Oltre la rete

ci salveranno le emozioni

di Vincenzo Ercolino

Una riflessione attorno al concetto di rete – digitale in primis – e su come essa possa nascondere trappole sotto la pretesa garanzia di salvezza che prometterebbe all’umanità. Per capire che non sono lo strumento o la forma in sé a stabilire un’evoluzione o un progresso, bensì che cosa anima questi nuovi strumenti e modi di interagire di cui l’umanità si è dotata. La possibilità di una “intelligenza collettiva”, quindi, si deve animare e confondere con quella che Slow Food e Terra Madre – rete/i anche loro – chiamano “intelligenza affettiva”

«Più facile è spezzare un atomo che un pregiudizio». Solo pochi giorni fa il cardinale Gianfranco Ravasi riportava questa tagliente battuta di Albert Einstein, che di atomi certamente se ne intendeva, a sostegno della tesi che spesso «il punto di partenza della nostra analisi della realtà è un preconcetto, attorno al quale giriamo in una sorta di circolo vizioso e sul quale modelliamo la stessa realtà».
Uno di questi preconcetti o se volete fonti di pregiudizi è – appare paradossale – l’attribuzione alla “rete” o alle cosiddette reti di una sorta di neutrale obiettività, pertanto di una riconosciuta attendibilità e dunque di autorevolezza. Quasi che la “rete”, intesa come lo strumento tecnologico più avanzato per mettere assieme intelligenza, razionalità e competenze, fosse di per sé garanzia di valida discussione e di risoluzione di questioni politiche, ideologiche, sociali e financo economiche: insomma la rete luogo di ragionamenti che producono alla fine la formazione di credenze corrette, molto vicine alla verità. Ma allora perché da più parti si levano voci che allertano sull’effettiva capacità di internet di salvare il mondo? Internet ovvero “la rete” favorisce o no i processi di democrazia? Perché uno studioso del calibro di Evgenij Morozov mette in guardia il governo statunitense dal promuovere lo sviluppo di strumenti di “cittadinanza attiva” attraverso la rete? E bolla questa intenzione come – a essere buoni – un pensiero “naif”? E perché – avverte ancora lo studioso Dalla supremazia di una certa Rete ci salverà quella parte di noi che è stata più abbandonata e addirittura criticata dal pensiero dominante degli ultimi tempi: le emozioni – i cittadini vivono i servizi offerti in rete da Google e altre aziende come gratuiti mentre quel senso di libertà normalmente associato al muoversi in rete non è gratuito? Certo non c’è denaro che remunera il servizio, ma la moneta, carissima, che viene usata nello scambio è la rinuncia a una fetta sempre maggiore della propria “privacy” in favore di servizi pubblicitari e messaggi profondi, radicali e complessi (paradigmi del potere), dunque processi non neutrali che portano con sé implicazioni geopolitiche importanti.
La risposta a tale visione della Rete è nella scuola – affermatasi sempre più – di Ethan Zuckerman, Yochai Benkler, Jeff Jarvis e altri che invece enfatizzano le attese liberatorie invocando un “cyber-ottimismo” che porterebbe la globalizzazione della rete a favorire un’informazione corretta, in grado di avere un impatto positivo sulla formazione di una nuova classe dirigente di pensatori abili e multiculturali. Insomma una comune visione ottimistica e trionfalistica delle potenzialità democratizzanti e anti-totalitaristiche di internet. Tutto sommato una spinta in avanti della definizione di Pierre Lévy sul fine più elevato di internet, ovvero quella che lui definisce “intelligenza collettiva”. Il principio da cui parte Lévy è che dovunque c’è umanità c’è intelligenza, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, può essere valorizzata da nuove tecniche, soprattutto mettendole in sinergia. Oggi, due persone distanti sanno due cose complementari; per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l’una con l’altra, scambiare il loro sapere, cooperare. E allora esiste una “verità” della “rete”? Secondo alcuni studiosi la rete produce effetti che vanno ben oltre lo strumento tecnologico sofisticato a cui altri l’hanno relegata. La rete attraverso un inconscio digitale è in grado di cogliere e di dare vita – ignorando i messaggi subliminali di poteri nascosti o rivelati – a un sistema integrativo di pulsioni, di sentimenti, di emozioni straordinariamente diffusi che superando barriere ideologiche, politiche e sociali danno vita a correnti di convinzioni morali tali da lasciare un profondo segno nella cronaca. Gli esempi di uso della rete quale specchio di un sentimento e di un’emozione comuni sono ormai tanti: dallo sbarco dei migranti a Lampedusa alle rivelazioni di Wikileaks, dall’esordio del «buonasera» di papa Francesco alla diffusione di Dignità di Medici senza frontiere. Dunque è possibile un uso virtuoso di internet? Senza precipitare in convinzioni necessariamente arbitrarie e personali? O – ancora peggio – giustificare, con la pretesa che la Rete parla in nome di principi scientifici, uno stato di privilegio e sfruttamento che declassa l’individuo a strumento di dominio interattivo? Dalla supremazia di una certa Rete ci salverà la parte di noi che è stata più abbandonata e addirittura criticata dal pensiero dominante degli ultimi tempi: le emozioni e i sentimenti che, elevati a “ideali intellettuali comuni”, superando un’impostazione materialistica dell’indagine scientifica di un valido strumento come internet, si adopereranno per rendere il mondo in cui viviamo luogo umanamente libero, indirizzandoci verso un neo-Rinascimento.