Montepulciano d’Abbruzzo

la storia recente

di Fabio Giavedoni

Nel volume Il Montepulciano d’Abruzzo: un grande vino viene raccontata con dovizia di particolari e attraverso una ricerca minuziosa – proponendo idealmente un viaggio tra i cinque grandi territori che definiscono il contorno regionale entro il quale cresce e si sviluppa questo vino – la lunga epopea del Montepulciano d’Abruzzo, che attraverso i secoli ha segnato in maniera importante non solo la storia enologica di una regione, ma soprattutto quella di un’intera popolazione, che è sempre rimasta profondamente legata all’agricoltura e alle proprie radici contadine. Di seguito proponiamo un estratto della storia più recente, tratteggiando velocemente gli avvenimenti che nel corso dell’ultimo secolo hanno inciso in maniera significativa sul percorso di questo vino.

La storia recente del Montepulciano d’Abruzzo prende avvio verso la fine dell’Ottocento, quando in sostanza il vitigno oltrepassa idealmente le gole di Popoli – scendendo dalle zone di alta collina e di montagna verso l’Adriatico – e comincia a essere coltivato in maniera sempre più significativa nelle medie colline e nei territori pianeggianti più vicini al mare. Siamo in un momento storico in cui gli abruzzesi sono occupati in netta prevalenza nelle attività agricole, anche per la scarsa presenza sul territorio regionale di industrie manifatturiere. Cresce progressivamente il numero dei piccoli proprietari terrieri che approfittano, in maniera lenta e proporzionata, del progressivo frazionamento e della conseguente alienazione dei grandi latifondi, delle consistenti proprietà delle Opere Pie e dei possedimenti demaniali. Soprattutto in collina prende forma una piccola impresa contadina che si dedica prevalentemente alla viticoltura, spesso affiancata dalla frutticoltura o dal seminativo. Siamo ancora lontani però dalla trasformazione delle uve, che in questa fase vengono vendute fuori regione.

L’epidemia di fillossera
Su questo panorama vitivinicolo in lenta ma costante crescita si abbatte però la tremenda epidemia di fillossera che, prendendo piede in Francia dopo la metà dell’Ottocento, colpisce in maniera progressiva – espandendosi a macchia d’olio – prima le regioni padane e poi le terre vitate dell’Appennino centrale e meridionale. Nel 1900 la superficie vitata dell’Abruzzo e del Molise era stimata in 75.500 ettari in coltura promiscua e 57.300 in coltura specializzata: dal rilevamento catastale del 1929 risultano invece 32.000 ettari in coltura promiscua e 62.200 in coltura specializzata; nel complesso una bella perdita di superficie vitata, ma anche una maggiore propensione alla viticoltura specializzata. Il periodo post-fillossera è caratterizzato però da una situazione economica stagnante, che segue la storica crisi economica del 1929, e poi dallo scoppio della seconda guerra mondiale.

La ripresa del secondo dopoguerra
Negli anni Cinquanta la popolazione rurale, aumentata nel numero a causa del progressivo abbandono delle città durante il periodo bellico, aveva scarse nozioni vitivinicole e pochissima imprenditorialità: poteva contare solo sulle conoscenze che i più anziani avevano appreso grazie al lavoro delle Cattedre Ambulanti negli anni Trenta. Le uve montepulciano venivano spesso inviate al Nord, per aumentare il volume e la corposità dei vini veneti, toscani, piemontesi e delle altre regioni all’avanguardia nel campo vinicolo. Le poche vinificazioni effettuate in Abruzzo producevano vini di scarsa qualità che erano venduti sfusi, sempre più spesso fuori regione.

Le prime bottiglie
Nonostante una situazione generale non troppo positiva nacquero comunque le prime aziende di valore, grazie alla tenacia e all’illuminata intraprendenza di quei pochi “signori di campagna” che credevano nella possibilità di un progresso del vino abruzzese e del Montepulciano in particolare. Costoro erano consci del fatto che l’unica possibilità per far crescere il nome di questo vino era di produrlo nel miglior modo possibile e metterlo in bottiglia. Il primo di questi fu senza dubbio Edoardo Valentini, che dalla sua cantina di Loreto Aprutino fece uscire la prima etichetta
(anticipando il riconoscimento della Doc) di Montepulciano d’Abruzzo, vino a denominazione d’origine semplice.

La nascita delle cantine sociali
Accanto al risveglio di questi pochi imprenditori privati si registrò, al contempo, la nascita e lo sviluppo delle prime cantine sociali organizzate in forma cooperativa. Un movimento che non senza difficoltà iniziali, vista l’inveterata ritrosia di molti contadini ad associarsi in forme collettive, si dimostrò sempre più forte e virtuoso, capace di raggiungere in breve tempo un ruolo importante non solo in ambito regionale ma anche nazionale. La prima a prendere vita fu, nel 1957, la Cantina Sociale San Mauro Abate di Bomba, presto seguita dalla Cantina Sociale Frentana di Rocca San Giovanni, dalla Cantina Sociale di Ortona, dalla Cantina Sociale di Miglianico, dalla Cantina Sociale di Tollo e dalle tante altre che presero avvio in tutto il territorio regionale.

Cambia la geografia viticola della regione
Questo “fermento vitivinicolo” degli anni Cinquanta e Sessanta ha comportato un notevole cambiamento nella distribuzione della superficie vitata in ambito regionale: mentre si registrava un calo dei vigneti nelle province di Teramo, Pescara e L’Aquila, in provincia di Chieti l’estensione dei vigneti cresceva in maniera significativa, passando dai 12.260 ettari censiti nel 1929 ai 25.000 del 1970. In genere si produceva uva con il solo intento di raggiungere una buona quantità e un elevato grado zuccherino, visto che il prezzo al quintale era legato a questo parametro. Insomma si privilegiava in genere una produzione massiva, che badava più alla quantità che alla qualità: un fenomeno che riguardava la maggior parte delle regioni italiane, ma che in Abruzzo trovava una delle sue massime espressioni. Diventavano però sempre più significative le iniziative, private e cooperative, di segno opposto, miranti cioè a una produzione qualitativamente ed economicamente superiore.

 

L’istituzione della Denominazione di Origine Controllata
In questi anni cominciava in Italia il processo di regolamentazione della produzione vitivinicola nazionale, che culminò con la legge “Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini” del luglio del 1963. Prese avvio l’iter per il riconoscimento delle denominazioni regionali che, non senza forti discussioni (in particolare sul nome da adottare per il principale vino rosso abruzzese), arrivò a compimento con l’approvazione e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il 15 luglio 1968, del “Riconoscimento della denominazione di origine controllata del vino Montepulciano d’Abruzzo, e approvazione del relativo disciplinare di produzione”. Nasceva così la prima Doc abruzzese, che doveva finalmente valorizzare i vini da uve montepulciano. In realtà, dopo la nascita della Doc la qualità del Montepulciano d’Abruzzo non cambiò eccessivamente, in quanto si decise di continuare in genere sulla strada delle produzioni massive e solo pochi produttori tentarono di valorizzare i propri vini.

Un doppio binario, qualità e quantità
Bisognò aspettare la metà degli anni Ottanta – e il tragico e clamoroso scandalo del metanolo del 1986, che ha rappresentato il punto più basso della storia vinicola italiana – per vedere qualche significativa inversione di tendenza e la nascita delle prime cantine private decise a far diventare il Montepulciano uno dei grandi vini italiani, presto seguite da alcune importanti realtà cooperative. In seguito, nel 1995, fu istituita la sottozona Colline Teramane all’interno della Doc Montepulciano d’Abruzzo – diventata oggi la prima Docg abruzzese – a cui fece seguito un anno più tardi la nascita della Doc Controguerra.

La differenziazione territoriale
A questa prima e decisa spinta propulsiva è seguito un periodo di relativa lentezza nella crescita complessiva del Montepulciano d’Abruzzo, durante il quale l’obiettivo principale dell’intero comparto produttivo è stato quello di far crescere la massa critica di questo vino. Con il nuovo millennio invece il mondo vitivinicolo abruzzese ha sentito la forte necessità di evolversi e migliorare ulteriormente, sia in qualità sia in immagine, intraprendendo un virtuoso percorso di differenziazione territoriale della produzione – che intelligentemente tende a legare sempre di più il Montepulciano d’Abruzzo ai numerosi e peculiarmente differenti territori d’elezione dai quali proviene – accompagnato da scelte gestionali forti e innovative, che vanno nel senso di una marcata discontinuità con il passato. Queste nuove spinte propositive si sono concretizzate anche con l’istituzione, nel 2008, della nuova Denominazione di origine controllata Tullum, che va a insistere sul territorio attorno alla cittadina di Tollo, seguita qualche anno più tardi dalla Denominazione di origine controllata Villamagna, che si estende in un porzione vicina del grande comprensorio teatino.