Mangiare è un atto agricolo

di Michael Pollan

A marzo 2009, poche settimane dopo che Michelle Obama aveva inaugurato il suo orto di verdure biologiche nel giardino a sud della Casa Bianca, la sezione economica domenicale del New York Times ha pubblicato una cover story intitolata “La rivoluzione alimentare prossima ventura?”. L’articolo, scritto dal giornalista del quotidiano che si occupa di agricoltura, dichiarava che «i sostenitori del cibo organico e prodotto a livello locale, dopo essere stati ignorati per anni da Washington, hanno trovato un orecchio attento alla Casa Bianca». Si tratta certo di un momento esaltante per le persone che hanno cercato di contribuire a modificare il modo in cui gli americani coltivano e si nutrono – il «movimento del cibo», come si chiama oggi. Fioriscono i mercati di cibo di provenienza alternativa – di origine locale, biologico, da allevamento a terra –, spuntano come funghi i mercati dei contadini e, per la prima volta da più di un secolo, il numero di agricoltori censito dal Dipartimento dell’Agricoltura aumenta anziché diminuire. Il nuovo Segretario di Stato all’Agricoltura ha dedicato il lavoro del Dipartimento alla «sostenibilità», e oggi tiene riunioni con il genere di agricoltori e attivisti che non molti anni fa stazionavano con cartelli di protesta e bloccavano il traffico con i trattori davanti alla sede del Dipartimento. Le parole costano poco, direte voi, e per la verità finora si sono visti più discorsi che fatti. Ma alcuni di quei discorsi sono stupefacenti. Poco dopo la sua elezione, Barack Obama ha dichiarato a un giornalista di Time che «tutto il nostro sistema agricolo si fonda sul petrolio a basso prezzo », ed è persino arrivato a collegare la diffusione delle enormi monocolture industriali con la crisi energetica e quella dell’assistenza sanitaria. Non so se Barack Obama abbia mai letto Wendell Berry. Di certo però il pensiero di Berry è arrivato fino alle labbra del Presidente. Oggi in America esiste un dibattito nazionale su cibo e agricoltura che soltanto pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Molti americani probabilmente trovano del tutto nuovi i discorsi esemplari sui costi altissimi del cibo a buon mercato, sul rapporto tra terra e salute, sull’impossibilità che una società possa al tempo stesso mangiare bene e mantenersi in salute senza una corretta agricoltura.

Berry ha la capacità di pensare in modo ecologico

I saggi di questa spumeggiante antologia, molti dei quali scritti negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ci ricordano però che gran parte di ciò che oggi noi diciamo e sentiamo è stato già scritto prima, e in modo assolutamente stimolante, da Wendell Berry. E tra questi “noi” devo sicuramente includere me stesso, e non senza un certo imbarazzo. Sfido chiunque a trovare un’idea o un’intuizione contenute nei miei recenti scritti su cibo e agricoltura che non siano già prefigurate (per dirla in maniera benevola) nei saggi di Berry. Può anche darsi che nei miei scritti ci sia qualche idea originale, ma devo riconoscere che la lettura e rilettura dei saggi di Berry mi hanno profondamente ridimensionato. Sono anche servite a rendermi consapevole che l’attuale dibattito americano sul tema del cibo e dell’agricoltura in realtà è nato negli anni Settanta dal lavoro di Berry e di un manipolo di suoi contemporanei come Frances Moore Lappé, Barry Commoner e Joan Gussow. Si tratta di quattro autori abilissimi nel mettere in evidenza le connessioni, profondamente scettici nei confronti del riduzionismo scientifico e molto avanzati non soltanto nella loro conoscenza dell’ecologia, ma anche nella capacità di pensare in modo ecologico: nel tracciare, per esempio, collegamenti tra hamburger e prezzo del petrolio, oppure tra il brulichio della vita nel suolo e il benessere di piante, animali e uomini che traggono nutrimento da esso. Ritengo che tale dibattito abbia realmente avuto inizio nel 1971, quando Berry ha pubblicato su The Last Whole Earth Catalog un articolo che presentava agli americani il lavoro di sir Albert Howard, agronomo inglese il cui pensiero ha profondamente influenzato Berry fin dal momento in cui questi l’ha scoperto nel 1964. Anzi, buona parte della riflessione di Berry sull’agricoltura può essere vista come un’estesa elaborazione dell’idea-base di Howard, secondo cui l’agricoltura dovrebbe imitare i processi naturali delle foreste e delle praterie, e scienziati, agricoltori e medici dovrebbero riconsiderare «il problema del benessere del suolo, delle piante, degli animali e dell’uomo come un unico grande tema».

Nessun’altra citazione compare con più frequenza negli scritti di Berry, e a ragione. In primo luogo essa appare palesemente vera (e anche gli scienziati più riduttivisti cominciano a riconoscerlo), e in secondo luogo costituisce un’inesauribile guida di pensiero nei confronti di parecchi dei nostri problemi. In quello stesso anno la Lappé pubblicò Diet for a Small Planet, che collegava la moderna produzione di carne (e in particolare l’uso di cereali per nutrire il bestiame) ai problemi dell’ambiente e della fame nel mondo. Durante lo stesso decennio, Commoner ha poi messo in relazione l’agricoltura industriale con la crisi energetica, mostrando quanto petrolio mangiavamo quando utilizzavamo cibo proveniente dalla filiera alimentare industriale. E la Gussow ha spiegato ai colleghi nutrizionisti che il problema di una dieta sana non può essere separato da quello dell’agricoltura. Riflettere su quest’importante e fertile corpo di opere, che spiegano tutto ciò che è necessario sapere sul vero costo del cibo a buon mercato e sull’importanza di una buona agricoltura, per me significa registrare due generi di rimpianto, di tipo uno personale e l’altro politico: primo, come giovane scrittore avvicinatosi a quei temi due decenni più tardi, ero assai meno originale di quanto credessi; secondo, come società presa nel suo insieme, non abbiamo prestato sufficiente attenzione a un monito che poteva evitare o perlomeno mitigare la situazione terribile in cui ci troviamo adesso. E infatti, che cosa daremmo oggi per tornare alla «crisi ambientale» di cui Berry scriveva in modo tanto profetico negli anni Settanta, epoca ancora ignara del problema dei mutamenti climatici? O alle questioni relativamente più trattabili che riguardavano la salute pubblica di quel periodo, prima che l’obesità e il diabete di tipo 2 diventassero «epidemici »? (La maggior parte degli esperti data l’origine dell’epidemia di obesità ai primi anni Ottanta.)

La Storia tuttavia dimostrerà che abbiamo evitato di accogliere l’invito a pensare in termini ecologici. Appena il prezzo del petrolio è sceso e Jimmy Carter è ritornato a vivere nelle campagne della Georgia col suo cardigan, il suo termostato e i suoi pannelli solari, l’America è tornata al solito (agri)business, lasciando cadere con indifferenza il filo del discorso che Berry aveva contribuito a tessere. A metà degli anni Ottanta Ronald Reagan ha fatto rimuovere i pannelli solari di Carter dal tetto della Casa Bianca, e i problemi sollevati da Berry e dagli altri sono finiti ai margini della politica e della cultura nazionale. Negli anni Ottanta lavoravo come editor da Harper’s Magazine e ho pubblicato occasionalmente discorsi e saggi di Berry. Durante gli anni di Reagan, perlomeno nell’ambiente dei media di Manhattan cui appartenevo, Berry era spesso visto come un luddista e un eccentrico, e in generale una specie di pezzo d’antiquariato letterario e filosofico. Nel momento in cui tutti sostituivano la macchina da scrivere con il personal computer, pubblicai un breve saggio in cui Berry spiegava il suo rifiuto di usare la macchina da scrivere che fu deriso da un gran numero di lettori. All’epoca persino la parola “agricoltura” sembrava irrimediabilmente fuori moda, del tutto inutile per una cultura corrosa dall’idea del post-moderno. In effetti, quando alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta ho cominciato a scrivere di agricoltura, ho subito pensato che l’argomento non fosse attuale e degno di attenzione per gli editor di Manhattan: avrei perciò fatto meglio a evitare del tutto il termine e a scrivere di cibo, qualcosa che anche allora la gente consumava e a cui si interessava. Eppure, stranamente, non ho mai pensato di stabilire un collegamento con il suolo o con il lavoro degli agricoltori. È stato allora che ho cominciato a leggere con attenzione l’opera di Berry, anzi, con avidità, perché trovavo risposte ai problemi pratici con cui mi scontravo nell’orto. Avevo cominciato a coltivare da solo una certa quantità di cibo, non in una fattoria, ma nel prato di una seconda casa in una zona residenziale alla periferia di New York, ed ero completamente impreparato alle sfide poste da animali ed erbacce. Seguace fedele di Thoreau ed Emerson (entrambi i quali, sbagliando, consideravano le erbacce come simboli della natura e gli orti come una sua degenerazione), manifestavo un sacro rispetto per la natura ed evitavo di recintare le verdure di fronte all’intrusione del bosco. Non c’è bisogno che mi dilunghi su com’è andata a finire. Thoreau aveva seminato un campo di fagioli a Walden, ma non era riuscito a conciliare il suo amore per la natura con la necessità di difendere le colture da erbacce e uccelli e alla fine aveva abbandonato del tutto l’agricoltura. Era arrivato a dichiarare che «se qualcuno mi proponesse di risiedere nelle vicinanze del più bel giardino che l’arte umana abbia mai creato, oppure di una lugubre palude, sceglierei di certo la seconda». Con questa dichiarazione alquanto sgradevole, la letteratura americana sulla natura ha voltato quasi del tutto le spalle al paesaggio domestico. Non sorprende perciò che gli americani siano più bravi a preservare la natura che a praticare agricoltura e allevamento.

La parola “agricoltura” sembrava fuori moda

Wendell Berry mi ha permesso di risolvere il dilemma posto da Thoreau, fornendomi un solido ponte per sanare la profonda frattura americana tra natura e cultura. Utilizzando la fattoria come testo, e non la natura, Berry mi ha fatto capire che la mia era una disputa legittima con la natura – una lite da innamorati – e mi ha indicato come affrontarla senza ricorrere all’artiglieria pesante. Ha trasferito la natura dai boschi «laggiù» (oltre il recinto) a una manciata di terra o al germoglio di un pisello dell’orto, trasformandola in qualcosa che può non soltanto essere protetto, ma anche coltivato. Ha tracciato un sentiero che ci ha ricondotti alla natura non più come spettatori, ma come partecipanti a pieno titolo. Ho divorato tutti gli scritti di Berry che ho potuto trovare e devo dire che mi sono sembrati tutt’altro che antiquati, anzi, li ho trovati assolutamente utili e penetranti. Ovviamente in gioco qui c’è molto più del recinto di un orto. Il mio problema con Thoreau riformula il dilemma storico dell’ambientalismo americano, che si è occupato assai più della necessità di lasciare in pace la natura che di come usarla al meglio. Se oggi si comincia ad assistere a un dialogo nuovo tra ambientalisti e agricoltori americani, e anche tra consumatori urbani e produttori rurali, gran parte del merito spetta a Berry e a passi come questo:

Conservazionista e agricoltore, 2002
“Perché un conservazionista, ad esempio, dovrebbe interessarsi attivamente di agricoltura? Le ragioni possono essere tante, ma la più ovvia è che anche un conservazionista mangia. Preoccuparsi soltanto del cibo ma non della sua produzione è una palese assurdità. I conservazionisti che vivono in città, magari, crederanno di potersi permettere d’ignorare i problemi della produzione alimentare perché non sono agricoltori. Ma non possono cavarsela così a buon mercato, perché anche loro fanno gli agricoltori per interposta persona. Sono in grado di mangiare soltanto se qualcuno, in qualche modo e da qualche parte, coltiva la terra per conto loro. Se decideranno di assumersi di nuovo la responsabilità dei propri bisogni alimentari, scopriranno che questa li ricondurrà molto velocemente alle precedenti preoccupazioni per il benessere della natura.” La consapevolezza che siamo tutti coinvolti nell’agricoltura – secondo la celebre formulazione, che «mangiare è un atto agricolo» – costituisce forse il suo contributo più esemplare all’attuale ripensamento del rapporto tra cibo e agricoltura, e rappresenta una tipica idea alla Berry, dal punto di vista del contenuto come della forma: al tempo stesso ovvia e del tutto sconcertante. Leggere i saggi di questo libro significa avvertire questa tensione, trovarsi di continuo il passo sbarrato da verità assolutamente evidenti. Ecco un piccolo saggio delle idee che troverete nelle pagine del volume:

Assurdità concentrata, 2002
“Vorrei perciò proporre qui una definizione di «agricoltura sostenibile». A mio modo di vedere, quest’espressione si riferisce a un modo di coltivare la terra che può essere portato avanti all’infinito, perché rispetta i limiti che le vengono imposti dalla natura dei luoghi e delle persone.”
In difesa della piccola fattoria, 1986
“Eccoci dunque al nocciolo del problema: il totale divorzio dell’economia industriale da qualsiasi ideale e principio al di fuori di sé.”

Energia e agricoltura, 1979
“L’agricoltura fondata sull’energia del sole era radicalmente estranea all’economia industriale, che era in grado di ricavarne scarsi profitti. Perché l’industria potesse sfruttare appieno l’attività agricola era necessario, per dirla con Barry Commoner, indebolire «i legami tra fattoria e sole» e trasformare le terre coltivabili in colonia delle grandi società. Occorreva persuadere i coltivatori a rinunciare all’energia gratuita del sole e comprare a caro prezzo l’energia prodotta dalle macchine alimentate da combustibili fossili. Da un punto di vista culturale è accaduto così che le macchine hanno sostituito gli agricoltori e l’energia ha preso il posto della perizia contadina. Mano a mano che gli agricoltori diventavano sempre più dipendenti dall’energia prodotta da combustibili fossili, nella loro mente si produceva una radicale trasformazione. Mentre in precedenza il loro modo di pensare era centrato sulla biologia, sulla vita e sul benessere degli esseri viventi, ora si focalizzava su tecnologia ed economia. Una volta che gli agricoltori hanno imboccato la strada a senso unico dell’indebitamento, ad esempio, il credito è diventato per loro una preoccupazione pressante quanto il maltempo.”

Norme igieniche per agricoltori, 1977
“Davvero la concentrazione della produzione nelle mani di un numero sempre più ristretto di grandi operatori giova agli interessi della pulizia e dell’igiene? O non rende forse più frequenti e lucrose le occasioni di collusione tra produttori irresponsabili e ispettori corrotti?”
Il piacere di mangiare, 1989
“Esiste poi una politica del cibo che, come qualsiasi politica, chiama in causa la nostra libertà. Certe volte siamo ancora consapevoli del fatto che non possiamo essere liberi se qualcuno controlla la nostra mente e la nostra voce. Ma abbiamo dimenticato che non possiamo neppure essere liberi se qualcuno controlla il nostro cibo e le sue fonti. […] Mangiare in modo responsabile significa anche essere liberi.”

L’opera saggistica di Berry viene spesso etichettata come «profetica». Capisco le ragioni che stanno alla base dell’uso di questo termine: da quarant’anni Berry ci indica con assoluta chiarezza dove porteranno i nostri errori. In realtà, però, la sua prosa non alza mai la voce né si altera in preda al furore. Al contrario appare sempre paziente e razionale, precisa, ordinata e scrupolosa, come un lavoro di falegnameria ben organizzato. Dalla costruzione delle frasi di Berry ho appreso tanto quanto ho imparato dalle sue idee. Nel mio studio, i suoi libri stanno sul piccolo scaffale che tengo sempre a portata di mano, e di cui mi servo ogni volta che Ringraziamo
Edizioni Lindau
per la gentile
concessione
della prefazione
al volume "Mangiare
è un atto agricolo"
di Wendell Berry.
scrivo e non riesco ad andare avanti: leggere poche righe a caso spesso fa il miracolo e mi permette di superare l’ostacolo. Nella mia testa, l’inconfondibile voce di Berry produce l’effetto di un tonico capace di dare forza a forma e contenuto, e nei casi migliori di eliminare la patina di luoghi comuni che riveste il nostro irrazionale pensiero quotidiano. Permettetemi di concludere quest’introduzione con una citazione di Berry nella sua forma migliore, tratta da un editoriale pubblicato insieme al suo vecchio amico e collaboratore Wes Jackson*, poco dopo la crisi finanziaria dell’autunno del 2008: Per 50 o 60 anni ci siamo cullati nell’illusione che finché avremo denaro avremo cibo. Ci siamo sbagliati. Se continueremo a offendere la terra e il lavoro che ci consentono di nutrirci, le scorte alimentari diminuiranno e ci ritroveremo con un problema molto più grave del crollo di quest’economia di carta. Il Governo non sarà in grado di produrre cibo semplicemente regalando centinaia di miliardi di dollari alle società di agribusiness. Questo passo mi piace per l’idea che esprime – da solo, il termine «economia di carta» vale più di un milione di parole sulla crisi finanziaria –, ma ancor più per la bella notizia che annuncia. Che la voce indispensabile di Berry continuerà a farci da guida in questo momento difficile, provocatoria e stimolante come non mai.