Quando il cibo si fa letteratura: un giro al mercato delle storie

Intervista a Giuseppe Culicchia, autore di Agnolotti

di Camilla Micheletti

Come il cuoco che tra i banchi di frutta e verdura va in cerca delle migliori materie prime anche lo scrittore «vaga costantemente nel mercato delle storie». In viaggio nella memoria del gusto con il torinese Giuseppe Culicchia, che per Slow Food Editore ha appena pubblicato il racconto Agnolotti nella collana Piccola biblioteca di cucina letteraria. Da Mark Twain a Bret Easton Ellis, passando per Hemingway, Donald Trump e Knut Hamsun.

«Gli agnolotti per i piemontesi sono sempre stati e continuano a essere il cibo della festa. Questo libro nasce da un’esigenza di giustizia: avevo raccontato la tradizione culinaria della parte siciliana della mia famiglia nel libro Sicilia, o cara, e avevo trascurato la parte materna, cioè gli agnolotti alla piemontese. Ho posto quindi rimedio, senza contare che questo piatto è ancora uno dei miei preferiti. Ovviamente gli agnolotti di oggi non hanno lo stesso sapore di quelli della mia infanzia: se pensiamo al valore della memoria nella cultura gastronomica, ci accorgiamo che non è solo una guida o una suggestione: la memoria è un gusto in più.»

Nel libro, tra i numerosi aneddoti che riguardano la vita della sua famiglia e il rapporto con amici e conoscenti in un’occasione scrive: «Stavamo zitti perché ci era stato insegnato che con i grandi dovevamo parlare solo se interpellati». È una critica – neppure troppo velata – al sistema educativo di oggi?
«In un certo senso, ma quello che mi preme di più è sottolineare le differenze tra la mia infanzia e quella dei bambini di oggi. Viviamo in un’epoca che non è per niente rilassante e forse per questo abbiamo perso il saper rispettare le regole, che imparavamo fin dalle elementari. I miei genitori mi hanno insegnato, quando eravamo ospiti di altre persone e ci veniva offerto qualcosa, a dire sempre di no la prima volta. Se poi l’offerta veniva ripetuta potevamo accettare. Rifiutare era una forma di rispetto nei confronti dell’ospite ma anche nei confronti del cibo che non veniva visto come intrattenimento. Forse perché la generazione dei miei genitori arriva da una povertà vera, la povertà delle tessere del pane.»

In Agnolotti racconta di quando da bambino partiva per le avventure tra i prati che circondavano la casa di famiglia, immedesimandosi in un eroe della sua infanzia che poi l’ha accompagnato per tutta la sua vita: Huckleberry Finn. Lei ha tradotto per Feltrinelli il volume: quale era il rapporto con il cibo dei In viaggio nella memoria del gusto. Da Mark Twain a Bret Easton Ellis, passando per Hemingway,
Donald Trump e Knut Hamsun
protagonisti di Mark Twain?

«In Le avventure di Huckleberry Finn il cibo è desiderio e necessità, ed è qualcosa di completamente diverso rispetto all’intrattenimento che rappresenta oggi nel mondo occidentale. Huck e Jim, il primo orfano, il secondo schiavo, sono l’emblema del sogno americano degli ultimi: fuggono correndo enormi rischi e sono sempre alla ricerca di cibo. In questo contesto il cibo si inserisce come elemento fondamentale della lotta per la libertà.»

E se invece ci rivolgiamo a un altro tipo di letteratura americana, quella dell’America degli yuppies, che cosa cambia?
«All’opposto si situa il personaggio di Patrick Bateman in American Psyco di Bret Easton Ellis: lui vuole essere Donald Trump, vestirsi come Donald Trump, frequentare gli stessi locali di Donald Trump e, non da ultimo, mangiare come Donald Trump. Nonostante sia ambientato negli anni Ottanta e racconti un epoca diversa, è ancora tremendamente attuale.»

Oltre a quelle citate, quali sono le suggestioni gastronomiche che le sono rimaste addosso nei suoi anni di lettore, traduttore e scrittore?
«Sono cresciuto a pane e Hemingway, quindi non posso fare a meno di pensare ai litri e litri di vino buttati giù direttamente dalla borraccia dai protagonisti di Fiesta, a Pamplona durante la corrida o a San Sebastian nelle battute di pesca.
Se parliamo di cibo, invece, mi viene in mente una suggestione che indica la privazione di cibo: il romanzo Fame del norvegese Knut Hamsun, uno dei migliori scrittori mai comparsi sulla faccia della Terra. E mi tornano in mente le allucinazioni del personaggio principale, uno scrittore giornalista che non riesce a vendere i propri articoli e quindi non ha soldi per mangiare. Sono pagine di una bellezza straordinaria e straziante, in cui seguiamo il protagonista in giro per i parchi, mentre cerca disperatamente di farsi venire un’idea per un articolo, ma non riesce a pensare lucidamente per via della fame.»

A proposito del lavoro dello scrittore, che cucina le proprie storie, quali punti in comune ha con quello del cuoco?
«Il metodo è simile e si fonda sul lavoro costante e sull’autodisciplina: il cuoco ascolta e osserva, fa un giro tra i banchi del mercato e alla fine sceglie. Allo stesso modo lo scrittore vaga costantemente nel mercato delle storie. Tuttavia oggi, proprio come sta accadendo a molti cuochi che passano la maggior parte del loro tempo fuori dalla cucina, esistono pochi scrittori che vivono solamente dei propri libri: la promozione è diventata importantissima e talvolta rischia di impegnare gran parte del nostro tempo. D’altra parte, per tornare a Huckleberry Finn, Mark Twain è stato tra i primi scrittori a lanciare questa modalità di promuovere le proprie opere: andava in giro per gli Stati Uniti a fare stand up comedy, anche perché aveva la capacità di far ridere, non solo con i libri».

 

 


Piccola biblioteca di cucina letteraria è il nome di una collana di storie che intende recuperare il sottile, per quanto solido, filo che lega la letteratura alla cucina. Questo legame diventa l’occasione per la migliore divagazione narrativa: la scrittura come tramite per raggiungere la poesia che sta dietro a un piatto, un cibo, una preparazione.
Nella stessa collana: Nicola Lagioia, Lella Costa, Simonetta Agnello Hornby, Massimo Carlotto, Hans Tuzzi, Moni Ovadia, Carlo Petrini, Matteo Codignola.