Nut.ro

nutrire Roma, facendo rete,
usando la rete

di Claudio Arbib e roberto D'Autilia

Slow Food Roma ha un progetto per ricollegare la campagna alla città, l’Agro romano alla Capitale. Tutto parte da una riflessione sulle reti e sulle opportunità che possono dare le tecnologie di comunicazione più diffuse. Rimappare, rendere la rete visibile, farla funzionare per contrastare il consumo di suolo e ridare dignità vera al cibo di prossimità

C’è una storia che viene spesso raccontata quando si parla di reti. Vale la pena narrarla ancora una volta perché segna la scoperta di un nuovo punto di vista sul mondo. È la storia del ventottenne Eulero che passeggiando per la città di Königsberg si domandava se fosse possibile trovare un percorso per attraversare una sola volta i sette ponti che collegavano la città alle due isole sul fiume Pregel. Per risolvere il problema il giovane matematico disegnò su un foglio dei puntini, li collegò, e studiando quella rete dimostrò che tale percorso non poteva esistere. Era il 1735, e il disegno di Eulero viene ricordato come la prima rete della quale si abbia conoscenza. Quasi tre secoli dopo, il numero di articoli che trattano di reti, frutto di quella nuova visione del mondo, è enorme. Le reti sono una chiave di lettura e di comprensione di moltissimi fenomeni, dalle forme degli stormi di uccelli nel cielo alla struttura delle relazioni sociali. A Portland, per esempio, un gruppo di studiosi ha scoperto che la città è una rete di persone connesse dagli edifici nei quali si incontrano, comprendendo così i meccanismi di propagazione di possibili epidemie; alcuni ricercatori bolognesi, invece, si sono serviti della rete per comprendere la diffusione dei pettegolezzi. Le reti sono uno strumento per capire il mondo.

Ma il mondo cambia, si trasforma e, oltre alla storia di Eulero, c’è un altro fatto che viene citato spesso quando si parla della trasformazione del mondo: nel 2008, per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione urbana ha superato quella rurale. Il pianeta del futuro sarà un pianeta formato da città, che potrebbero diventare grandi come l’area urbana di Tokyo, con più di 35 milioni di abitanti, cinque volte la popolazione dell’Austria. Anche le città sono reti, reti di relazioni, di tubi, di strade, di cavi, di flussi, di persone e di beni, soprattutto di cibo. La città è un grande organismo vivente, una rete complessa che assorbe cibo dalla campagna, cresce e È necessario studiare il funzionamento e la robustezza delle reti agricole perché la campagna possa difendersi dalla pressione urbana produce rifiuti. Ma se le reti urbane sono state studiate in dettaglio e in parte capite, molto poco si conosce delle reti rurali e della loro possibilità di resistere alla crescita urbana. Le città, infatti, crescono più velocemente della loro popolazione, espandendosi e sottraendo suolo a una campagna che è tuttavia deputata a fornirle cibo. Il pianeta città dei prossimi anni eserciterà una pressione sempre più spaventosa sulla campagna, dalla quale, comunque, continuerà a dipendere per la sua sopravvivenza. Per questo è necessario studiare il funzionamento e la robustezza delle reti agricole: perché la campagna possa difendersi dalla pressione urbana. Per contenere questa pressione vengono proposte soluzioni volte a contrarre la città. Ma non basta: è la campagna che deve difendere il suo ruolo, tutelando la piccola agricoltura. Da queste suggestioni nasce il progetto Nut. Ro-Nutrire Roma di Slow Food Roma: la mappa delle connessioni tra il cibo e la terra, tra il cibo e la città, per documentare cosa si perde quando si distrugge un pezzo di territorio agricolo e quale ricchezza potenziale rappresenta per Roma e la sua popolazione il suolo dell’Agro che la circonda. Un territorio intriso di biodiversità: per comprenderlo è necessario sviluppare una rete della conoscenza, attraverso uno studio di fattibilità e sostenibilità e con la mappatura dei prodotti della terra. Non solo quelli distribuiti o venduti, anche quelli coltivati per autoconsumo o regalati. E quelli che finiscono sprecati.

Il progetto prende spunto dal modello virtuoso di Nutrire Milano, un’iniziativa di Slow Food che anticipa i temi dell’Expo 2015 nella sua stessa cornice, e si appoggia, con l’intenzione di potenziarla, a una precedente esperienza, Legumen, che si serve di una piattaforma informatica creata in Africa per localizzare gli episodi di violenza in Kenya dopo le elezioni 2008, quando 45.000 cittadini formarono una rete di testimonianza utilizzando gli strumenti elettronici disponibili (Ushahidi che in swahili significa testimonianza). In più, Nut. Ro può contare sulla rete slow delle condotte locali (per ora collabora al progetto Slow Food Marino), delle comunità del cibo, dei Presìdi e dei prodotti dell’Arca, delle Alleanze… Ancora reti, reti nelle reti. Nel progetto Nut. Ro ogni singolo ortaggio, frutto o formaggio sarà protagonista della mappa, testimone di una vocazione e di un valore. Un protagonista volatile, un cibo che nella maggior parte dei casi verrà consumato in pochi giorni. Ma in questa volatilità risiede la sua forza di testimone e custode del valore di un territorio. La mappa è, dunque, solo apparentemente effimera, è una struttura che si trasforma in continuazione e proprio su questo fonda la sua utilità. Perché racconta lo stato dell’arte e il suo divenire, i flussi attuali e potenziali da campagna a città, puntando a dimostrare in che modo e in che misura una città come Roma potrebbe essere nutrita in modo sostenibile restituendo l’Agro romano alla sua vocazione: quella agricola, contro la logica pressante della rendita fondiaria.

L’altro aspetto fondamentale è che la mappa dovrà essere aggiornata da chi coltiva o produce quel cibo. Nella terminologia delle reti questa raccolta collettiva di informazioni si chiama crowdsourcing. Le esperienze di crowdsourcing sono tante: qualche anno fa, per esempio, è stato misurato l’inquinamento acustico di Parigi con i cellulari dei cittadini. È una modalità che aiuta a consolidare la solidarietà tra le persone, rafforza il senso di appartenenza a una comunità e a un progetto comune, per il bene comune. Con l’aiuto del crowdsourcing, con la partecipazione dei piccoli produttori, ma anche di cittadini, turisti, co-produttori, studenti, istituzioni, che ogni giorno invieranno selfies dei prodotti e delle realtà presenti sul territorio, si racconta come e dove il cibo viene prodotto, consumato, le ragioni dei comportamenti delle persone e il senso del tempo e della terra. Una versione elettronica dei cartelli che sui bordi delle strade indicavano una fattoria o un piccolo produttore che vendeva vino, olio, frutta, ortaggi. Certamente chi si trova a passare in una zona di campagna potrà consultare la mappa Nut. Ro e sapere rapidamente cosa trovare nel raggio di pochi chilometri. Ma dalla somma di tante segnalazioni risulterà un disegno, una mappa agroalimentare (che può diventare anche archeologica, paesaggistica, storica, artistica e in senso ampio culturale, per nutrire ancora di più l’anima mostrando tutto quello che l’Agro ha trattenuto come una spugna nei millenni) delle potenzialità di un territorio, della sua vitalità e del suo valore: il valore sta nello strumento stesso attraverso il quale si manifesta, la rete. Una rete di cibi che collegano le persone, i saperi, le identità, una rete di collegamento tra i consumatori e i produttori, una rete tra i luoghi della produzione, le persone e le istituzioni.

L’enorme crescita demografica di Parigi tra XVIII e XIX secolo non ha comportato un sostanziale aumento del bacino alimentare della città perché infrastrutture di collegamento con la campagna, ferrovie e canali, avevano facilitato i flussi agricoli. Oggi c’è bisogno di nuove infrastrutture, non più di collegamento, ma piuttosto di conoscenza. Sappiamo molto di un mercato agricolo delle grandi imprese e delle multinazionali, ma conosciamo pochissimo della fitta rete dell’agricoltura domestica, perché è impossibile censirla senza la partecipazione diretta e quotidiana dei piccoli agricoltori.
L’Agro romano non può essere urbanizzato perché rappresenta un patrimonio agricolo unico che custodisce l’essenza della cultura del Mediterraneo. C’è solo un modo per difendere questo patrimonio: lavorare dal basso per consolidarne la funzione primaria. Questo è possibile costruendo una fitta rete di informazioni, una rete di conoscenza, che fornisca una stima più esatta possibile di cosa perderemmo se quelle aree venissero urbanizzate. Perderemmo la nostra storia, la nostra cultura, la nostra tradizione e una qualità della vita che non sarebbe possibile su altre coordinate geografiche.
La conoscenza di queste mappe potrebbe indurre anche un ripensamento dell’idea di sviluppo urbano, spingendo per una contrazione della città, attraverso le tecnologie infrastrutturali (ancora reti). Alla campagna sarebbe restituita la sua funzione di alimentare le zone urbanizzate, attraverso l’intensa rete dell’agricoltura domestica e contadina che con il cibo può dare alla città il valore di una cultura che si possa veramente definire “buona, pulita e giusta”.