Le idee di Expo 2015

Tratto dal discorso
di Carlo Petrini
del 7 febbraio 2015
all’Hangar Bicocca
di Milano

di Carlo Petrini

«Voglio subito ringraziare il ministro Martina per aver favorito questa straordinaria giornata. Mi verrebbe da dire “meglio tardi che mai” giacché queste tematiche sono in calendario da quando Milano ha vinto l’Expo. Voglio congratularmi anche per la grande partecipazione, che sta a significare la voglia di discutere delle tematiche che stanno a questi tavoli. Non possiamo non partire dall’elemento principale: questo sistema alimentare non funziona. Sta procurando sofferenza a buona parte dell’umanità manifestandosi innanzitutto nelle zone più deboli del pianeta, nella moltitudine di contadini, pescatori e produttori del cibo. Dobbiamo ancora assistere alla vergogna planetaria di convivere con 850 milioni di malnutriti, dobbiamo assistere ancora alle morte per fame. Soprattutto dobbiamo assistere al disastro ambientale, prendere atto del depauperamento delle risorse della nostra Terra Madre: la perdita dell’acqua e della biodiversità. Se non si cambia questo sistema alimentare difficilmente consegneremo, come dice papa Francesco, una speranza di vita degna ai nostri giovani. Quindi vorrei non solo che si realizzi questa Carta ma vorrei dire al ministro Martina che non riduca questa voglia di trasformazione solo attraverso una carta perché il lavoro da fare è molto più impegnativo. La Carta difficilmente avrà il coraggio di toccare quello che è il nervo scoperto, che genera questa situazione e che sta mettendo in ginocchio i contadini di tutto il mondo. Ha un nome chiaro preciso: si chiama libero mercato. Il libero mercato sta generando uno sconquasso di proporzioni bibliche. Sta generando sofferenza. Noi italiani prendiamo atto che tutto questo avviene nel mondo, ma dobbiamo prendere atto che la sofferenza si sente anche a casa nostra. Solo pochi giorni fa i nostri contadini sono scesi in piazza perché, in Italia, il latte viene pagato ai produttori 20 centesimi al litro. Con quale baldanza possiamo gioire e andare verso un’Esposizione Mondiale? I turisti che portano denaro non devono essere l’unica faccia dell’Expo. In questa terra, in questa Lombardia, dove una civiltà millenaria ha plasmato i paesaggi e le realtà, abbiamo gli allevatori e i contadini in sofferenza. E che dire, invece, del land grabbing in Africa, dobbiamo essere entusiasti che ettari di terreno vengano coltivati adottando il “modello italiano”? Ma quale modello italiano, se la terra viene comprata a prezzi stracciati, complici i governi canaglia che vendono i terreni e costringono i giovani a fuggire dal loro continente? Cosa dire del Messico, dove è nato il germoplasma del mais e dove i contadini soffrono di malnutrizione perché il 37 per cento del mais totale viene dall’estero ed è geneticamente modificato: i prezzi stracciati del mais ogm distruggono quello nativo e mettono in ginocchio i contadini. Nella storia dell’umanità i contadini sono sempre stati l’ultima ruota del carro, ma è altrettanto vero, come ci insegna il maestro Ermanno Olmi, che comunque, nella miseria e nella disperazione, sono sempre riusciti  riusciti a trovare cibo. Pensare che oggi, nel ventunesimo secolo, nel Messico il 5 per cento della popolazione agricola soffre di malnutrizione e di fame grida vendetta, e grida vendetta che sia costretta a morire perché il libero mercato consente di fare entrare nel Paese derrate di mais non messicano.

Il libero mercato sta generando uno sconquasso di proporzioni bibliche. Sta generando sofferenza

È sacrosanta la battaglia per il made in Italy e per il prodotto italiano, ma dobbiamo essere coscienti che questo avviene in Italia, avviene nel Messico, in Brasile e in qualsiasi altra parte del mondo. La legge del libero mercato non può essere applicata in maniera ferrea al mondo cibo. Il cibo deve trovare una dimensione sdoganata da questa legge, per fare in modo che le economie locali possano sussistere e continuare a vivere. Questa è una visione che l’Expo deve fare propria. Perché non affermare a Expo il diritto a una vita degna per ogni angolo del pianeta? Vedere in un mondo globalizzato una componente, il 45 per cento – nella totalità della popolazione la maggioranza delle persone sono allevatori, contadini, pescatori, agricoltori e trasformatori di cibo – che soffre di malnutrizione, di povertà ci fa desiderare un’Expo più sobria, meno attenta ai grandi padiglioni, alla grande kermesse e alla grande fiera del cibo, ma che abbia anche il coraggio di dire le cose come stanno. Un’Esposizione che si apra a contadini, non solo al turismo o alle persone che portano soldi. Mi rivolgo anche al sindaco Pisapia, che mandi un messaggio agli albergatori: che siano moderati, altrimenti non va bene come immagine di “Milano città accogliente”. Questa città deve aprire le sue braccia anche ai contadini, agli umili e alle persone semplici. Anche loro hanno diritto di venire all’Expo e di vedere com’è la situazione nel campo alimentare. L’auspicio che io faccio è che nei prossimi giorni nascano momenti di grande confronto e grande dialettica. Ma l’auspicio principale è di farla finita con questa separazione tra scienza ufficiale e saperi tradizionali: ci sia dialogo, è l’unico modo per affrontare questo schema. Però sia chiara una cosa: che i saperi tradizionali che per lungo tempo hanno mantenuto le nostre comunità abbiano a tutti gli effetti una loro dignità scientifica, in modo che il dialogo sia tra pari. Che la scienza abbia l’umiltà di dialogare con saperi tradizionali, e che questi ultimi abbiano anch’essi l’umiltà di riferirsi alla scienza. Con il dialogo supereremo divisioni assurde e costruiremo una prospettiva condivisa che ci farà uscire da questa situazione drammatica».