La rivoluzione dell’orto

di Federica Vizioli
Fare un orto può significare molte cose: sfidare il degrado delle periferie, educare alla bellezza, al rispetto per l’ambiente, avere a disposizione verdura fresca,
sana e buona

Fare un orto significa coltivare cibo sano, instaurare un rapporto più intimo con la terra, generare bellezza: in altre parole un piccolo atto rivoluzionario alla portata di tutti. Questa è stata l’idea centrale di La rivoluzione dell’orto, una delle conferenze tenutesi al Teatro Carignano durante la scorsa edizione di Terra Madre Salone del Gusto.

L’incontro, moderato da Valerio Borgianelli, coordinatore del progetto Orto in Campania e membro della commissione educazione Slow Food, si è mosso tra le sfere della politica, del cibo e dell’educazione e si è aperto con due frasi incisive e ricche di significato: «Plant some shit» e «We eat our values». Le citazioni, proiettate sullo schermo, appartengono rispettivamente a Ron Finley, coinvolgente e ironico guerrilla gardener, e alla vice presidente di Slow Food Internazionale Alice Waters. Oltre ai due americani, a raccontare al pubblico in sala iniziative ed esperienze c’era l’agronomo Edie Mukiibi, responsabile del progetto 10 000
orti in Africa, una sfida ambiziosa per far ripartire l’economia rurale del continente nero.

Ad aprire le danze è stata Alice Waters, che con il programma Edible Schoolyard – letteralmente cortile edibile – ha ispirato tanti progetti dedicati al giardinaggio, tra cui gli Orti in Condotta di Slow Food: «Tutto è iniziato in modo abbastanza inaspettato 21 anni fa,  in seguito a un articolo in cui mi chiedevo come fosse possibile che una scuola media del distretto di Berkeley, proprio accanto alla prestigiosa università, fosse un luogo così trascurato e abbandonato. Il preside mi invitò nel suo ufficio, girammo insieme per la scuola e subito ebbi una visione molto chiara: il cortile andava trasformato in un giardino con orto, e la vecchia caffetteria in una cucina didattica, per coinvolgere i bambini nella preparazione di pasti buoni, puliti e giusti. Il miglior modo per imparare le cose è farle, e di una cosa sono certa: quando i bambini coltivano e cucinano il cibo, poi hanno voglia di mangiarlo. Oggi nell’orto e in cucina si studia ogni materia, dalla matematica alla geografia fino alla recitazione, e il cibo è parte integrante del curriculum scolastico. Cinque anni fa abbiamo lanciato un sito web per raccogliere le buone pratiche di tutto il mondo e tanti hanno dato il proprio contributo. È una realtà che continua a crescere e solo nell’ultimo anno sono nati 1500 progetti di orti negli Stati Uniti.»

Dalla California il dibattito si è spostato in Africa, grazie alla testimonianza di Edie Mukiibi: «Il progetto dei diecimila orti in Africa è nato con il supporto di Slow Food Internazionale non tanto per insegnare alla gente africana a coltivare il cibo – molti già ne sono capaci e lo fanno sempre – ma per spingerli a resistere alle bugie e alle pressioni esterne e a tenere fede alle proprie pratiche. Volevamo creare mille orti, abbiamo raggiunto questo numero piuttosto in fretta e fino a oggi abbiamo supportato la creazione Diecimila orti in Africa è un numero simbolico, un obiettivo da raggiungere per mostrare la forza e le abilità delle comunità africane di oltre tremila orti. Diecimila è un numero simbolico, un obiettivo da raggiungere per mostrare la forza e le abilità delle comunità africane.». Il progetto si propone anche di arginare uno dei problemi di cui l’Africa più soffre: «Abbiamo risorse ambientali, un buon clima e persone capaci, ma mancano leader. Il nostro obiettivo è sviluppare in ogni territorio una leadership rispetto alle questioni legate al cibo e all’ambiente. Il programma è ancora in fase di sviluppo, ma riceviamo ogni giorno nuove richieste di scuole e comunità che vogliono entrare nella rete».

Se è vero che l’orto può cambiare la vita delle persone, il primo luogo in cui si può vedere questo cambiamento è proprio la scuola. Continua Edie: «Avere un orto è la più grande occasione di trasformazione sociale per i ragazzi. Cambia il modo in cui si relazionano con il cibo, l’ambiente, gli insegnanti e i compagni. Una delle cose che mi ha spinto ad aderire al movimento degli orti è che molti giovani crescono con l’idea che l’agricoltura sia una punizione. Oggi assistiamo a un cambio di paradigma, da un atteggiamento negativo a uno positivo. Quando si costruisce un nuovo orto in una comunità o in una scuola si crea uno spirito di famiglia, si capisce davvero come dovrebbe essere la vita».

L’ultimo a prendere la parola e raccontare la sua esperienza è stato l’eco-rivoluzionario Ron Finley. Cresciuto a South Central Los Angeles, combatte la sua battaglia attraverso gli orti urbani e ammette con il sorriso sulle labbra che nulla lo eccita di più del concime: «La vita viene dal Avere un orto è la più grande occasione di trasformazione sociale per i ragazzi. Cambia il modo in cui si relazionano con il cibo, l’ambiente, gli insegnanti
e i compagni
suolo, così come la cultura. Dobbiamo ritrovare il rispetto per la terra, che è la nostra vera ricchezza. Dobbiamo rendere il giardinaggio una delle cose più sexy del pianeta.  Io ho iniziato a coltivare perché volevo cibo sano e iper locale a disposizione.

Immaginate cosa si potrebbe fare se tutti avessimo un piccolo pezzo di terra? Si potrebbe cambiare la rotazione del pianeta

Con il mio orto volevo trasformare il mio quartiere, volevo che le persone fossero assalite da profumi e colori. L’inizio è stato difficile tra lamentele e denunce, ma alla fine ci sono riuscito e a sorpresa sono diventato anche famoso. Immaginate cosa si potrebbe fare se tutti avessimo un piccolo pezzo di terra? Si potrebbe cambiare la rotazione del pianeta». Poi si è rivolto al pubblico con un incoraggiamento e un invito al coraggio e alla libertà: «Da dove si può iniziare? Da dove vi pare. Non c’è una cassetta degli attrezzi. Disegnate la vita che volete vivere, non quella che i fast food e le multinazionali hanno pensato per voi, questo è il mio messaggio.» Gli orti significano libertà, bellezza e cambiamento, la rivoluzione parte dal basso e mira a svegliare le coscienze: non c’è più tempo da perdere.