Solide radici: Storia e futuro del vino in irpinia

di Vincenzo Ercolino

Il sisma del 1980 come punto di rottura, ma forse solo l’ultimo,
per un territorio generoso che oggi ci parla di rinascita. Abbiamo chiesto
a Vincenzo Ercolino – tra i protagonisti di questo percorso che ora segue
a distanza con gli occhi benevoli del figlio della sua terra – di spiegarci come
il vino, più di tutti, ha trasformato profondamente l’Irpinia. Liberandola.

«Volete uno sviluppo industriale? Bene, sappiate però che le fabbriche in montagna non le hanno fatte neppure gli svizzeri». Così un incredulo e affranto Giuseppe Zamberletti, prima commissario straordinario di governo per l’emergenza post terremoto e poi ministro della Protezione Civile, replicò alla platea dei sindaci e amministratori irpini e ai loro referenti politici – allora addirittura dominanti nel Paese –, fieri di aver individuato nel terremoto l’occasione per proporre uno sviluppo futuro del territorio imperniato su ben cinque nuclei industriali (con annessi tutti i servizi e le infrastrutture) da realizzare nel raggio di poco meno di 80 chilometri. Uno sviluppo che a loro dire avrebbe portato lavoro, benessere e ricchezza all’intera provincia, e capovolto finalmente il destino della “povera” Irpinia. I risultati di quella sciagurata scelta sono, oggi, sotto gli occhi di tutti, stigmatizzati anche dalle conclusioni di un’inchiesta parlamentare; sono ancora visibili, altresì, le ferite inferte a uno dei paesaggi naturali più interessanti del Mezzogiorno d’Italia, mentre le ingenti risorse finanziarie impegnate, l’insieme di relazioni e di meccanismi messi in atto per realizzare quello sviluppo sono stati efficacemente definiti “economia della catastrofe”.

Non è questa la sede per addentrarsi in una discussione di carattere politico-sociale sulle conseguenze del terribile terremoto del 1980. Tuttavia mi pare di poter affermare che il sisma, con la catastrofe che ne seguì, segnò un punto di rottura, una sorta di shock che costrinse tanti irpini a immaginare e ripensare la propria identità e le proprie condizioni di vita, lontane dagli infingimenti della classe dirigente, e generò tante splendide manifestazioni di solidarietà, così incisive e Oggi in Irpinia è tutto un rincorrersi di innovazione e ricerca, mentre nello stesso tempo decine di viticoltori guardano alla vigna come al fulcro intorno al quale si sviluppano turismo, gastronomia e cultura etica ed estetica vitali da determinare per molti il passaggio dalla militanza politica tradizionale a nuove forme di partecipazione come il volontariato, l’associazionismo e l’attivismo. Al pari dunque del ben più celebre terremoto di Lisbona del 1755, che suscitò numerosi dibattiti tra teologi, filosofi e saggisti con in testa Voltaire e Rousseau, poi Immanuel Kant e giù, ancora, fino a Benjamin e Hamacher, tutti concordi nel ritenere che la catastrofe avesse segnato la fine di un mondo e un vero e proprio passaggio d’epoca, anche il terremoto dell’Irpinia ha sancito una discontinuità epocale e ha fatto emergere – pur nella consapevolezza della tragica esperienza – nuovi valori e nuovi protagonisti. Si è affermato quindi un modello socioeconomico spesso solo evocato, una sorta di “liberazione” dalle disuguaglianze, dalle oppressioni, dagli scempi perpetrati sulle persone e soprattutto sull’ambiente irpino: le cicatrici di asfalto, le cattedrali cementizie e i cimiteri di prefabbricati tossici che fanno risuonare come un paradosso l’appellativo “la verde Irpinia”.

Emblema di questa rinascita negli ultimi trent’anni è stata certamente la liberazione, come direbbe Carlo Petrini, della vite e del vino in Irpinia. Realizzata attraverso la valorizzazione del territorio e della sua identità, essa è espressione di un mondo rurale che riscoprendo la sua più naturale vocazione ha imposto all’attenzione del mondo un distretto vitivinicolo che oggi conta oltre 250 aziende, circa 7000 ettari vitati, migliaia di viticoltori, tre vini Docg e tante Doc: tutti insieme un’eccellenza di terre da vino, un riferimento sicuro per viaggiatori e appassionati. Per la verità c’era già stata, in passato, un’altra occasione in cui si era parlato dei vini irpini: fu all’inizio del Novecento, quando la provincia di Avellino divenne, poiché l’epidemia di fillossera in un primo tempo aveva risparmiato alcune regioni del Sud, la terza provincia italiana per produzione, con circa un milione di ettolitri di vino. Questo fiorente commercio aveva consentito al mercante di vino Muscetta, padre del grande critico letterario Carlo, di pagargli i corsi universitari e avviarlo a una brillante carriera; non poté però arrestare l’epidemia di fillossera, che seppure in ritardo rispetto al resto d’Italia, a partire dagli anni Trenta flagellò un grande vigneto che soli pochi anni prima aveva raggiunto il ragguardevole traguardo del milione e trecentomila quintali di uva. A nulla valse la presenza in loco dell’Istituto tecnico agrario, nato nel lontano 1880 quale Regia Scuola di viticoltura ed enologia per volere dell’illustre patriota irpino Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione con Camillo Cavour e poi con Benedetto Cairoli. La riforma Gentile snaturò lo scopo principale della specificità scientifica e dell’autonomia didattica dell’Istituto, testimoniata, tra l’altro, dalla pubblicazione e dalla diffusione in Irpinia dell’apprezzato Giornale di viticoltura, enologia ed agraria. Contrariamente a Francesco De Sanctis, promotore di cattedre ambulanti di agricoltura, di un museo agricolo e, appunto, di una scuola agraria tecnico-professionale, in materia vitivinicola il fascismo puntò invece, anche per la zterra di mezzo irpina, su un’operazione di regime, affidata a due illustri studiosi del tempo, Marescalchi e Dalmasso.

«Pubblicata per la prima volta tra il X ed il XVI anno dell’era fascista e ristampata in pompa magna proprio nel 1980, quest’opera monumentale in tre volumi di grande formato (impreziositi da 1000 illustrazioni)» racconta i «motivi bacchici della ceramica apula e falisca e i luoghi per così dire “viti-vinicoli” della letteratura italiana (da Dante a Lorenzo il Magnifico a Parini e Carducci), ma tace sui reali problemi del settore vitivinicolo dell’economia italiana contemporanea», riservando poche inutili pagine celebrative all’Irpinia.Non c’è, a questo punto, che riferire dell’abbandono delle terre e della fine di tante varietà produttive: la fillossera, la guerra e la povertà attribuirono all’Irpinia il triste primato dell’esodo e dell’emigrazione: in 300.000 abbandonarono, nell’arco di cinquant’anni, la loro vera patria, i campi e la terra che avevano da sempre calpestato, come avrebbe detto Gino Veronelli, su quei treni che per anni avevano smistato Aglianico o Taurasino, o ancora vini greci, così come avevano fatto con uomini e donne in cerca di altri più felici destini. Non si parlò più, per lungo tempo, di fiano di avellino, greco di tufo, aglianico, coda di volpe, sciascinoso, piedirosso e di tanti altri vitigni, se non in sporadiche manifestazioni celebrative di un passato dimenticato, o in occasione di visite ed eventi organizzati da alcune cantine (Mastroberardino, Di Marzo, Scuola enologica De Sanctis) impegnate a valorizzare i vini prodotti da vitigni autoctoni. Ma la rinascita era vicina: a partire dagli anni Ottanta ecco che un manipolo di viticoltori sensibili e orgogliosi delle proprie origini rurali iniziò a seguire l’esempio di quei valorosi pionieri, e le campagne lentamente ritornarono a essere popolate di vigne.Zonazioni viticole, selezione clonale, viticoltura di precisione, tracciabilità, ecosostenibilità, vini naturali: oggi in Irpinia è tutto un rincorrersi di innovazione e ricerca, mentre nello stesso tempo decine di viticoltori guardano alla vigna come al fulcro intorno al quale si sviluppano turismo, gastronomia e cultura etica ed estetica, consapevoli che una globalizzazione virtuosa può ambire a scrivere un futuro del vino stimolante e dinamico. Irpinia terribile matrigna nel novembre del 1980, madre generosa oggi, quando nella pulizia, genuinità e originalità dei suoi tanti vini svela le sue singolari risorse climatiche e naturali, storiche, culturali e organizzative, permeate di accoglienza cordiale, buon gusto e buone maniere proprie della gente di questa terra.