Ogni riparazione è una piccola rivoluzione

di Paolo Giangrasso

«Se sono lento è perchè curo i dettagli» dice nel film The Repairman Scanio Libertetti, riparatore precario di macchine per il caffè, al suo datore di lavoro, rivendicando la propria lentezza come espressione dell’attenzione verso il suo mestiere, per non sprecare, non buttare via, non lasciare al caso.

The Repairman, nelle sale dal 26 febbraio, è l’opera prima del regista torinese Paolo Mitton, ed è anche uno dei film indipendenti più attesi e promettenti dell’anno. Classe 1974, laureato in Ingegneria delle telecomunicazioni, Mitton, dopo vari spostamenti in giro per l’Europa, approda in Inghilterra dove comincia a operare nel mondo della postproduzione e degli effetti speciali, lavorando a pellicole del calibro di Harry Potter, La fabbrica di cioccolato e Troy, e parallelamente comincia a coltivare la sua autorialità che lo porterà a realizzare diversi cortometraggi, sino a concepire il soggetto di questo suo primo lungometraggio. Il film, distribuito da Cineama in collaborazione con Slow Cinema, narra l’umanissima e spiazzante vicenda di Scanio Libertetti (interpretato da Daniele Savoca), mancato ingegnere dalla grande inventiva, di professione riparatore precario di macchine per il caffè.

Costretto a frequentare un corso per recuperare i punti della patente, Scanio si trova a raccontare il suo ultimo anno di vita costellato di molte improbabili vicissitudini che rompono la routine della sua vita in provincia. Poco incline alla mondanità, è però circondato da amici “arrivati” che lo spronano continuamente a cambiare vita e a rincorrere un modello di felicità che non gli appartiene, fatto di certezze materiali e presunte trasgressioni piccolo borghesi. Ma a scuotere l’esistenza di Scanio sarà l’inconto con Helena (interpretata dall’attrice Hannah Croft), sociologa inglese esperta di risorse umane, che sembra essere l’unica disposta ad accettare lui e il suo strano mondo almeno per un po’. Il film è una commedia di chiara ispirazione anglosassone, dunque orientata a una lieve surrealtà, senza però mai abbandonare completamente la verità delle dinamiche umane fatte prevalentemente di incertezze e sorprese.

Scanio ne è dunque il perfetto protagonista apparentemente goffo, orgogliosamente lento, naturalmente mite, incapace di trovare una propria dimensione nella realtà che lo circonda. Come racconta il co-sceneggiatore Francesco Scarrone, che ha scritto il film assieme al regista, «Scanio oltre a voler riparare oggetti vuole riparare la sua vita. Capire verso quale direzione orientarla. Come tutti, è alla costante ricerca della felicità che non può che arrivare solo una volta che si è riusciti ad appagare la propria anima. Anche se Scanio fondamentalmente sta bene con se stesso. Le sue insicurezze arriveranno quando inizierà a sentirsi costantemente giudicato». La sua è una posizione senza dubbio scomoda, in una società votata alla velocità e alla quantità piuttosto che alla qualità. Perchè riparare è un’arte antica quanto l’uomo, che negli ultimi anni sembra soccombere sotto i colpi inflitti da modelli economici di sviluppo e consumo a essa opposti.