Slow Beans nel segno dei legumi

di Gabriele Rosso

foto di Oliviero Toscani

Una rete non gerarchica, ormai diffusa su tutto il territorio nazionale. Un’esperienza in pieno sviluppo, con nodi che si vanno ad aggiungere di anno in anno rendendo la maglia più fitta. Un progetto attraverso cui si costruiscono legami solidi, collaborazioni, condivisione di saperi e pratiche. Slow Beans è tutto questo e molto altro ancora. E, tra i tanti esempi di rete che si possono fare, questo è sicuramente uno dei più rappresentativi. Nato nel 2010 come manifestazione gastronomica ideata dalla condotta Slow Food Lucca Compitese Orti Lucchesi, sulla scia del recupero del fagiolo rosso di Lucca che dal 2012 è diventato Presidio, il progetto Slow Beans ci ha messo pochissimo tempo ad andare oltre. Facendosi rete e riunendo nel perseguimento di obiettivi comuni tutti i Presìdi del fagiolo italiani: il fagiolo di Badalucco, Conio e Pigna (Liguria), quello di Controne (Campania), la piattella canavesana di Cortereggio (Piemonte), il fagiolo di Sorana (Toscana), il fagiolo gialèt della Valbelluna (Veneto), la fagiolina del lago Trasimeno (Umbria), il fagiolo cosaruciaru di Scicli (Sicilia) e, ovviamente, quello rosso di Lucca (Toscana).
La rete, che ha riunito anche i produttori di altre comunità dei legumi, è diventata un sostegno alla loro attività agricola e commerciale, sia configurandosi come luogo di scambio di esperienze e idee, sia facendosi strumento di promozione collettiva e cooperante. Non a caso dentro a Slow Beans oggi non ci sono soltanto gli appena citati Presìdi del fagiolo, ma anche quelli di altre leguminose: la roveja di Civita di Cascia (Umbria), la fava cottora dell’Amerino (Umbria), il fagiolo dente di morto di Acerra (Campania), la cicerchia di Serra de’ Conti (Marche), il cece di Cicerale (Campania), la lenticchia di Villalba (Sicilia). Così come aderiscono anche la comunità del cibo di Cannaviri del Sannio e quelle della fagiolina di Arsoli e della piattella pisana. L’ultima edizione della manifestazione, tenutasi a Lucca il 23 e 24 novembre 2013, ha visto inoltre la redazione di un Manifesto condiviso dai vari soggetti coinvolti. Un Manifesto che spinge ancora più in là la linea progettuale di questa rete che, come si diceva in apertura, non ha un centro vero e proprio, una testa che pensa e un braccio che agisce per conto degli altri. Il segreto e la sfida vera e propria stanno esattamente in questa “austera anarchia” che diventa relazione di scambio e di arricchimento reciproco, e che nella volontà di crescita, di inclusione e, perché no, di internazionalizzazione, trova alcuni dei suoi obiettivi più ambiziosi.

A partire dall’edizione 2014 della manifestazione, inoltre, la rete potrebbe diventare ancora più visibile dislocandosi in vari punti del territorio italiano. Il progetto, infatti, prevede che Slow Beans diventi un evento itinerante, che viaggia assieme ai suoi nodi, agli intrecci da cui nasce la rete stessa. «L’intuizione della prima ora», dice Marco Del Pistoia di Slow Food Toscana, che ha seguito il progetto fin dall’inizio, «è stata quella di avere non solo una manifestazione con esposizione, vendita di prodotti e iniziative collaterali, ma anche di avvertire fin da subito l’esigenza di mettere in piedi questa comunità, con produttori che s’incontrano e si scambiano esperienze. Questo ci ha spinto immediatamente ad andare oltre al concetto di manifestazione e di far partecipare sempre di più i vari nodi della rete che si stava sviluppando». Proprio in virtù di questa fame di partecipazione allargata e della dirompente crescita della comunità, dopo la prima edizione di Slow Beans è nata l’idea della manifestazione itinerante. A dimostrazione, quasi, che la rete è viva nel momento in cui viaggia attraverso i suoi nodi e li percorre in lungo e in largo, valorizzando il ruolo di ognuno di essi: solo così le sue maglie possono essere forti, non sfilacciarsi e resistere all’incessante trascorrere del tempo. «L’obiettivo futuro è rendere la manifestazione itinerante e capillarizzarla», aggiunge Marco Del Pistoia, «nel senso che vorremmo facessero parte di una sorta di circuito di Slow Beans anche gli eventi sui legumi che già ci sono sul territorio. Questa capillarizzazione la possiamo inoltre perseguire sia intervenendo agli eventi più locali e legati alla cultura di una zona specifica, sia partecipando a manifestazioni di caratura nazionale quale il Salone del Gusto-Terra Madre come una comunità d’intenti e di fatto, con idee e progetti comuni che possono essere presentati in vari momenti». Ovviamente, oltre a comprendere Presìdi e comunità del cibo legate al mondo delle leguminose, la rete vuole aprirsi anche ad altri soggetti interessati. Pur in mancanza di una formalizzazione vera e propria, per esempio ci sono molti cuochi, perlopiù facenti parti di un’altra rete, quella dell’Alleanza tra i cuochi e i Presìdi, con cui i vari nodi di Slow Beans stanno già lavorando per organizzare iniziative e momenti conviviali incentrati sui legumi. Sta già succedendo a Controne e a Scicli, per citare soltanto un paio di esempi, ma anche in Toscana. Esempi, questi, di come anche reti diverse, che partono da piani sì vicini ma pur sempre su progettualità differenti, possano incontrarsi e, soprattutto, intrecciarsi in vista di traguardi e sensibilità comuni. D’altronde anche questo è uno degli obiettivi resi espliciti dal Manifesto di Slow Beans, che tra i suoi punti comprende l’impegno dei vari soggetti partecipanti «a essere fucina di progetti collaterali: l’impegno delle comunità a dare vita ad attività collaterali aiuta a rendere più solidi i rapporti tra i vari Presìdi e le comunità del cibo e fornisce strumenti per meglio comunicare, promuovere e commercializzare i prodotti».

Organizzazione di eventi, condivisione di contenuti e saperi, dialogo con altre reti: sono principalmente questi i fronti caldi su cui si sta muovendo e attraverso cui si è sviluppato il progetto Slow Beans. Un progetto che, tuttavia, affonda le sue radici e trova la sua ragion d’essere anche in aspetti meno visibili dall’esterno. Come dice ancora Marco Del Pistoia, «alla base di tutto c’è quest’idea di condivisione delle risorse e dei mezzi. Ogni territorio può mettere a disposizione di tutti gli altri professionalità, competenze e idee che possono andare a beneficio di tutti gli altri. Per cui, per esempio, se noi abbiamo a disposizione un bravo grafico questi potrà pensare a realizzare l’etichetta dei prodotti anche degli altri Presìdi. Ogni territorio mette in comune con gli altri nodi della rete quello che riesce a portare con sé a livello di forze e possibilità. Questa forse è un po’ un’utopia. L’idea, intendo, di costruire una solida casa comune attraverso il contributo di diverse mani. Ma è anche un modo per raggiungere obiettivi più ampi e difficilmente ottenibili attraverso lo sforzo del singolo, come far sì che la nostra manifestazione diventi evento nazionale o, perché no, anche internazionale, con una presenza ancor maggiore di Presìdi e produttori». Non a caso la prossima edizione di Slow Beans, che cadrà nell’autunno 2014, probabilmente sarà la prima a tenersi fuori dal Lucchese, proprio perché il progetto itinerante rappresenta uno dei punti più forti della collaborazione tra le differenti comunità che fanno parte della rete. A rendere più semplice tutto ciò, interviene un altro elemento centrale tra i principi ispiratori di Slow Beans: quello dell’ospitalità. Anche questo è uno dei fondamenti esplicitati nel Manifesto, che riguarda il tema dell’accoglienza prestata agli altri nodi della rete nel momento in cui si devono spostare per prendere parte a uno degli eventi dislocati sui vari territori. Un’ospitalità che non è puramente logistica, ma anche vero e proprio momento di socializzazione tra i diversi nodi della rete, altrimenti distanti: citando ancora dal Manifesto, l’impegno è quello «da parte della comunità organizzatrice a dare ospitalità alle comunità che partecipano; sia per rendere meno onerosa la partecipazione sia per consentire momenti di convivialità, socializzazione, condivisione e scambio di esperienze».