L’olivo è vita

di di Aysenur Arslanoğlu
La Turchia è il quarto produttore di olio e di olive al mondo dopo Spagna, Italia e Tunisia

Gli uomini hanno usato, modellato e rimodellato la Madre Terra per rifornirsi di cibo sin dai tempi delle primissime coltivazioni, ma nell’ultimo paio di secoli questo desiderio è slittato dalla ricerca di cibo sostenibile allo sfruttamento dei suoi doni per altri scopi, l’energia in primis. Si tratta di una triste contraddizione di cui oggi siamo testimoni. L’umanità, come gli altri abitanti del mondo, si trova faccia a faccia con un cupo futuro. Il nostro pianeta, oggi sul baratro del cambiamento climatico, sta attraversando una fase in cui persino la potente razza umana potrebbe estinguersi. E tutto ciò è il risultato della nostra fame di energia.

In Turchia, dove questo cambiamento e la distruzione che porta con sé possono essere misurati facilmente, un’economia guidata da politiche neoliberiste in materia di gestione delle risorse sta cambiando il destino delle aree agricole, trasformandole in facili profitti per gli investimenti energetici ed edilizi. Quando la direzione imboccata è la costruzione di comunità chiuse, dighe e insediamenti, è l’abbondanza della Madre Terra a farne le spese. Potremmo definire facilmente queste politiche con un’espressione, land grabbing, dal momento che è il nostro futuro che stanno rubando. La cosa importante non è più la felicità della nostra razza o il fragile equilibrio del nostro pianeta, bensì la ricchezza delle grandi compagnie, in termini puramente economici. In questo modo gli oliveti millenari, così come i fiumi, i pesci, i semi e i produttori di piccola scala si possono facilmente cancellare con un colpo di spugna grazie a una legge pensata ad hoc per soddisfare i bisogni delle multinazionali.

Proviamo a guardare un po’ più da vicino: la Turchia è il quarto produttore di olio e di olive al mondo dopo Spagna, Italia e Tunisia. Gli oliveti sono sotto la tutela dello Stato come in Italia e in Spagna. Abbattere un olivo è proibito dalla legge. Ma oggi una bozza che include cambiamenti alla legge di tutela di queste importanti aree agricole sta per essere presentata al Parlamento. Secondo la bozza di legge le coltivazioni di olivi con un’area inferiore all’ettaro perderanno la definizione di oliveto, per diventare semplicemente terra coltivata.

La superficie media un oliveto in Turchia è di 0,2 ettari, e la maggioranza di questi appezzamenti viene coltivata da piccole aziende a gestione familiare. Stiamo parlando di circa 500 000
produttori che si trovano già in una difficile situazione dovuta agli alti contributi agricoli da versare. La semplice idea che gli oliveti possano essere destinati all’edilizia ha già costretto alcuni agricoltori ad abbandonare la loro terra, trasferendosi dalla campagna alle città. Una volta approvata la legge in Parlamento, è certo che tutti gli altri li seguiranno. Di conseguenza la strada sarebbe spianata per tutti quegli investimenti e quelle opere che avrebbero La superficie media di un oliveto in Turchia è di 0,2 ettari, e la maggioranza di questi appezzamenti viene coltivata da piccole aziende a gestione familiare un impatto negativo sulla coltivazione degli olivi e che non sono permessi dalla vecchia legge ancora in vigore sulla tutela degli oliveti. Le terre non più protette sarebbero usate per attività estrattive, investimenti energetici e per la costruzione di residenze turistiche estive.

Salih Madra, amico di Slow Food Turchia e membro di una famiglia alla terza generazione di produttori di olive, ha lanciato una petizione contro questa proposta di legge a nome dell’Associazione di produttori di olive e olio di oliva di Ayvalik. La sua e quelle dei suoi amici non sono le uniche firme raccolte, ma si cerca incessantemente di fare pressione contro l’approvazione di questa bozza di legge, che distruggerebbe non solo gli oliveti, ma la natura stessa.

L’Associazione di produttori di olive e olio di oliva di Ayvalik ha una forte influenza in questo distretto ed è uno dei più importanti attori della regione che si affaccia sull’Egeo, dal momento che produce un olio di oliva di ottima qualità. Nella petizione lo slogan di Salih Madra è «L’olivo è vita». E lo è davvero, senza ombra di dubbio. L’olivo è una pianta dalla forte eredità culturale, è il simbolo della grande cultura che abbiamo creato per sopravvivere. È la reminiscenza del nostro passato e la promessa di un futuro.

Il convivium Slow Food Fikir Sahibi Damaklar di Istanbul supporta questa petizione incondizionatamente. Carlo Petrini e Piero Sardo, i nostri mentori nella ricerca del buono, pulito e giusto, hanno dato una mano alla causa, così come lo hanno fatto tanti leader Slow Food e tanti amici e simpatizzanti da tutto il mondo. Tutto ciò ha spinto Slow Food Internazionale all’azione: è stato programmato un evento internazionale che si terrà ogni anno in Turchia, nella madrepatria dell’olivo, e che si chiamerà Slow Olive.

Il primo a Ayvalik, il prossimo sperabilmente a Mardin, vicino al confine siriano. Produttori di olive e di olio di oliva, cuochi, antropologi, botanici, archeologi, entusiasti, curiosi e simpatizzanti si troveranno tutti insieme nel corso dell’evento e insieme celebreranno la biodiversità, i doni, l’equilibrio e il patrimonio culturale della terra. E soprattutto si faranno una promessa l’un l’altro: «Non lasceremo che mangino il nostro pianeta!»