Slow Fish al tempo dell’Expo

Parliamo di mare,
partendo da terra

di Cinzia Scaffidi

Il claim di Expo 2015 invita alla discussione su un ventaglio di questioni talmente ampio che la prima tentazione è quella di proteggersi in un’interpretazione banale, ma proprio per questo rassicurante: la necessità di avere cibo disponibile per tutti, e quindi di trovare il sistema per produrre di più.

Ma non ci si può nascondere a lungo dietro il dito della superficialità. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ci dice che non siamo gli unici viventi ad abitare la Terra, e che l’unico modo per salvarsi è trovare il sistema di nutrire tutti (non solo tutte le persone) senza smettere di proteggere la vita. Volendo cedere ancora alle sirene della semplificazione, possiamo dire che si tratta di sostenibilità. Qui, però, la semplificazione è tutt’altro che banale o rassicurante. A patto di non barare. Perché “sostenibilità” è una giacchetta che tutti tirano un po’. Ormai conosciamo bene il ritornello in base al quale la sostenibilità deve essere garantita a tanti livelli: ambientale, economico, socio-culturale. Li ho elencati in ordine alfabetico, ma solitamente l’ordine delle priorità viene deciso dalla prospettiva di chi parla. Tuttavia, un ordine di priorità, nelle cose, esiste. Perché stiamo parlando di tempo, e il tempo non passa per tutti allo stesso modo. Il tempo della sostenibilità economica è il tempo del profitto. Se un’impresa può funzionare, cioè produrre profitto, per 100 o 200 anni, l’economia la ritiene sostenibile. “Tanto tempo” per un business a volte significa qualche decennio.

Il tempo della sostenibilità economica è il tempo del profitto. Se un’impresa può funzionare, cioè produrre profitto, per 100 o 200 anni, l’economia la ritiene sostenibile. “Tanto tempo” per un business a volte significa qualche decennio. Lo vediamo quotidianamente, sulle insegne dei negozi che aggiungono “dal…” alla propria ragione sociale. Solo che dopo quel “dal…” a volte ci sono annate recenti: “Gelateria XY, dal 1995”; “Abbigliamento XY, dal 1980”.. e via così.

Insomma, se guardiamo innanzitutto alla sostenibilità economica, i tempi di cui ci possiamo accontentare sono brevissimi, perché l’economia è un’attività umana e il suo tempo si misura con quello della nostra vita. Il tempo della sostenibilità socio-culturale, invece, è più delicato, difficile da interpretare. Le culture e i legami sociali si spazzano via a volte molto in fretta, a volte più lentamente. Oppure sembra che scompaiano e invece stanno solo facendo il loro mestiere, evolvendosi e contaminandosi, adeguandosi ai tempi. Stanno al mondo nell’unico modo in cui possono farlo: cambiando. Ma non sempre e non a tutti i costi possono avere la priorità. Qualche volta le istanze culturali, riferite a una produzione o a una determinata pratica, devono fare un passo indietro di fronte ai diritti degli altri o di fronte alla salvaguardia delle risorse. Perché sulle risorse naturali gli unici diritti di proprietà che si possono esercitare sono quelli di tutti. Tutti quelli che le sfruttano e tutti quelli che non le sfruttano, tutti i contemporanei e tutti coloro che arriveranno nelle prossime generazioni, tutti gli esseri umani e tutti gli altri viventi.

Allora proviamo a considerare l’ipotesi che in quel ritornello l’ordine dei fattori non sia indifferente, dato che a seconda di come li collochiamo – nella lista delle nostre priorità – il risultato cambia eccome. La sostenibilità ambientale deve avere la precedenza. Teorica e pratica. Quando progettiamo e quando produciamo. Quando facciamo le leggi e quando facciamo la spesa. Perché chiamare “esternalità negative” i danni è un trucco pericoloso.

100 anni per
un imprenditore sono
tantissimi, mentre
per la natura sono
un attimo, e se in
quell’attimo si fanno
fuori risorse costruite
in millenni, allora
chi comanda?

Innanzitutto perché ci induce a ritenere che esista un “interno” e un “esterno”. Qualcosa che succede nell’ambito di una produzione e qualcosa che – quasi fatalmente – succede al di fuori di essa. Le esternalità negative sono i mari inquinati, la salute pubblica danneggiata, i diritti negati. Davvero crediamo alla baggianata che tutto questo stia, da qualche parte “là fuori”? Fuori da cosa?
Non c’è niente che stia “là fuori”. Soprattutto non è vero che noi siamo “qua dentro”, in qualche modo riparati e separati da quel che succede altrove. C’è un unico ambiente, prima lo capiamo e meglio è. E i tempi dell’ambiente, della natura, quelli su cui misurare la sostenibilità di un’attività umana, sono ben più lunghi di quelli dell’economia. Ciò che viene ritenuto sostenibile da un imprenditore potrebbe essere ritenuto una follia dalla natura. Perché 100 anni per un imprenditore sono tantissimi, mentre per la natura sono un attimo, e se in quell’attimo si fanno fuori risorse costruite in millenni, allora chi comanda? Chi ha ragione? Chi decide se quell’azione è sostenibile o no? Deve decidere il più lento e il più complesso. È quello che avviene nella nostra vita quotidiana, quando abitiamo relazioni di buona qualità: se devo accompagnare qualcuno il cui passo è più lento del mio, sono io che rallento. Se le città sono progettate a misura di chi è più veloce saranno insostenibili per tutti. Lo sappiamo. Possiamo non dircelo, ma lo sappiamo. E la lentezza si accompagna alla complessità. Chi va veloce, chi fa soldi velocemente, è costretto a semplificare, ridurre, ignorare. Chi tiene insieme le cose, perché sa che tutto si tiene, ha altri ritmi, e minori impatti.

Ebbene: cosa c’entra tutto questo con il mare?
C’entra perché al mare arrivano tutte le nostre “esternalità negative”. Raccoglie tutto l’inquinamento che possiamo produrre, dalla plastica di cui perdiamo le tracce alle sostanze chimiche espulse dal nostro corpo o da quello degli animali che alleviamo. Lotta – e perde – contro le temperature medie sempre più alte, e non riesce più a darci una mano a regolare il clima, perché gli elementi che disturbano quel ciclo sono troppo violenti e troppo frequenti. Subisce la nostra avidità, che si mette di traverso quando si cerca di varare normative a protezione della fauna ittica, o dei fondali, o dei microrganismi, o dei pescatori di piccola scala e grande cultura. Subisce il fatto che non siamo in grado di capire cosa sia un bene comune e come esso vada protetto. Subisce la nostra ignoranza, e anche la nostra avanzatissima tecnologia.

C’entra perché se abbiamo intenzione, quest’anno, di riflettere davvero su come fare per nutrire il pianeta, creando al tempo stesso energia per la vita, allora dobbiamo ricordarci che la protezione e la tutela degli ambienti marini, che occupano il 70% della superficie del pianeta, non può che iniziare a terra. Dobbiamo coltivare la terra, allevare animali, alimentare le nostre automobili senza danneggiare il mare. Non esiste un’attività produttiva che non abbia bisogno di attingere al capitale delle risorse naturali, esattamente come non esiste un’attività produttiva che non abbia bisogno di attingere a un capitale finanziario. Così come siamo attenti a non erodere quest’ultimo capitale senza poi risarcirlo e farlo crescere un po’ – pena la non sostenibilità economica – dobbiamo imparare a non erodere il capitale naturale senza ripristinarlo e migliorarlo – pena la non sostenibilità tout court, e l’impossibilità di nutrire il pianeta