Sfyn Rete Giovane

Segnali di nuovo mondo dall’Olanda

Testo e foto di NICOLA FERRERO

Il Food Film Festival di Amsterdam, alla sua quarta edizione, è ormai diventato uno dei principali momenti di aggregazione e riorganizzazione per lo Slow Food Youth Network (Sfyn), la branca giovane e più “austeramente anarchica” della nostra rete. Il cinema sul cibo diventa occasione per trovarsi e fare il punto a livello internazionale. Per pensare in grande, come solo i giovani e i sognatori sanno fare. Sono i semi del (nostro) futuro

Si è svolta ad Amsterdam, dal 9 all’11 maggio, la quarta edizione del Food Film Festival, organizzata dallo Youth Food Movement, la “colonna” olandese dello Slow Food Youth Network. Di per sé la notizia potrebbe sembrare di scarso interesse e di poca rilevanza: ormai, di festival cinematografici a tema eco-gastronomico ce ne sono in tutto il mondo. Noi di Slow Food abbiamo lavorato a Slow Food on Film in passato, il festival che, nel 2002, è stato il primo, con tutta probabilità, a essere interamente dedicato a queste tematiche, segnando la rotta per tutte le rassegne che sono venute dopo, a partire dalla sezione Kulinarische Kino del Festival del Cinema di Berlino, organizzata proprio in partnership con Slow Food on Film. Il festival olandese dunque non può che far piacere e, perché no, renderci anche un po’ orgogliosi.

La notizia vera è che lo Youth Food Movement, quest’anno, ha fatto le cose davvero in grande. Perché non solo ha portato il festival in un luogo più ampio e bello – il complesso della Gas Fabriek, sita nel Wester Park di Amsterdam con costruzioni riattate e utilizzate per mostre, happening, concerti e manifestazioni culturali -, ma ha anche organizzato una serie di eventi paralleli degni di nota. Intanto, la presenza di cibo di strada di buon livello (zuppe, birre locali, panini di ogni genere), un mercato di produttori vicini a Slow Food (tra cui alcuni Presìdi olandesi), workshops, lezioni di cucina, laboratori e, soprattutto, un meeting per rafforzare la rete dei giovani dello Slow Food Youth Network.
Sotto l’egida del Grundtvig, un programma della Comunità Europea dedicato alla promozione e al finanziamento di attività di formazione degli adulti agevolando scambi culturali e visite, di cui fanno parte Slow Food, lo Slow Food Youth Network e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, si è tenuto, nella giornata di sabato 10, un appuntamento che ha visto tra i partecipanti ragazzi olandesi, italiani, greci, turchi, polacchi e britannici. È stata l’occasione per incontrare Joris Lohman, direttore dello Youth Food Movement olandese, membro del Consiglio internazionale di Slow Food e chairman del Food Film Festival. Joris ha 28 anni e sa perfettamente quello che vuole: «Noi vogliamo cambiare il sistema di produzione industriale del cibo, semplicemente perché questo non ci piace». Sembrano parole di circostanza, dette in un meeting, davanti ad altri ragazzi che come lui stanno coltivando un sogno, ma parlandogli a quattr’occhi ti rendi conto che il suo non è stato un discorso “propagandistico”: no, lui crede veramente in quello che dice. Ed è uno di quelli che non teorizzano soltanto.

«Siamo partiti con lo Youth Food Movement nel 2008 e da allora sono cambiate tante cose. La rete dei giovani è cresciuta così tanto che ormai il nostro lavoro, praticamente, consiste nel rispondere a mail e telefonate: di gente che già fa parte del network e con cui ci coordiniamo affinché le varie iniziative riescano nel miglior modo possibile, e di gente che vuol entrare a far parte del network stesso. Ti faccio un esempio di come siamo cresciuti, qui in Olanda. Cinque anni fa abbiamo fatto partire quella che noi chiamiamo Academy: una sorta di scuola, anche se non è il termine esatto, in cui abbiamo fatto convogliare i nostri interessi per il cibo buono, pulito e giusto, organizzando incontri settimanali, visite ai produttori, lezioni di cucina, workshop. Oggi abbiamo 125 alunni. E sai perché il ministro dell’Agricoltura è venuto a inaugurare il nostro festival? Perché il suo assistente è uno dei 125 iscritti».

Come si diceva, Joris ha le idee molto chiare: «Vogliamo che lo Slow Food Youth Network abbia sempre più peso all’interno di Slow Food: perché siamo giovani e abbiamo voglia di cambiare questo sistema produttivo. Vorremmo pensare a un’edizione di Terra Madre dedicata ai produttori under 30, per esempio. Vogliamo dare un segnale politico forte, vogliamo far capire che ci siamo anche noi. Ci piacerebbe anche provare a esportare il modello della nostra Academy in altri Paesi del mondo, là dove lo Youth Food Movement è più forte. O dove ce n’è più bisogno: in Africa, ad La notizia è che lo Youth Food Movement (i rappresentanti olandesi dello Slow Food Youth Network ) quest'anno ha fatto le cose davvero in frande. Ha portato il festival in un luogo più ampio e bello e ha organizzato una lunga serie di eventi paralleli esempio». E per parlare di Africa è stato invitato Edie Mukiibi, agronomo, vicepresidente internazionale di Slow Food e coordinatore del progetto 10.000 orti in Africa. «La rete dei giovani si sta espandendo molto, anche in Africa, e questa è una cosa che mi fa molto piacere. Come potete immaginare, è più difficile rispetto all’Europa, vista la scarsa penetrazione di internet, ma anche da noi i giovani navigano e si tengono in contatto tra loro. Magari usano di più gli sms, in linea di massima, ma è un processo in forte sviluppo e credo che la rete sia destinata a crescere sempre più. Un grande impulso è arrivato dal progetto dei 10.000 orti in Africa che coordino. Per un motivo semplice: gli orti sono africani, fatti da africani, con prodotti africani che finiscono sulle tavole degli africani. E un sacco di giovani hanno capito il valore politico di questa iniziativa e hanno avviato il loro orto. È stato un grande collettore e siamo molto soddisfatti di come sta procedendo questo progetto. Sto viaggiando molto in Africa e vedo che si stanno consolidando gruppi di giovani attivisti in Uganda, che è il mio Paese, Kenya, Nigeria, Tanzania e Sud Africa.

I due problemi maggiori che dobbiamo fronteggiare sono la moltitudine di lingue e dialetti che si parlano in Africa e che rendono la comunicazione un po’ più complessa (pensate che in Uganda si parlano 62 dialetti differenti e che l’inglese, che non tutti conoscono, è l’unica lingua che ci accomuna) e l’instabilità politica che è una caratteristica di questo continente, purtroppo. Inoltre, abbiamo capito che l’Africa ha così tante differenze, al suo interno, che non è possibile pensare a un progetto che vada bene ovunque. Ci dobbiamo adattare ai diversi climi, suoli, culture e religioni. E questo è importante per la riuscita delle nostre iniziative: credo sia una bella sfida, se riusciamo a capire le differenti condizioni e agire al meglio. La rete cresce e sempre più giovani hanno voglia di dare una mano per rendere il mondo un posto migliore». Gli interventi che concludono il meeting sono di Aysenur Arslanoglu, una ragazza turca che è membro attivo della condotta Slow Food di Istanbul, ha fondato una sezione di Sfyn e sta portando avanti un progetto legato a un orto urbano, e Ben Reade, già studente dell’Università di Scienze Gastronomiche e da due anni responsabile del Nordic Food Lab del Noma, a Copenhagen. «Negli ultimi due anni ho viaggiato tantissimo per raccogliere ricette e ingredienti da riportare in Danimarca. E mi sono accorto sul terreno di cosa vuol dire, concretamente, far parte di un network: trovare gente che la pensa come te, che ha la tua stessa filosofia, che condivide i tuoi ideali e che è pronta a farsi in quattro per aiutarti. Non credo che senza questo apporto locale sarei stato in grado di fare altrettanto bene il mio lavoro. La verità è che la rete esiste già: va soltanto sfruttata e implementata».