Potremmo parlarne al prossimo salone

di Cinzia Scaffidi

Il vicepresidente e direttore del Centro studi Slow Food ci racconta come nascono i temi trattati nell’evento torinese. Occasioni, idee, collegamenti, complessità: la genesi di una conferenza tra le mura del Lingotto risponde a diverse logiche, che si riconducono a un mare di possibilità. Ma a ben vedere una radice comune c’è e, guarda caso, ha a che fare con la diversità, o meglio: la biodiversità

È così, ogni volta. Nei due anni che precedono un’edizione del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre non si contano le volte in cui, durante una riunione, una lezione, un aperitivo, una qualunque conversazione, diciamo: «Potremmo parlarne al prossimo Salone». L’appuntamento torinese, il principale evento internazionale di Slow Food, è ormai vissuto dal mondo che si occupa di agroalimentare come il momento della rif lessione, della chiusura dei cerchi, e dunque della ripartenza. Ma quello che si definisce “il mondo legato all’agroalimentare” è andato definendosi, modulandosi, arricchendosi e, rispetto al 1996, anno della prima edizione, si sono moltiplicati esponenzialmente gli attori che ritengono che il Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre sia un evento al quale non possono mancare. Se 18 anni fa la faccenda riguardava sostanzialmente produttori e pubblico, con qualche apertura ai ricercatori e ai politici che si occupavano dei temi direttamente collegabili al cibo; se in allora consideravamo ragionevole proporre un paio di appuntamenti di rif lessione e approfondimento nell’arco dei cinque giorni, oggi la situazione è ben diversa. Nel 2014, il più grande evento espositivo sul tema del cibo riguarda l’agricoltura, l’industria, la ricerca, la politica, l’ambiente, il commercio equo e solidale, la salute, la cooperazione internazionale, l’economia, il clima, il volontariato, i territori cosiddetti svantaggiati, la tutela idrogeologica, i beni comuni, le relazioni cittàcampagna, le filiere, le sementi, gli ogm, la fame, la sete, il benessere animale, la comunicazione, l’educazione, il cinema, il teatro, le energie rinnovabili, le sapienze tradizionali, il land grabbing, l’ocean grabbing, l’acquacoltura, le contraffazioni alimentari, la ristorazione collettiva, i migranti, il patrimonio culturale… A peggiorare, o migliorare – dipende sempre dalla prospettiva – le cose, quest’anno ci si mettono i due filoni tematici che abbiamo scelto per caratterizzare l’evento: l’agricoltura familiare da un lato, alla quale è dedicato l’Anno Internazionale della Fao 2014, e il progetto dell’Arca del Gusto, che continua a solcare i mari e le terre di tutto il mondo alla ricerca di prodotti che vale la pena tenere in vita, o perlomeno nella nostra memoria.

L’agricoltura familiare di per sé significa molto di più che produzione agricola. Significa quelle mille cose che diventano sempre più chiare, dalla fertilità della terra alla lotta alla povertà, dalla salute pubblica a quella delle api, dal rispetto dei diritti umani ai mercati di vicinanza. E l’Arca del Gusto non è un semplice catalogo di alimenti di qualità, è un sistema di storie, culture, relazioni, territori, climi sui quali sono intervenuti fattori sociali, economici o politici che hanno deviato il corso della storia di quei prodotti. E questi due temi hanno una radice comune, che si chiama biodiversità. La biodiversità è un concetto che si è fatto strada un po’ a fatica nelle nostre vite, e ancora oggi è meglio che stia in guardia perché il clima non è dei più favorevoli, le trappole sono sempre pronte. Certo, va già meglio di quando non sapevamo nemmeno come chiamarla, ma oggi il rischio è che venga incamerata nelle valutazioni di tipo quantitativo che sono spacciate per scienza allo stato puro. Se prima del 1992 la biodiversità era raramente menzionata e ancora più raramente compresa, oggi siamo all’eccesso opposto, e la biodiversità spesso serve a giustificare scelte o ragionamenti che in realtà vanno esattamente nella direzione opposta a quella della sua tutela. La biodiversità è – semplicemente – la ragione grazie alla quale siamo ancora vivi. Quando ci riferiamo al cibo qualcuno specifica che si dovrebbe parlare di agrobiodiversità. Ma questo è vero solo fino a un certo punto. Perché se abbiamo le specie coltivate e domesticate, se abbiamo le razze da allevamento, e le loro selezioni e successivi “miglioramenti”, lo dobbiamo anche alla biodiversità selvatica, alla biodiversità tout court. La biodiversità è quella che ci ha consentito, da sempre, di elaborare un piano B, ogni volta che se ne è presentata la necessità. Infiniti piani B per infiniti incidenti, imprevisti, modifiche, contrattempi produttivi o evoluzionistici.

È questo che ci diceva Charles Darwin, che non aveva a sua disposizione quella parola eppure aveva ben chiaro quel concetto: gli esseri viventi sono in costante processo di modifica, perché viviamo (noi, l’erba, i lombrichi e gli elefanti) in un sistema collegato, che si chiama co-evoluzione. Tutti noi modifichiamo l’ambiente in cui viviamo e in cui vivono gli altri e tutti gli altri si devono adeguare, devono riposizionarsi, continuamente. È questo che chiamiamo “stare al mondo”: cambiare. E per cambiare ci vogliono opzioni. Quante più possibili. Meno ce ne sono e più i nostri sistemi diventano fragili, vulnerabili, di breve durata. Ecco: di breve durata. Le cose che durano sono quelle… durables, come dicono i francofoni. Oppure sustainable, come dicono gli anglofoni. Sostenibili, diciamo noi. E un po’ ce lo dimentichiamo che quando parliamo di sostenibilità stiamo parlando della possibilità di durata nel tempo di produzioni o comportamenti che si rivelino economicamente, culturalmente, socialmente ed ecologicamente dotati. Ovvero in grado di adeguarsi, cambiare, essere f lessibili. Pensiamo allora alla biodiversità come all’armadio dei nostri indumenti, che deve essere pieno di possibilità di cambio, costantemente, sulla base delle tante situazioni in cui ci veniamo a trovare. Può far caldo, o freddo, o dobbiamo andare in bicicletta, o in montagna, o a una cena di gala o a un appuntamento di lavoro. Dobbiamo essere in grado di trovare sempre, nel più breve tempo possibile, una soluzione adeguata. Se il nostro armadio ha pochi indumenti, o ne ha molti ma tutti uguali, non riusciremo ad adeguarci, non saremo in grado di dare il meglio di noi. Arca del Gusto e agricoltura familiare a questo servono: a mantenere aggiornato l’inventario di quel che abbiamo nell’armadio e a non abbassare il livello delle nostre possibilità. Solo la biodiversità consente sostenibilità. E la biodiversità non si chiude, non si recinta, non si misura mai completamente. La lista è in costante aggiornamento, perché mentre noi la scriviamo autoproduce nuove voci. Infatti, come volevasi dimostrare, di tutti quei «parliamone a Torino», non siamo riusciti a venirne a capo. A Torino, dal 23 al 27 ottobre, ci saranno “solo” una ventina di appuntamenti al giorno. Ci vediamo là?