Rinascere dalle ceneri: L’etna del vino

intervista a Marco De Grazia

di Tiziano Gaia

Ci sono luoghi più significativi di altri per iniziare una nuova avventura. La persona che ci accompagna alla scoperta del terroir etneo lo sa bene e non perde occasione per rimarcare il simbolismo di una zona costantemente in bilico tra echi mitologici e questioni di stringente attualità. Marco De Grazia ai piedi di Mungibeddu (termine siciliano che indica l’Etna) non ci è nato. Ci è arrivato negli anni Novanta spinto dalla curiosità e in seguito si è stabilito nelle contrade di Randazzo, impiantando un’azienda vitivinicola sulle spettacolari fasce di roccia e cenere vulcanica del versante nord della montagna. Nessuno meglio di questo poliedrico sessantenne italo-americano dalla vita che sembra un film – cresciuto tra gli Usa e Firenze, una laurea in Greco antico a Berkeley e per trent’anni importatore di vini italiani con il marchio Marc de Grazia Selections – può raccontarci con la necessaria lucidità passato e presente di un territorio tanto osannato quanto fragile.

Marco, iniziamo parlando un po’ di questa montagna e della sua relazione con il vino e la vite.

Intanto l’Etna, come tutte le grandi denominazioni, non è una regola, bensì un’eccezione. L’eccellenza è sempre un’eccezione. L’Etna, in particolare, è un’isola dentro l’isola. È un vulcano immenso, il più grande tra quelli in attività nell’intera placca eurasiatica, alto circa 3300 metri, innevato 10 Avevo bisogno di un posto in cui fare vini che ero certo che avrei amato. Non è un caso che abbia scelto la bottiglia borgognotta, né che sulla retro etichetta della prima bottiglia abbia definito l’Etna“la Borgogna del Mediterraneo” mesi l’anno, con una circonferenza di 150 chilometri, tre quarti della quale si sviluppa all’interno della Doc omonima. Vanta l’estensione altimetrica più elevata di qualsiasi altra denominazione: si pianta dai 400 ai 1000 metri sul livello del mare e i vigneti con varietà a bacca rossa sono i più alti del Vecchio Continente. La sua piovosità media è cinque volte quella della Sicilia e, nel caso specifico del comune di Milo, ben 25 volte superiore: tanto per rendere la vita più interessante, i mesi statisticamente più piovosi dell’anno sono quelli della vendemmia. I suoi versanti contano 800.000 anni di colate laviche, l’una diversa dall’altra: le diversità pedologiche sono evidentissime anche nel raggio di poche centinaia di metri. Con escursioni termiche giornaliere che in estate toccano i 25 gradi, una produzione ante-fillossera di un milione di ettolitri, ossia cinque volte quella della Côte-d’Or, una storia viticola di almeno 2700 anni e una vendemmia tra le più tardive d’Europa, l’Etna costituisce un unicum anche nel panorama dei comprensori estremi. E non dimentichiamo i picchi anomali di oidio, peronospora, tignola, oppure il fatto che metà della superficie coltivabile è su terrazze, dunque non meccanizzabile.

Date queste premesse, l’Etna non è certo la zona più agevole del mondo in cui produrre vino. Dunque che cos’hanno di speciale queste contrade da risultare così seducenti, specie negli ultimi tempi?

Vorrei filtrare la tua domanda alla luce della mia esperienza e delle mie convinzioni. Se sono venuto qui a produrre vino, è perché ero in cerca di una sfida: e questa l’ho certamente trovata. Inoltre i due grandi amori della mia vita – parlando di vino, s’intende – sono stati le Langhe con il Barolo e il Barbaresco e la Borgogna tutta intera. Ebbene, forse non ci crederai, ma sull’Etna ho trovato una finezza e una complessità straordinariamente simili a quei due territori. Una specie di affinità elettiva. Avevo bisogno di un posto in cui fare vini che ero certo che avrei amato. Non è un caso che abbia scelto la bottiglia borgognotta, né che sulla retroetichetta della prima bottiglia abbia definito l’Etna “la Borgogna del Mediterraneo”. Sono sempre stato un cercatore di grandi zone viticole. Forse anzi è questa la mia unica vocazione: navigare attraverso la storia e le campagne alla ricerca di gemme dimenticate. In passato l’avevo già fatto per il mercato e per i miei clienti. Questa volta l’ho fatto soprattutto per me.

Entriamo nel merito del territorio e delle sue peculiarità. Com’era la situazione quando sei arrivato e quali problematiche presentava, o presenta tuttora?

Negli anni Novanta, quando mi affacciai per la prima volta da queste parti, il territorio era in stato di progressivo e ormai quasi totale abbandono. Da parecchi decenni, peraltro, non rimaneva quasi nulla della gloria vitivinicola di questo angolo di Sicilia, un angolo che, dobbiamo ricordarlo, nei secoli passati aveva incantato dominatori e viaggiatori, al punto di far chiamare una cittadina della costa, snodo di smercio dell’uva raccolta in zona, col singolare nome di Riposto, ossia “cantina”. Tutto questo, come dicevo, era scomparso da tempo, per una serie di cause tutto sommato comuni a molte altre zone di pregio agricolo: costi di produzione elevati e un’immensa fatica fisica richiesta; proprietà molto frammentate; una tradizione vitivinicola pressoché sconosciuta dal punto di vista della qualità; una storia sì antica e nobile, ma tutta da riscoprire e valorizzare; vitigni poco noti e senza validi esempi di vinificazione. Il versante nord è quello che, tutto sommato, se l’è cavata meglio. Tra i comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo la viticoltura ha resistito molto al di sopra della media etnea: in questi due centri ricade il 65-70% della superficie vitata, il rimanente 30-35% è suddiviso fra gli altri 18 comuni dell’area a denominazione. Come sempre e dovunque, resistono meglio le zone più vocate, dove l’uva è pagata di più e c’è meno la tentazione di fuggire verso la città o altri mestieri. Oggi le problematiche rimangono praticamente quelle enunciate sopra, con una new entry di cui avremmo tutti fatto a meno: la burocrazia asfissiante. Però il territorio è ripartito, questo è l’importante.

Come valuti il panorama produttivo attuale, tra giovani promettenti e grandi investimenti di note aziende isolane?

Il tessuto produttivo è tuttora molto fragile e confuso. Fragile, in quanto pochi giovani si sono dedicati a completare la filiera attrezzandosi con nozioni di marketing e dinamiche internazionali. Ben venga che restino a lavorare la campagna, ben venga soprattutto il loro approccio sempre più Negli anni Novanta, quando mi affacciai per la prima volta da queste parti, il territorio era in stato di progressivo e ormai quasi totale abbandono sano e naturale alla terra: ma non dimentichiamo che, nonostante l’Etna sia sulla bocca di tutti, il mercato vive un momento insidioso per chi non ha esperienza commerciale o ne sottovaluta l’importanza. Poi c’è la confusione, dettata dal fatto che negli ultimi quattro-cinque anni ci sono stati sì notevoli investimenti da parte di aziende di grandi dimensioni, comunque qualitativamente orientate, ma anche parecchi investimenti nel più classico stile “specchietto per le allodole”. Persone o gruppi con grossi interessi che poco hanno a vedere con la qualità, ma che hanno ben capito l’opportunità di saltare sul carro del vincitore. Tutto questo porta confusione sia tra i viticoltori puri, sia in un mercato di uva e di terreni che già in precedenza non rispondeva esattamente a regole di mercato.

Parliamo di vitigni etnei, in particolare del tanto celebrato nerello. Per le sue qualità possiamo iscriverlo al club delle grandi varietà italiane?

Le potenzialità del nerello sono indissolubilmente legate all’Etna, suo territorio di elezione. In altre zone è stato piantato, ma con modestissimi risultati. Come ha saggiamente detto un mio amico, grande viticoltore in Borgogna: «Non è questione che il pinot nero sia un grande vitigno in sé, è questione che senza dubbio lo sia in Borgogna». Lo stesso si può dire del nerello, ed è altrettanto valido per il nebbiolo o per il sangiovese: eccezionali quando giocano in casa, in trasferta molto meno entusiasmanti. Non so se per te è una buona risposta, ma ho capito da tempo che nel vino non si deve pensare per dettagli, ma per insiemi. Il vitigno è solo un dettaglio, per quando fondamentale, di un insieme più grande. Tu chiamalo, se vuoi, terroir.

Vino e vulcano: un rapporto complesso che ha risvolti sia positivi, basti pensare alla fertilità del suolo e alla biodiversità, sia negativi, come le frequenti eruzioni e la morfologia tormentata. Ce lo puoi descrivere?

I rapporti vulcano-vino o anche vulcano-olio, vulcano-agrumi e così via, sono sempre di eccellenza assoluta. Hai detto bene: oltre ai problemi già elencati, resta un senso di precarietà dovuto alla natura stessa del luogo e alla sua potenziale pericolosità (non tanto per l’incolumità fisica delle persone, quanto per i possibili danni a colture e altri beni immobili). Ma i vantaggi sono più forti di qualunque rischio o stato di apprensione: pensa che i contadini locali distinguono perfino i funghi o l’origano dell’Etna da quelli del circondario non vulcanico, che considerano “volgari” al confronto. Che qui l’agricoltura sia onerosa, difficile, faticosa, precaria, è un dato di fatto, ma la qualità è fuori discussione.

Memore di situazioni analoghe in altre zone d’Italia, vedi qualche controindicazione nell’improvviso successo dei vini etnei? Come gestirlo in maniera ottimale?

È già molto difficile gestire un’azienda, lo è ancora di più se ci si trova in un territorio complicato. Ma gestire un territorio è impossibile. Chi può mettere dei paletti a un ritrovato entusiasmo? Chi stabilisce i limiti morali di uno sviluppo? È un dato di fatto che il benessere porti con sé squilibri particolarmente aspri, specialmente se giunge improvviso. L’esperienza mi ha insegnato che gli uomini mal sopportano i grandi cambiamenti, e malamente vi reagiscono. Non vi è una panacea per le anomalie che si instaurano a seguito di questi fenomeni o, almeno, se esiste io non la conosco. Posso solo augurare che il percorso di ritrovato slancio economico e produttivo dell’area sia il più a lungo possibile immune dai tarli del successo, o che di questo colga solo gli aspetti più positivi, a iniziare da un rinnovato patto con la terra e i suoi frutti migliori.