Sapori fuori legge

Cibo, agromafie, contraffazioni. L’acquisto consapevole come pratica di legalità quotidiana

di Agnese Del Canto

Olio extravergine d’oliva fasullo, pomodori sporchi del lavoro governato dal caporalato, frutta e verdura raccolte da terreni di proprietà di organizzazioni criminali. Situazioni e comportamenti diffusi nel settore della produzione del cibo che spesso sono collegate con una piaga sociale che ancora attraversa le nostre campagne e le nostre aziende: l’agromafia. Se ne è parlato a Terra Madre Salone del Gusto 2016 al Teatro Carignano con il procuratore Giancarlo Caselli e con Don Luigi Ciotti, sacerdote fondatore di Libera, moderati dal presidente di Slow Food Italia Gaetano Pascale.

Cibi criminali e sofisticazioni alimentari mettono a repentaglio la nostra salute. Il consumo critico è il mezzo efficace per affermare un’economia più libera, buona e giusta

«Il mondo agroalimentare – ha esordito Caselli – contempla luci e ombre. Le luci sono consistenti e importanti: è grazie al contributo dell’agricoltura che il Pil del nostro Paese non crolla. Settore portante dell’intera economia, l’agroalimentare “tira”, ma attira anche soggetti borderline, presenze opache, scorrette e irregolari, fino ai casi limite delle mafie o, meglio, delle agromafie. Le agromafie in Italia hanno un giro d’affari di oltre 16 miliardi di euro l’anno. Un fatturato in costante crescita e in controtendenza rispetto alla recessione economica. I mafiosi non hanno crisi di liquidità e ricorrono a tutti i mezzi possibili per ottenere i loro scopi: intimidazione, violenza, usura, estorsione, tutto ciò che serve per controllare e consolidare la loro presenza in ogni comparto, senza nessun tipo di esclusione.
L’acquisizione di terreni agricoli, spesso tramite prestanome, i furti di attrezzature e il danneggiamento di beni altrui si accompagnano al controllo di altri segmenti come il trasporto, l’imposizione di marchi e prodotti e l’acquisizione di esercizi commerciali e punti ristorativi». È una mafia liquida, che come l’acqua cerca di penetrare dappertutto e ci riesce, con effetti devastanti e preoccupanti, quali una concorrenza drogata, un mercato non libero che danneggia l’onestà, monopoli di interi settori e assenza di relazioni sindacali. Per il consumatore tutto ciò si traduce in assenza di garanzie sulla qualità e la sicurezza dei prodotti, oltre a rischi per la salute. Si rende quindi evidente la necessità di stringere le maglie della legislazione, ora troppo larghe, e potenziare un sistema di controllo che è ormai vecchio e sorpassato.

Mentre in Francia lo spreco è diventato un reato a tutti gli effetti, da noi sono state fatte leggi che non puntano sulle sanzioni ma sugli incentivi

L’acquisizione di terreni agricoli, spesso tramite prestanome, i furti di attrezzature e il danneggiamento di beni altrui si accompagnano al controllo di altri segmenti come il trasporto, l’imposizione di marchi e prodotti e l’acquisizione di esercizi commerciali e punti ristorativi». È una mafia liquida, che come l’acqua cerca di penetrare dappertutto e ci riesce, con effetti devastanti e preoccupanti, quali una concorrenza drogata, un mercato non libero che danneggia l’onestà, monopoli di interi settori e assenza di relazioni sindacali. Per il consumatore tutto ciò si traduce in assenza di garanzie sulla qualità e la sicurezza dei prodotti, oltre a rischi per la salute. Si rende quindi evidente la necessità di stringere le maglie della legislazione, ora troppo larghe, e potenziare un sistema di controllo che è ormai vecchio e sorpassato.
«Il cibo è un diritto e un bisogno – ha ribadito Don Ciotti –, l’abbiamo gridato in passato e dobbiamo gridarlo ancora più forte. Si continua a morire per la fame di cibo, come per la fame di libertà e giustizia. A differenza del cibo le armi continuano a circolare, e così sono le guerre e non le persone a nutrirsi. Il progetto di Libera si rivolge proprio a quelle famiglie che hanno visto le proprie terre soccombere sotto il fuoco incrociato delle guerre interne della mafia. I mafiosi amano la terra, ma è un amore malato, perché i terreni vengono conquistati con la violenza e con i traffici illegali.

In questo caso, come in molti altri, l’unione ha fatto la forza ed è stato solo grazie alla collaborazione tra diverse cooperative che siamo riusciti a portare avanti il progetto di restituire dignità alle terre confiscate e alle persone che ci abitano e ci lavorano. Oggi quelle terre insanguinate danno lavoro a oltre mille giovani: un segnale che cambiare è possibile. Parliamo tanto di legalità, una parola che viene sbandierata da tutti ma che, nella maggior parte dei casi, è stata svuotata di senso. La legalità è la saldatura tra la voglia di mettersi in gioco e la giustizia. Non è un valore che possiamo usare a nostro piacimento per raggiungere un obiettivo. Il metodo resta la giustizia, ma in nome della legalità sono state fatte leggi poi calpestate senza ritegno. Dobbiamo imparare a saldarla a un’altra parola, ovvero la responsabilità.
L’altra espressione da bonificare è l’etica, la cui ricerca ci rende più autentici e più umani. L’etica parte dalle coscienze personali e si mette in atto con le scelte quotidiane, quando facciamo la spesa e preferiamo alcuni prodotti rispetto ad altri, quando scegliamo di comprare in determinati esercizi commerciali, contribuendo con il nostro esempio a diffondere l’educazione al consumare. Se prendiamo in esame il problema dello spreco, possiamo notare come la legislazione non ci venga in aiuto. Mentre in Francia lo spreco è diventato un reato a tutti gli effetti, da noi sono state fatte leggi che non puntano sulle sanzioni ma sugli incentivi: se un’azienda si dà da fare per limitare gli sprechi avrà incentivi, per esempio, sulla tassa dei rifiuti. È ancora troppo poco, lo scandalo dello spreco persiste e non possiamo non tenerne conto se vogliamo dare valore al lavoro dei contadini e difendere la loro libertà».

La giustizia richiede un impegno anche da parte di chi fa la spesa: quei consumatori, che Slow Food preferisce chiamare co-produttori, a cui è affidata un’importante responsabilità sociale in difesa dell’autenticità e del rispetto delle norme, la stessa garanzia che dovrebbe essere assicurata dalle istituzioni. Giancarlo Caselli è il presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, organismo che ha la finalità di rendere più virtuose ed efficaci le leggi che regolano il sistema del cibo. «Le cooperative dell’associazione Libera – ha proseguito Caselli – sono la testimonianza concreta che l’agricoltura sta assumendo un carattere multifunzionale: tali organismi non si muovono solamente per la produzione di beni ma anche per l’istituzione di servizi, svolgendo una funzione sociale e di tutela dell’ambiente contro la cementificazione e lo smaltimento irregolare dei rifiuti. L’illegalità economica in questo comparto, come ha ricordato il Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di fine anno, costa 125 miliardi di euro l’anno solamente in termini di evasione fiscale, mentre la corruzione ha un giro d’affari di 60 miliardi. Si tratta di una montagna di ricchezze e di risorse che vengono sottratte alle comunità, impoverite senza nessun ulteriore guadagno. Ogni recupero di legalità è un recupero di risorse e di reddito, un passo avanti per la risoluzione dei grandi problemi economici e sociali che ci investono, la chiave giusta per avvicinarsi alla giustizia e a una migliore redistribuzione delle risorse.
L’attuale Il nodo centrale del nuovo diritto penale agroalimentare sono
le sanzioni per le frodi nei confronti del cittadino, dei marchi e dei produttori
normativa in materia agroalimentare è arretrata e obsoleta, piena di buchi come una forma di groviera. Ragionando per paradossi potremmo affermare che la legislazione vigente ha una funzione criminogena: se un imprenditore agricolo, infatti, si interroga su che cosa convenga fare per ottenere profitti, il calcolo dei costi e dei benefici pende inevitabilmente dalla parte della violazione delle leggi.

I rischi che si corrono sono pari allo zero: non è presente una funzione deterrente alla pena che si traduce in un incentivo a delinquere. Un anno fa l’Osservatorio di cui faccio parte ha consegnato al Ministro Andrea Orlando un documento in 49 punti in cui si prendono in esame le misure da attuare per far fronte a questo grave vuoto normativo.
Il nodo centrale del nuovo diritto penale agroalimentare sono le sanzioni per le frodi nei confronti del cittadino, dei marchi e dei produttori, in modo da valorizzare la provenienza e l’identità del cibo, qualità essenziali per un acquisto basato su scelte consapevoli. Abbiamo elaborato un sistema scalare, basato cioè sul diverso disvalore di tutti i comportamenti illegali, che sia attento non solamente alla lesione dei beni, ma anche ai potenziali rischi, e che finalmente esca dal tabù delle persone giuridiche, introducendo forme di responsabilità amministrativa e nel contempo modelli in cui gli enti possano confidare nel denunciare e perseguire situazioni di irregolarità.
Con questo sistema agire in maniera legale converrebbe anche economicamente: presidiare tutti i segmenti produttivi è la condizione indispensabile per puntare a un cibo che non sia soltanto buono, ma anche pulito e giusto».