Liberare la diversità

L’energia più potente

di Carlo Petrini

La diversità è centrale nei nostri discorsi da molto tempo: sotto varie forme, secondo più connotazioni. Ne parliamo, la pratichiamo, la rappresentiamo e difendiamo. A ben vedere, è anche ciò che ci ha concesso di fare quanto abbiamo fatto e ciò che ci aiuterà a vincere le importanti – e difficili – sfide che ci siamo dati per il futuro

Secondo il dizionario, una delle accezioni del termine “liberare” significa sprigionare, per esempio un’energia. È proprio in questo senso che ho voluto usare il verbo in Cibo e libertà (Slow Food Editore-Giunti, 2014), per titolare e scrivere la terza parte del libro: “liberare la diversità”. Guardando alla nostra rete, a Slow Food e Terra Madre, io percepisco che la varietà culturale, ecosistemica, naturale, agricola e produttiva che la compongono è un insieme di una potenza indescrivibile. Qualcosa che possiede dentro di sé un’energia che, ne sono convinto, è in grado di cambiare il mondo, anche molto più velocemente di quanto non stia già facendo da dieci anni a questa parte. Liberare la diversità esattamente è liberare quest’energia, sprigionarla in tutta la sua forza creativa e nella sua dirompenza contro il sistema del cibo globale che si è affermato, invadente, antidemocratico e unicamente orientato al profitto, negli ultimi decenni. I nostri ragionamenti sulla diversità, a Slow Food, vanno fatti risalire a fine anni Novanta del secolo scorso, quando ci apprestavamo a inaugurare l’avventura dei Presìdi e lentamente iniziammo a utilizzare quella parola allora relativamente nuova, “biodiversità”, che poi è diventata via via sempre più preponderante nei nostri discorsi, pubblicazioni, slogan, idee. Nel 1996 l’Arca del Gusto, nel 1998 i Presìdi italiani al Salone del Gusto, nel 2000 quelli internazionali, nel 2003 la nascita della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus: una progressione che, partendo dalla ricerca dei prodotti in via d’estinzione a metà anni Novanta, ha allargato la sua prospettiva prima al contesto agricolo ed ecologico degli alimenti, poi ai produttori – ai loro problemi ma anche ai loro saperi tradizionali – per arrivare a collegare in maniera più compiuta la diversità biologica di un territorio a un concetto di “biodiversità” tutto nostro, che comprende la rete, materiale e immateriale, sottesa al prodotto particolare. In questo caso è stato fuorviante usare per un certo periodo “biodiversità” per rappresentare un’idea e un sistema di valori decisamente allargato e quasi omnicomprensivo, ed è diventato più giusto – con maggiore consapevolezza per noi – parlare più semplicemente (ma soltanto da un punto di vista terminologico) di “diversità”.

Abbiamo iniziato a rendercene conto in maniera compiuta mentre preparavamo la prima edizione di Terra Madre, dieci anni fa. Il focus non erano soltanto i prodotti, ma l’umanità connessa a 360 gradi a tutti i fattori che poi generano quei prodotti. Sono loro, le comunità del cibo con i loro rappresentanti, che incarnano questa diversità, e quindi anche la biodiversità di cui sono alfieri, interpreti, testimoni, rispettosi utilizzatori. Durante un dialogo con Edgar Morin del 2004 (che riportiamo anche a pag. 155 da Voler bene alla Terra, il nuovo libro di Petrini, ndr) ricevetti questa risposta: «A partire dalla preistoria, da quando l’uomo ha iniziato a sparpagliarsi per il mondo, la diversità degli uomini si è rivelata una forza creatrice preziosa, che oggi tende a scomparire con il pensiero riduzionista». E lì, nel pieno dell’organizzazione della prima Terra Madre, freschi dell’aver creato una Fondazione per la Biodiversità, mi fu anche più chiaro come quella frase del Manifesto di Slow Food del 1989 – «È qui, nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento, la vera cultura, di qui può iniziare il progresso, con lo scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti» – si arricchiva di nuovo senso. Trovai la convinzione definitiva che la strada di un meeting – e di una rete – internazionale come la nostra sarebbe stata infine vincente, l’unico modo per sovvertire la tendenza all’omologazione, alla concentrazione dei fattori produttivi alimentari, alla standardizzazione del cibo imposta per privarci di sovranità e libertà. Omologare, dal nostro punto di vista, è esercitare una forza opposta a quella che libera la diversità, che la lascia crescere, che la lascia fiorire nei modi che meglio le si confanno. E, guarda caso, l’omologazione è ciò che perseguono i grandi soggetti dell’agroalimentare, gli affamati di profitto e gigantismo che, appena usciti dalla dimensione locale, non hanno altra soluzione se non rendere il tutto più possibile uguale, perché uguale e standardizzato significa controllabile. E il controllo, per speculare sul cibo degli altri, è tutto. Per questo liberare la diversità implica anche la rinuncia al controllo, implica l’abbraccio di una rete senza cappelli ideologici e bandiere, capi o organigrammi, austeramente anarchica e intelligentemente affettiva. Questo, in prospettiva, mi ha portato a scrivere l’anno scorso, in Cibo e libertà: «Per dirla tutta, non ho paura che un giorno l’associazione che presiedo e che ho fondato, a cui sono ovviamente legatissimo perché rappresenta quasi tutta la mia vita, un giorno si possa dissolvere nella forma “liquida”della rete. Dissolvere dentro Terra Madre.».

È la diversità che mi spinge a non avere paura. A fidarmi. Ecco che l’Arca del Gusto allora diventa un progetto che vale la pena rilanciare con l’obiettivo dei 10.000 prodotti da caricarvi metaforicamente, come in una chiusura del cerchio che si è aperta quasi vent’anni fa ed è evoluta fino a Terra Madre, fino all’appuntamento torinese del 2014 in cui apprezzeremo altri risultati, incroceremo nuove forze, ci faremo venire insieme nuove idee. Liberiamola, continuiamo a farlo, non possiamo più farne a meno, non può farne a meno il pianeta.