Sciami

dall’Etiopia all’Italia
e ritorno

di Gabriele Rosso

Il valore e l’importanza di una rete, soprattutto dove i nodi sono distanti e le maglie molto larghe, sono innegabili. L’isolamento e l’assenza di vie di comunicazione funzionali, in questi luoghi, diventa un ostacolo che impedisce di condividere esperienze, tecniche e saperi consolidati, e non può che frenare le potenzialità di crescita delle comunità che li abitano. È il caso di due regioni dell’Etiopia: il Tigrai, che si trova nella parte settentrionale del Paese, e l’Oromia, nella zona centrale. Due territori, questi, in cui la Fondazione Slow Food per la Biodiversità è presente da qualche anno con altrettanti Presìdi del miele: quello bianco del Tigrai e quello del vulcano Wenchi, i primi due nodi di una rete che con il passare del tempo è diventata più fitta.

Miele bianco dei Tigrai
© Oliviero Toscani


È del 2009, infatti, la nascita della Rete dei Mieli d’Etiopia, frutto della collaborazione tra Fondazione Slow Food per la Biodiversità e le associazioni Modena per gli Altri, Parma per gli Altri, Terra del Terzo Mondo e Conapi. Un progetto che ha visto aggiungersi ai due già citati Presìdi altre otto comunità: quelle di Wolisso (regione Oromia), Shalala, Horde; Getche, Dawro Konta, Wassara, Badogo e Wondo (regione Southern Nations, Nationalities and Peoples). E che si fonda su misure di assistenza tecnica agli apicoltori etiopi, sullo scambio e la condivisione delle loro esperienze, sulla realizzazione di strumenti di comunicazione in grado di avvicinare i vari nodi della rete e, non da ultimo, sulla diversificazione delle fonti di reddito attraverso il rafforzamento dei legami tra apicoltura, derivati della lavorazione del miele ed economie locali.

© Paola Viesi


La rete, oltre agli attori del posto, ha visto unirsi tra loro soggetti italiani diversi, accomunati dall’essere attivi sul territorio etiope già da un po’ di tempo e dall’aver individuato proprio nella filiera del miele uno dei cardini fondamentali su cui incentrare il proprio progetto di sviluppo. Tutto ciò avviene in un Paese che, pur vivendo al di sotto della soglia della povertà, negli ultimi anni ha conosciuto indici di crescita economica elevati. Un Paese che è il primo produttore africano di miele, il decimo a livello mondiale (Faostat). In cui il settore primario concorre a oltre il 40% del Pnl, e che necessita che l’agricoltura di piccola e media scala venga valorizzata al fine di innalzare il reddito tra le popolazioni rurali e contenere l’esodo verso le città. Per raggiungere tali obiettivi, la rete si concentra principalmente su tre assi d’intervento: la tutela della biodiversità naturale e culturale, la diversificazione dell’attività produttiva e lo sviluppo socioeconomico delle comunità locali, la promozione a livello locale e internazionale del prodotto.

Riguardo agli apicoltori etiopi mai metafora fu più azzeccata di quella della teoria dello sciame del sociologo tedesco Zygmunt Bauman

Su queste basi, l’esempio della rete dei mieli d’Etiopia risulta particolarmente significativo e rilevante come modello di “rete nella rete” o, se vogliamo, di “rete che crea rete”. Allo stesso tempo, riprendendo l’argomentazione sviluppata da Carlo Petrini in Cibo e libertà, potremmo dire, con un filo d’ironia, che riguardo agli apicoltori etiopi mai metafora fu più azzeccata di quella della teoria dello sciame del sociologo tedesco Zygmunt Bauman. Così come lo sciame non ha un centro ma piuttosto una direzione, che di volta in volta colloca in posizione di leader da seguire sue unità diverse, allo stesso modo la rete dei mieli etiopi è composta da organizzazioni, comunità e nodi italiani ed etiopi differenti, che collaborano alla realizzazione di un percorso comune e al perseguimento di obiettivi molteplici. Gli sciami «si nutrono dell’incontro e della comunicazione attraverso le reti, “reti liquide”, e proprio queste sono il secondo strumento indispensabile, dopo la diversità liberata. Serve una rete libera, un luogo fisico e virtuale in cui tutto ciò che “è già ricominciato” possa continuare a sostenersi, diffondersi» (Petrini, Cibo e libertà, p. 107) .

A dimostrazione della continua e incessante mescolanza, permeabilità e interpenetrazione delle varie componenti della Rete dei Mieli d’Etiopia ci sono alcuni dei suoi più recenti passaggi. Attraverso un bando pubblicato dalla Regione Emilia-Romagna nel 2013, la rete ha ottenuto infatti un nuovo finanziamento delle sue iniziative. Un finanziamento che sarà finalizzato al consolidamento delle attività già in essere, e in particolare al perseguimento dell’obiettivo della promozione e dell’efficace commercializzazione dei prodotti di queste comunità, a partire dal lavoro di coordinamento messo in campo da Zerihum Dessalgn, referente in loco del progetto. Ma anche a identificare nuove comunità etiopi da inserire all’interno del network.

© Paola Viesi


Il tutto, si noti, con un coinvolgimento ancora più profondo delle istituzioni e associazioni italiane interessate, a partire dalla Regione stessa e dal Comune di Parma, individuato come referente privilegiato per le attività di sensibilizzazione della popolazione sulle tematiche dello sviluppo e della dignità delle comunità rurali etiopi. Nello specifico, uno dei versanti d’intervento più rilevanti sarà l’organizzazione di eventi che vedranno il coinvolgimento attivo delle scuole, e per cui saranno fondamentali il lavoro e il coordinamento delle condotte Slow Food di Parma e Bologna. Tutto ciò, come già abbiamo detto, con un’attenzione particolare rivolta alla questione della promozione del miele etiope. D’altronde si colloca proprio in questa direzione il lavoro che ha portato alla realizzazione di due contributi video: un documentario della durata di circa venticinque minuti e un video tutoriale che fa vedere come si lavora in apiario. Questo materiale, che verrà presentato a Torino durante la prossima edizione del Salone del Gusto e Terra Madre, è stato girato grazie alla collaborazione del Collettivo di Documentaristi di Massa Carrara Tripod Photo. Contiene interviste in amarico e verrà tradotto sia in inglese sia in italiano. E si pone un obiettivo chiaro e definito: raccontare il progetto della Rete dei Mieli d’Etiopia come esempio virtuoso per eccellenza di strumento per il fundraising. A dimostrazione, ancora una volta, che la rete, per quanto liquida e “austeramente anarchica”, è il luogo in cui “l’intelligenza affettiva” diventa qualcosa di tangibile, trasformando la progettualità in risultato fattuale.

© Oliviero Toscani


L’Etiopia, in questo senso, è uno dei casi più esemplari di come la rete libera, con il suo lavoro per la realizzazione di obiettivi comuni, o in senso metaforico la “direzione dello sciame”, sia molto più delle sue componenti, siano esse emanazione della nostra associazione, di altre organizzazioni o di comunità agricole locali. Confermando, se ce ne fosse bisogno, il profondo valore, sia simbolico sia progettuale, delle parole di Carlo Petrini: «Non ho paura che un giorno l’associazione che presiedo e che ho fondato, a cui sono ovviamente legatissimo perché rappresenta quasi tutta la mia vita, si possa dissolvere nella forma “liquida” della rete libera. Dissolvere dentro Terra Madre, ma soprattutto dentro tutte le reti e gli sciami che Terra Madre tocca in giro per il mondo».