La Sfida del Prosecco

di Roberto Checchetto

Non è soltanto questione di qualità, ma di modelli: agricoli, enologici, ecologici e commerciali. Per non essere travolti dal successo.

Il fenomeno Prosecco, ormai di livello mondiale, deve la sua fortuna a una condizione fondamentale: nella versione spumante il vino si distingue per un rapporto qualità-prezzo ineguagliabile. Al di là delle apparenze la sua non è solo la storia di un successo recente. Le sue radici si perdono nella notte dei tempi, facendoci tornare ai Romani: forse si può identificare con il mitico vino Pucino amato dall’imperatrice Livia, che giungeva nella capitale dell’impero su navi strapiene di anfore di terracotta salpate dal porto di Aquileia, nell’attuale Friuli Venezia Giulia. Questa regione è da sempre un crocevia di popoli, lingue e religioni, e tra i suoi confini annovera il territorio montuoso del Carso, uno dei teatri della Grande Guerra, che si affaccia sulla città e sul golfo di Trieste. Qui troviamo il paese di Prosecco, presunto luogo d’origine del vitigno glera, da cui si ottiene appunto il vino. Alcuni ritengono che il glera partendo da queste terre abbia intrapreso un cammino che l’ha portato sino ai Colli Euganei, in Veneto. Il dato, comunque, è che alla fine di tanto peregrinare l’approdo sicuro sembra essere stato il comprensorio di Conegliano-Valdobbiadene. Pian piano, la coltivazione si è propagata nella pianura del Piave e anche nel territorio di Lison-Pramaggiore, naturalmente con le dovute differenze qualitative. In tempi più recenti i mercati di sbocco si sono via via estesi, superando i confini locali, regionali e nazionali per iniziare una penetrazione ad ampio raggio in tutta Europa. Successivamente, per merito di alcuni lungimiranti produttori, è stato compiuto il balzo oltre oceano, negli Stati Uniti, e poi l’approdo nel continente asiatico.

Alla luce del successo si è posta la necessità di salvaguardare un patrimonio così rilevante da fenomeni di tipo speculativo e imitativo, che si andavano profilando su scala internazionale

Alla luce di questo successo si è posta la necessità di salvaguardare un patrimonio così rilevante da fenomeni di tipo speculativo e imitativo, che si andavano profilando su scala internazionale. L’impianto di vaste aree viticole a glera al di fuori della zona storica avrebbe infatti svilito un lavoro e una ricchezza secolari, che con tanta fatica le generazioni passate e presenti hanno condotto e conducono. A partire dalla vendemmia 2009 è stato pertanto formulato un nuovo disciplinare di produzione, che ha come caposaldo una vera e propria evoluzione del termine “prosecco”: oggi, invece di sovrapporsi al nome del vitigno glera, Prosecco indica un vino e il suo territorio di produzione, così come avviene nelle Langhe con il nebbiolo e il Barolo o il Barbaresco, in Toscana con il sangiovese e il Brunello di Montalcino o in Veneto con il garganega e il Soave. Facendola ancora più semplice, il vitigno da cui nasce il vino è il glera e tutti possono produrlo, ma solamente in Italia e nelle aree definite dal disciplinare questo può fregiarsi del nome Prosecco. I livelli della nuova denominazione sono la Docg per Conegliano-Valdobbiadene e i Colli Asolani e la Doc per le province di Treviso, Belluno, Venezia, Padova, Vicenza, Udine, Pordenone, Trieste e Gorizia. Il Prosecco, storicamente, nasce come mescolanza di uve diverse, con principale protagonista il glera e a fungere da comprimari verdiso, bianchetta e perera. I vitigni complementari, così preziosi per cesellare l’insieme, sono stati quasi completamente abbandonati in nome delle grandi produzioni, ma essi rappresentano un patrimonio irrinunciabile che i migliori viticoltori continuano a mantenere. Pinot e chardonnay, purtroppo in un’aberrante logica di massificazione, possono essere aggiunti per i prodotti spumantizzati. Il metodo Charmat o Martinotti, ovvero in autoclave, è quello che viene utilizzato per produrre la gran parte del vino, mentre in percentuale ridotta troviamo il Prosecco tranquillo e, in misura crescente, quello a fermentazione spontanea o naturale in bottiglia (col fondo o sur lie), la tipologia originaria e più autentica.

Si può e si deve ripartire dall’agricoltura,
dalla sapienza contadina, dalle radici della tradizione
unite allo studio, alla ricerca,
alla buona tecnologia

La Marca Gioiosa o Trevigiana, come il più esteso Nordest (simbolo, peraltro, assai sbiadito), è passata da un’economia contadina a una di mercato, più aggressiva, penalizzando le attività rurali a favore delle spinte commerciali. Ecco, allora, innestarsi una problematica forte e molto sentita, oggi, nel mondo del vino oltre che nella società in generale: la qualità dei suoli, la loro preservazione, il loro rispetto, la necessità di ritrovarne e garantirne l’integrità al fine di portare sulle nostre tavole un prodotto vero, onesto. L’artificio, l’inganno, l’uso forsennato della chimica sono ancora un male radicato, che bisogna combattere con tutte le energie. Un tempo, sulle terre del Prosecco, regnava il colore verde, oggi è minaccioso il grigio asfissiante dei capannoni e del cemento; la natura è dilaniata e violentata, financo nelle lussureggianti colline, deturpata qua e là da orridi buchi neri. Ciò nonostante, sta crescendo una leva di giovani vignaioli sensibile e attenta a queste tematiche, che va spalleggiata in ogni modo, nella prospettiva di un futuro sostenibile, e godibile. La crisi economica è di fronte a tutti. Il modello di sviluppo mordi e fuggi non paga più, la disoccupazione è dilagante. Si può e si deve ripartire dall’agricoltura, dalla sapienza contadina, dalle radici della tradizione unite allo studio, alla ricerca, alla buona tecnologia. Quando Claudio Abbado disse: torno a Milano, ma chiedo che si piantino migliaia di alberi, era come se avesse detto: riprendiamoci le campagne, le colline, i monti, i fiumi, facciamoli rifiorire, creando lavoro vero. Il Prosecco è già una forza di traino, ma lo deve diventare ancora di più. È un vino semplicemente leggero, la cui forza è una leggerezza che è un dono, un pregio. Dal triangolo d’oro di San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Valdobbiadene, dove si trova la sottozona più famosa, quella del Cartizze, è stato tutto uno straordinario crescere e diffondersi, che ha fatto affermare un’idea di spumante in grado di essere apprezzato da persone di età ed esperienza diverse. Arrivati al punto di oggi, fissati i paletti, ottenuto un livello di produzione ragguardevole, rimane fondamentale il perseguimento della qualità come elemento primario e fondamentale per continuare la sfida.