La rete a congresso

dalle  esperienze
le prospettive future
di Slow Food Italia

di Eugenio Signoroni

Il Congresso di Riva del Garda è stato, come è naturale che sia, un momento di confronto e condivisione. Gli interventi della tre giorni trentina hanno fatto emergere con evidenza lo stato di salute dell’associazione su ogni territorio e hanno confermato come l’austera anarchia abbia un riscontro effettivo nell’attività quotidiana delle condotte. Molti sono stati gli interventi volti a raccontare il proprio modo di fare rete. Tanti percorsi diversi per un unico obiettivo: costruire rapporti solidi e duraturi, collegare quanti più nodi è possibile, costruire ponti e in questo modo fare la rivoluzione con il cibo

Tra i primi interventi a raccontare di come si possa fare rete quello di Vittorio Fusari, cuoco della condotta Oglio Franciacorta e Lago d’Iseo, che ha messo l’accento sul ruolo centrale dell’oste e sui legami che devono essere sviluppati tra chi produce e chi trasforma e vende. Vittorio ha però anche sottolineato come non possa esistere rete senza volontariato: «Per me fare sistema è una situazione quotidiana costruita attraverso l’incontro e il continuo dialogo con tutti gli operatori agricoli e alimentari del mio territorio. Sono loro che rappresentano infatti in maniera concreta il modo diverso di produrre cibo in sintonia con lo spirito di Slow Food. Questo rapporto di interscambio ha permesso a molte piccole realtà di emergere e ha dato loro il sostegno economico, la sicurezza e la continuità che consentono di vivere. Sono un cuoco e come altri miei colleghi ho usato l’attenzione mediatica che ci viene dedicata per comunicare, sostenere, rendere famose e affascinanti le produzioni alimentari più virtuose. […] Fare sistema, per me, significa coinvolgere e valorizzare quel meraviglioso volontariato che sogna, ha visioni, ma è protagonista con le idee, i gesti e le testimonianze. Questa è la base di cui anch’io come socio faccio parte».

Il rapporto tra produttori e co-produttori è un tema centrale, che è stato toccato in tanti altri interventi. Tra i più significativi, anche per la portata dell’esperienza raccontata, quello di Gianrico Fabbri, dedicato ai Mercati della Terra – che dell’incontro del pubblico con contadini e artigiani hanno fatto il loro fondamento -, nel quale, pur sottolineando i grandi risultati fin qui raggiunti, si evidenzia la necessità di allargare le maglie e fare entrare nella rete soggetti nuovi, per crescere, contaminarsi e magari cambiare un po’, rafforzando così la propria identità: «Camminare assieme ad altri soggetti, questa è una delle sfide future. Ciò non significa che il progetto di rete locale non lo dobbiamo scrivere noi, da soli, significa piuttosto che dobbiamo lasciare dei capitoli vuoti dove gli altri possano scrivere la loro idea di percorso da fare con noi, in modo tale che tutti si sentano legittimati e accolti nella rete di Terra Madre con la stessa dignità e importanza che ricopre la nostra associazione che di questa rete è ideatrice e nodo».

«Per fare rete – ha proseguito Gianrico Fabbri – è allo stesso tempo necessario che Slow Food consolidi e mantenga ben salda la sua identità associativa e la sua organizzazione. La prossima dirigenza lo deve aver ben chiaro. Il rischio è, anche per il fatto di aprirsi, di edulcorarsi nella rete e non essere più riconosciuti dagli altri partner. Tra le tante iniziative i Mercati della Terra sono forse lo strumento più efficace per creare la rete e, nel caso che illustrerò, per andare anche oltre. […] Oggi il valore aggiunto dei Mercati della Terra, lo sappiamo, è quello di ristabilire relazioni tra persone. Tra persone e produttori, tra persone e cibo, tra persone e territorio, tra persone e cultura locale. Insomma il Mercato della Terra ristabilisce il criterio relazionale perduto con le logiche della grande distribuzione e delle relazioni virtuali, mantenendo al centro il cibo».

Relazioni. Ecco un’altra parola che sul palco del Centro Congressi di Riva abbiamo sentito più volte. Relazioni non solo tra soggetti vicini, ma anche tra comunità e persone che stanno lontane le une dalle altre, ma condividono un obiettivo e attraverso la volontà di raggiungerlo costruiscono legami e amicizie. È quello che avviene nello Youth Food Movement, la rete dei giovani di Terra Madre, di cui Valentina Pavan – giovane neofiduciaria di Bassano del Grappa – fa parte. «Dopo aver partecipato al Salone del Gusto e al Congresso internazionale del 2012, in cui lo Slow Food Youth Movement si è presentato ufficialmente, e poi a dicembre 2013 al meeting internazionale a Bra come rappresentante dell’Italia, è cresciuta in me la convinzione che anche in Italia si debba iniziare a implementare il movimento giovane, a darci degli obiettivi comuni e delle direttive, a scambiarci idee e creare una rete solida e unita. Ovviamente da sola non posso cambiare le cose, per cui dobbiamo essere uniti: la voglia di fare non manca a nessuno, forse manca solo un po’ di coraggio! I giovani sono la base dell’associazione e del futuro del pianeta. Abbiamo le forze e i mezzi per portare avanti le campagne di sensibilizzazione sulle grandi tematiche di Slow Food, come la lotta allo spreco, a partire dalle scuole ma soprattutto nelle piazze, per educare i nostri concittadini, per creare – come ha detto don Ciotti – una società responsabile. Possiamo essere il modo migliore di fare quella politica di cui tanto si parla in Slow Food in questi giorni, senza tralasciare, anzi dando la priorità, al divertimento e al piacere della condivisione, dell’amicizia, della solidarietà. Penso che questo sia un valore imprescindibile in quanto è proprio il motore che spinge noi volontari a non stare chiusi in casa a riposarci dopo le nostre fatiche quotidiane, ma a uscire, organizzare e “lavorare” per il bene comune».

Il coraggio di cambiare e di investire sulle proprie risorse, scoprendo il tesoro che spesso è sotto i nostri occhi ma di cui non ci accorgiamo e non riconosciamo la ricchezza. Anche questo è fare rete: unire le forze per ripartire, per scoprire il tesoro dietro casa e con esso riconquistare un’identità che rischiava di andare perduta. Questo è stato anche uno dei punti nevralgici dell’appassionato discorso di Saro Gugliotta, neopresidente di Slow Food Sicilia. «La Sicilia, terra ricchissima di biodiversità, è la regione con più Presìdi, non solo in Italia, ma forse al mondo. Questo non è merito dell’associazione, bensì della natura stessa dell’isola. Merito nostro è avere costruito opportunità che ci hanno permesso di individuare questi prodotti e salvarli. Le comunità di Salina, di Lipari, di Ustica, quella alesina e quella delle nocciole dei Nebrodi, sono nate dall’esigenza di alcuni abitanti, produttori, ristoratori, albergatori o amministratori di recuperare un’identità territoriale quasi completamente persa. L’esempio più eclatante è quello delle isole, dove il cibo viene portato quasi totalmente da fuori. È noto infatti che un’isola nel corso dei millenni è stata abitata e ha sempre avuto proprie risorse agricole e ittiche. Solo negli ultimi cinquant’anni questo rapporto si è capovolto e tutte le peculiarità agricole, come quelle legate alla pesca, sono state ridimensionate e rischiano di essere completamente abbandonate a favore dell’omologazione del cibo proveniente dai flussi commerciali globalizzati. Se si allarga questo concetto a tutti i “territori isole” fatti da città e comprensori più o meno vasti, la nascita di una comunità diventa il baluardo contro la perdita della propria identità».

L’osservazione del proprio territorio è stata anche il centro della riflessione di Enrica Agosti, nuova presidente di Slow Food Lombardia, la quale ha sottolineato come solo attraverso la rete dei soci si può mappare il territorio per coglierne fino in fondo potenzialità e risorse. Potenzialità e risorse che divengono la base per costruire nuove forme di economia, più sostenibili e più virtuose.
«L’avanguardia teorica di Slow Food, il nuovo pensiero passa anche attraverso strategie atte a coordinare la realizzazione di un’economia fatta di sinergie, valori e aspetti culturali differenti da quelli sinora messi in atto […]. La dimostrazione che esiste un’economia “diversa”, che parte da presupposti diversi, deve essere la nostra proposta strategica e deve essere il modo in cui diamo credibilità e attuazione alla sostenibilità che sbandieriamo orgogliosamente. Ma se è già tutto fatto, in cosa consistono le nuove strategie? Quale bisogno di nuove sfide se i temi e la pratica li abbiamo già? Li abbiamo già, ma la teoria e la pratica si devono confrontare e muovere con le persone, i nostri soci, perché una grande squadra deve essere coinvolta in questa teoria da elaborare.
Abbiamo una capillarità associativa che ci permette un’immediata e acuta osservazione del territorio, che ci permette di accompagnare questo nostro modo di intendere le economie, perché siano libere di esprimersi. Abbiamo la possibilità di fare diventare i nostri territori avanguardie culturali, perché depositari di conoscenze e preparazione culturale. Occorre però che i soci si muovano con questo obiettivo e con questa idea, ognuno con le proprie competenze e passioni. Se la sfida è dar da mangiare cose “buone” a tutti gli abitanti della terra, la realizzazione di questo macrobiettivo è il tema della nostra nuova teoria».