Restituire un legame con la terra a chi l’ha perso

di Gabriele Rosso

A Canelli e Asti due esperienze virtuose di aziende agricole fondate sul lavoro dei migranti e dei richiedenti asilo

Lasciare la terra che ti ha visto crescere, dove le radici hanno scavato in profondità e gli affetti si sono intrecciati addirittura ai fili d’erba – almeno là dove l’erba cresce – è un’esperienza a dir poco destabilizzante. È quello che succede ogni giorno a centinaia, spesso migliaia, di migranti in fuga dai Paesi più poveri e più sconquassati del mondo. Il fenomeno è diventato così grande che esiste ormai, ed è evidente, un’epica della fuga, del vagar per mare o sulla terraferma, del vivere da trapiantati in un nuovo Paese: lo vediamo realizzarsi ogni giorno di fronte ai nostri occhi, in tv, nelle immagini scattate dai fotoreporter, sul web.
Quello che non vediamo, o che facciamo fatica a comprendere, è come l’approdo dei migranti, forse ancor più della loro partenza, sia il vero segnale dell’avvenuto sradicamento. Arrivano in un luogo che non conoscono, che spesso guardano con diffidenza. È una forma sottile ma molto crudele di violenza. È la realizzazione dell’uomo senza patria, che non si sentirà mai al sicuro né protetto dalla familiarità del contesto che lo circonda.
Ecco, in tutto questo assume una valenza straordinaria il discorso sul cibo e sull’agricoltura. Perché sul fatto che ciò che mettiamo in bocca e il rapporto con la terra siano le fondamenta del nostro sentirci a casa ci sono pochi dubbi. Ed è anche per questo motivo che Slow Food, e in generale chi vede nel cibo e nell’agricoltura degli strumenti potenti ed efficaci di integrazione e radicamento, si interessa da anni anche al fenomeno delle migrazioni e agli aiuti ai Paesi sottosviluppati.
Certo, gli orti in Africa. Ma anche le denunce contro il fenomeno del caporalato, purtroppo diffuso a macchia d’olio nel nostro Paese. Basta pensare a quanto succede in certe zone della Puglia, nei campi dove si raccolgono pomodori, o a quanto visto a Rosarno, per esempio. Ancora, basta pensare allo sfruttamento della manodopera dell’Est Europa nelle vigne di Langa segnalato qualche mese fa dalla redazione di slowine.it, o alle centinaia di migranti che ogni anno affollano i frutteti del Cuneese, spesso senza regole né garanzie, senza un tetto né una paga decente.

Maramao e Piam, con i migranti all’insegna del cibo giusto

A fare da contraltare a questo panorama così buio ci sono, fortunatamente, le persone, le tante associazioni, le cooperative e gli enti che lavorano quotidianamente per prestare aiuto ai migranti e ai richiedenti asilo. E c’è, ovviamente, anche chi lo fa all’insegna del cibo giusto.
Come il progetto Maramao, una start up impresa agricola sociale nata nel 2014 in quel di Canelli, nell’Astigiano, su impulso della cooperativa di Acqui Terme Crescere Insieme. Oggi Maramao è diventata una cooperativa agricola sociale di tipo B, con due rifugiati politici nel consiglio di amministrazione che in breve tempo verranno assunti a tempo pieno, più altri migranti che operano sotto tirocinio formativo e che in futuro, aumentando il reddito aziendale, potranno ottenere un contratto di lavoro. Claudio Amerio, che conosce nei dettagli il progetto e ne è promotore, concorda nel ritenere il lavoro agricolo uno strumento efficace di integrazione sociale: «Il lavoro con la terra può essere anche terapeutico. Molti di questi ragazzi partono da una terra povera, mentre qui stiamo provando a costruire un futuro produttivo per loro. Questo discorso non è facilmente generalizzabile e valido per tutti, però posso assicurare che lavorare la terra per molti di loro è un’occasione per ritrovare delle radici».
Anche Piam, una onlus di Asti che si occupa di migranti, ha iniziato di recente a sviluppare iniziative a carattere agricolo, grazie alla collaborazione con produttori locali come Cesare Quaglia, attivo anche nel campo della cooperazione internazionale in Senegal e all’interno della rete di Terra Madre. Insieme hanno iniziato a coltivare il mais ottofile rosso piemontese, riscoprendone e valorizzandone la coltivazione a Villa Quaglina, la cascina in cui il Piam con il Consorzio Co.Al.A. gestisce le attività di assistenza ai rifugiati. «La cosa bella è stato valorizzare un prodotto tipico tradizionale in una chiave moderna – dichiara Cesare – ma un moderno che fa “retroinnovazione” e che reagisce all’emergenza e alla necessità. Lavorare insieme in campo ha un valore terapeutico.  Il lavoro comune in agricoltura regala motivazione personale e dà anche un gran bel gusto: si condividono la fatica, il tempo necessario per dedicarsi alla coltivazione, il fatto di trasformarla… e poi c’è anche l’aspetto conviviale che è quello del mangiare insieme quanto coltivato con tanto sudore».
Due piccoli casi, due esempi virtuosi, che in qualche modo condividono un’unica morale.
Quella per cui lavorare la terra e consumare insieme il cibo che ne deriva possono farci sentire al sicuro, e farci trovare casa in ogni parte del mondo, anche a migliaia di chilometri di distanza da dove siamo nati e cresciuti. Anche questo è cibo giusto: restituire un legame con la terra a chi l’ha perso, attraverso il lavoro contadino.

Lavorare la terra può farci sentire a casa in ogni parte del mondo