L’orizzonte d’Appennino è a sud

di Sonia Chiellini

Che l’Italia è stretta e lunga l’abbiamo imparato alle scuole elementari, studiando geografia. Nella storia del secondo dopoguerra, con l’euforia del cosiddetto boom economico, questo dato oggettivo si evidenziò ai nostri occhi attraverso la realizzazione delle grandi opere pubbliche (viadotti, tunnel, autostrade) frutto del genio e dell’operosità italiana, che dovevano rendere, secondo i governi che le sostennero, il nostro Paese una nazione moderna e al passo con i tempi. Vent’anni prima Cristo s’era fermato ad Eboli, e lì rimase nonostante tutto quel fervore ingegneristico finalizzato, si diceva, a ricongiungere questa Italia stretta e lunga, percorsa longitudinalmente da una catena montuosa possente come una spina dorsale, e renderla infine una tra le nazioni europee e mondiali a spiccata vocazione industriale. Se oggi guardiamo gli effetti (cartine delle reti stradali e ferroviarie) ci accorgiamo di come l’auspicato fine di consentire il trasferimento di merci e uomini per favorire un complessivo benessere nazionale si sia scontrato contro le molteplici difficoltà strutturali ed economico-imprenditoriali, le piccinerie politiche e le ben note infiltrazioni illecite, lasciando al Sud il consueto primato di garantire un unico flusso: quello degli uomini (e delle donne) verso altre destinazioni, l’abbandono delle attività agricole e artigianali e delle condizioni di vita grame e persino arcaiche che Carlo Levi aveva efficacemente descritto nel suo libro, così come più tardi avrebbero fatto antropologi come Ernesto De Martino o sindacalisti poeti come Rocco Scotellaro.

Il senso contrario di questo flusso ha invece favorito la cementificazione selvaggia delle coste meridionali in nome di uno sviluppo economico privo di infrastrutture e adeguata formazione imprenditoriale, l’espandersi e il radicarsi di interessi illeciti che disastri naturali come il terremoto dell’Irpinia dell’80 o il dissesto idrogeologico via via sempre più frequente contribuirono allora e continuano oggi a rafforzare. Fino ad arrivare alle reti occulte che gestiscono lo smaltimento dei rifiuti o agli interessi dietro agli impianti destinati alla produzione di energia. Parlare di Appennino e parlarne al Sud, come abbiamo fatto in questa seconda convocazione degli Stati Generali delle Comunità dell’Appennino svoltasi in Molise a Castel del Giudice, ha avuto come effetto proprio quello di guardare al futuro dei nostri territori montani partendo da questo portato storico e sociale profondo e per molti versi doloroso; è stato come affrontare i diversi temi che erano all’ordine del giorno delle quattro commissioni di lavoro partendo da una consapevolezza nuova dettata, sì, dal lavoro svolto in due anni sul progetto stesso, ma anche dall’ascolto delle declinazioni locali dei problemi che davano nuovi accenti e nuove prospettive al nostro percorso. In tutti gli incontri svolti in questi anni per delineare il progetto Appennino e costruire la rete delle Comunità, le parole usate per descrivere il nostro operare sono state “resistenza”, “opportunità”, “valorizzazione”: se dovessi scegliere una parola che riassuma la due giorni di lavoro di ottobre direi “riscatto”. C’è una consapevolezza nuova nei territori montani del Sud, che è quella di rivendicare il diritto di creare le proprie opportunità di lavoro e di vita nei luoghi in cui si è nati, ma soprattutto di crearle insieme, partendo dal basso. La partecipazione dei tanti delegati delle diverse realtà appenniniche italiane, attraverso il racconto e le testimonianze di buone pratiche e lo scambio di processi virtuosi che vedono coinvolti cittadini e amministratori in nuove sfide, si è basato su un assunto fondamentale: la volontà di decidere il futuro delle Comunità partendo dalle piccole cose, vivendo del proprio lavoro e non di assistenza. Durante l’assemblea plenaria svoltasi domenica 18 ottobre il nostro presidente, Nino Pascale nel suo discorso di chiusura ha definito l’Appennino «territorio non svantaggiato, ma danneggiato da politiche miopi nonostante abbia tutte le potenzialità per garantire un alto livello di benessere». Il nostro Paese ha bisogno dell’Appennino: è partendo da questo capovolgimento di paradigma che riusciremo davvero a comprendere quanto importante sia difendere questo territorio, la sua agricoltura così difficile e preziosa, le sue molteplici culture, la sua grande voglia di riscatto.