legata a una certa idea di identità, l’altra sfacciatamente aperta a ogni possibile sperimentazione e miglioria tecnica, scoppia la più originale delle guerre ideologiche. I più acuti di entrambi gli schieramenti sanno che anche questo è marketing e, dietro agli appelli ufficiali alla calma, non fanno nulla per stemperare i toni, che ancora una volta richiamo le attenzioni dei media. La Langa così come la conosciamo oggi, capace di togliere il fiato se ci si affaccia dal Belvedere di La Morra, si plasma in quegli anni rutilanti, anni in cui arrivano sulle colline più soldi di tutto il secolo precedente, in cui i giovani decidono di fermarsi in azienda, si rimodernano le strutture e si pianta nebbiolo ovunque sia possibile (benché non sempre logico). Oggi le nuove generazioni, figlie dei Barolo Boys e di chi li ha contestati, cercano una sintesi tra le due anime del territorio. Il Barolo 2.0 nasce su 1500 ettari vitati di 11 Comuni a sud di Alba, finisce in 13 milioni di bottiglie esportate in ogni angolo del globo e sembra aver trovato la giusta misura tra i legittimi desideri d’avanguardia e un gusto più aderente alla tradizione. Ora che tutto questo sta anche per diventare un film, verrebbe da dire che il miracolo è completato. All’inizio ci credevano in pochi, poi i pochi sono diventati tanti. E tra due mesi l’Unesco potrebbe farle diventare le Langhe di tutti.