OLIVI-CULTURA

di Marco Marangoni e Buket Soyyilmaz

Fin dai tempi antichi, e per molte culture, il ramo di olivo rappresenta la pace e la vittoria. Eventi mitologici e storie leggendarie lo confermano, ma da quello che si è visto a Slow Olive – evento dedicato all’olivicoltura tenutosi in Turchia ad aprile –, non è un caso che l’olivo sia insieme simbolo di pace e anche di rivoluzione. L’evento ha toccato temi quali la perdita di biodiversità, la contraffazione dei prodotti e la confusione della terminologia sulle etichette, mettendo poi in evidenza vari episodi nei quali gli olivi sono stati al centro dell’attenzione: di come, per esempio, questo albero sia diventato il simbolo della rivolta sorta quando il regime di occupazione della Palestina ha distrutto migliaia di piante sul territorio; senza dimenticare ciò che è successo nel quartiere turco di Soma, dove 6000 alberi sono stati tagliati per costruire una centrale elettrica. Gli olivi sono stati dunque presentati come una fonte di nutrimento importante, ma anche come involontari protagonisti di problemi economici, politici e ambientali che richiedono serie riflessioni e azioni concrete in difesa di un patrimonio che dovrebbe essere tutelato come bene comune.

Se, da un lato, questo evento ha regalato preziosi spunti di riflessione e seminato nuova energia tra coloro che vi hanno preso parte (oltre 150 tra produttori e appassionati, da vari Paesi tra cui Turchia, Italia, Palestina, Libano, Tunisia, Marocco e Spagna), dall’altro va ricordato che la sua eredità si mescola con la quotidiana ed estenuante lotta portata avanti dagli agricoltori e dai produttori del Mediterraneo perché venga finalmente riconosciuto il valore delle loro produzioni – buone, pulite e giuste –, tanto nel mercato quanto nella cultura. Sì, perché è di cultura che parliamo quando trattiamo di olio e di olivi. In questo senso diventa cruciale lo sforzo di tutela della biodiversità di cui si fanno carico progetti come l’Arca del Gusto, non soltanto catalogando e quindi promuovendo la conoscenza di un determinato tipo di prodotto, ma ancora più significativamente stimolando l’interesse nel riscoprire tasselli di cultura incastonati nella storia di pratiche agricole tradizionali, di varietà storiche di piante e sementi riportate in auge e di tutti quei saperi artigiani custoditi dalle comunità del mondo. Un esempio è quello dell’olio extravergine di oliva koroneiki, una varietà autoctona greca raccolta a mano, lavorata tradizionalmente a freddo senza alcuna centrifugazione e dalle caratteristiche organolettiche uniche; o dell’ormai rara oliva erkence della Turchia, così dolce da poter essere mangiata appena raccolta dall’albero. Nel caso specifico dell’olivicoltura, poi, salvaguardare un particolare olio di oliva significa allo stesso tempo proteggere il paesaggio nel quale viviamo, un altro fondamentale pezzo di cultura – ancor più quando parliamo di Mediterraneo – modellato e arricchito, talvolta, da olivi che superano anche i mille anni di età, come nel caso di quelli presenti nel territorio del Maestrat, nella provincia spagnola di Castellón. Qui una cooperativa locale si dedica alla produzione di olio proveniente solo da piante millenarie. Talvolta un’oliva può racchiudere storie di epoche ancor più remote, come la varietà tofahi dell’Egitto, apparentemente già consumata al tempo dei faraoni. Nonostante gli ostacoli posti in campo dalle leggi culturalmente distratte del mercato globale – che hanno declassato l’olio extravergine di oliva allo status di commodity –, questa lotta ha già dato risultati incoraggianti che dimostrano come la diversità sia l’unica strada per la valorizzazione. È il caso del Presidio italiano dell’olio extravergine di oliva, che raggruppa 13 produttori che coltivano varietà locali e storiche, secondo metodi di raccolta e lavorazione tradizionali e attenti all’ambiente, uniti dalla convinzione che produrre olio di oliva è un lavoro che richiede conoscenza e grande rispetto per la storia, per gli olivi e, alla fine, per noi stessi.