Slow Food for Africa

« Sembra sempre impossibile finché non viene realizzato »

Nelson Mandela

di Annalisa Audino

fotografie di Marco Del Comune

Il lancio ufficiale del progetto che mira a realizzare 10.000 orti in Africa nei prossimi anni si è tenuto il 17 febbraio 2014 a Milano. Una serata di grande impatto, che ha visto la presenza di personaggi illustri di politica, economia, giornalismo, spettacolo e società italiana, ma che soprattutto ha visto protagonisti i giovani della rete africana che si farà carico di allestire gli orti. Abbiamo conosciuto la leadership africana del futuro…

I numeri, a volte, parlano da soli. Lo dimostra la rete di Slow Food nel continente africano. La sua evoluzione è impressionante. Nel 2004, anno della prima edizione di Terra Madre, esistevano due condotte in Sudafrica e tre Presìdi tra Marocco e Madagascar. Oggi, dopo cinque edizioni di Terra Madre, la rete africana conta 354 comunità del cibo in 38 Paesi, 100 condotte, 30 Presìdi, 84 prodotti dell’Arca e 1000 orti. Grazie alla mobilitazione di tutta la rete internazionale di Slow Food e al lavoro delle condotte e delle comunità africane, oltre 50.000 persone, tra contadini, agronomi, studenti e insegnanti, sono coinvolte nelle attività dell’associazione e l’entusiasmo non smette di crescere. Il lavoro da fare però è ancora molto. Ecco perché, durante lo scorso Congresso Internazionale di Slow Food, è stata lanciata una sfida ancora più ambiziosa: realizzare 10.000 orti in Africa. Ovvero, dare vita a una rete di giovani che lavorano per salvare la straordinaria biodiversità dell’Africa, per valorizzare i saperi e le gastronomie tradizionali, per promuovere l’agricoltura familiare e di piccola scala.

Presentatori d’eccezione durante la serata:
Presentatori d’eccezione durante la serata:

Roberto Vecchioni, Lella Costa, Gianmaria Testa
Moni Ovadia e Antonio Albanese.


La nuova fase del progetto è stata presentata ufficialmente presso l’auditorium San Fedele di Milano, lo scorso 17 febbraio, durante l’evento “Slow Food for Africa”. Oltre al presidente di Slow Food Carlo Petrini, al direttore generale della Fao José Graziano da Silva e al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, sono intervenuti cinque rappresentanti africani della rete, che hanno parlato di fronte a un pubblico di 450 persone: giornalisti, imprenditori, attori, registi e tanti fiduciari e soci Slow Food che, in questi anni, hanno sostenuto il progetto “Mille orti in Africa”. «Tutti dobbiamo farci carico di quel colonialismo di depredazione che per troppo tempo ha distrutto l’Africa e che ancora oggi esiste in forme « La nostra forza è la rete. Siamo piccoli, ma siamo tantissimi e saremo sempre di più. Abbiamo bisogno della fiducia, della solidarietà e del sostegno di tutti voi. Ma siamo consapevoli della nostra responsabilità: non sprecare questa grande occasione » diverse – ha dichiarato in apertura Carlo Petrini –. L’atteggiamento che dobbiamo assumere, nei confronti dell’Africa, non è quello della carità, ma della restituzione. E per farlo dobbiamo iniziare a decolonizzare innanzitutto il nostro pensiero, e dobbiamo riconoscere all’agricoltura di sussistenza piena dignità. Dobbiamo inoltre favorire la nascita di una nuova classe di leader africani, consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura, protagonisti del cambiamento e del futuro di questo continente, che possano guidare a pieno titolo il movimento Slow Food nel loro Paese». A queste parole hanno fatto eco quelle di José Graziano da Silva: «L’agricoltura familiare è un’importante via di inclusione per milioni di famiglie e comunità rurali, in particolare per le donne e per i giovani. Gli orti sono una parte del cambio di paradigma di cui abbiamo bisogno, sono espressione dell’agricoltura familiare e possono contribuire al miglioramento della sicurezza alimentare». Gli africani John Kariuki ed Eunice Njoroge (Kenya), Edie Mukiibi (Uganda), Bineta Diallo (Senegal) e Mariam Ouattara (Costa d’Avorio) hanno illustrato un vero e proprio programma per il futuro dell’Africa, elencando le sfide e le strategie di Slow Food per i prossimi quattro anni. «In Africa, la maggioranza della popolazione è fatta di giovani come me: e ora tocca a noi assumerci la responsabilità di decidere il destino del nostro continente», ha spiegato John Kariuky, vicepresidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Nuovi leader africani:
Nuovi leader africani:

Edie Mukiibi, Eunice Njoroge, Mariam Ouattara,
Bineta Diallo e John Kariuki.


Mariam Ouattara, fiduciaria Slow Food del convivium di Chigata, ha sottolineato l’importanza di sostenere le donne africane, che oggi rappresentano il 70% della manodopera agricola e producono l’80% del cibo quotidiano necessario alle famiglie, ma che spesso non hanno potere decisionale. «Sono le donne a occuparsi della maggior parte dei lavori dei campi – ha detto –. Nell’Africa occidentale, per esempio, la risicoltura pluviale è completamente femminile. E sono le donne che conservano e riproducono i semi. Gli orti di Slow Food rappresentano un perfetto modello di agricoltura familiare: le donne lavorano insieme, preparano il compost, riproducono i semi, gestiscono meglio l’acqua e coltivano moltissimi prodotti: fagioli, pomodori, peperoncini, cavoli, manioca, melanzane africane, cipolle, tabacco, alberi di banano L’evento è ancora visibile
sul sito di Slow Food,
della Fondazione Slow Food
e sul canale youtube
di Slow Food Italia

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e di papaya». Edie Mukiibi, neovicepresidente di Slow Food Internazionale, ha denunciato con forza l’agricoltura intensiva e le monocolture: «Per generazioni, i contadini africani hanno sfamato le loro famiglie grazie a un’agricoltura di sussistenza basata sulla diversificazione. Promuovere le monoculture in Africa, incoraggiare I contadini a seminare pochi ibridi, è un vero e proprio crimine contro l’umanità». Bineta Diallo, cuoca, leader del convivium Slow Food “Deekhali sunu thiossane”, ha illustrato il ruolo dei cuochi per il riscatto della gastronomia africana. «Noi cuochi – ha affermato – possiamo diventare ambasciatori dei prodotti locali e delle nostre ricette tradizionali. Le gastronomie africane non sono di serie b, ma hanno lo stesso valore di quelle europee, asiatiche e sudamericane! Nei prossimi anni dovremo creare una grande rete di cuochi, promuovere la filosofia di Slow Food e lavorare in ogni Paese per creare una grande alleanza fra noi, i produttori e i consumatori». «La nostra forza è la rete – ha concluso Eunice Njoroge, studentessa dell’Università di Scienze Gastronomiche –: siamo piccoli, ma siamo tantissimi e saremo sempre di più. Abbiamo bisogno della fiducia, della solidarietà e del sostegno di tutti voi. Ma siamo consapevoli della nostra responsabilità: non sprecare questa grande occasione». Insieme, i cinque relatori africani hanno testimoniato le sfide e i sogni della giovanissima rete africana di Slow Food e hanno dato corpo e significato alla celebre frase di Nelson Mandela, che campeggiava sul palco: «Sembra sempre impossibile finché non viene realizzato».