Sull’olio: la situazione e il futuro

di Francesca Rocchi

Le bottiglie di olio in fila sul grande tavolo, divise per regione, sono lì pronte per essere assaggiate anche quest’anno, nonostante tutto. Butto l’occhio alla rinfusa, cerco i nomi di sempre, di quelli che tutti gli anni si contraddistinguono per essere coloro che sanno fare bene l’extravergine, quelli che sanno farti emozionare perché nel loro lavoro riescono a lasciare l’anima dell’oliva originale trasformando il frutto in olio vivo, vero, pulito, con il profumo della terra da dove nasce. Non trovo tutti, qualcuno di loro ha deciso che quest’anno non produrrà una goccia d’olio, qualcuno non può rinunciare a produrre, qualcun altro è riuscito come un equilibrista a destreggiarsi nel consegnarci un extravergine comunque buono.

Cosa è successo? Ce lo siamo chiesti tutti quest’anno, sentendo che l’ultima annata di produzione per l’extravergine sarà ricordata per essere tra le più difficili di sempre e se lo sono chiesto prima di tutti, proprio intorno a quel tavolo, i degustatori che da quindici anni assaggiano e costruiscono la Guida agli Extravergini di Slow Food Editore.

Ti ricordi un’annata così Diego?
«Sono tanti anni che mi occupo per Slow Food di extravergine ma è la prima volta che ci troviamo in una situazione così difficile. Abbiamo discusso molto tra noi per capire se fosse possibile e giusto uscire con la guida anche in un’annata così, ma abbiamo deciso che, proprio perché la guida vuole essere prima di tutto uno strumento all’acquisto per il co-produttore, fosse un dovere indicare coloro che quest’anno hanno prodotto comunque bene, segnalando la difficoltà del momento. È sufficiente vedere la guida per rendersene conto: nella scorsa edizione abbiamo presentato 704 aziende, quest’anno 383: poco più della metà e in alcune aree la produzione è stata pregiudicata sino al 90%».  Cerchiamo di capire le cause di questa produzione dimezzata con un’analisi regione per regione che è anche la sintesi di tanti scambi, a volte drammatici, con gli olivicoltori.

Come è andata in Veneto, Mauro?
«Un 2014 da dimenticare: gli olivi hanno sofferto un inverno mite con clima caldo e umido. L’attacco ripetuto della mosca olearia ha fatto il resto, senza trascurare la lebbra dell’olivo che ha seccato i frutti di non poche piante, soprattutto nel Garda. Le zone che hanno risentito in misura inferiore di questi problemi non sono state risparmiate dalla grandine, caduta a più riprese da maggio a ottobre. Il risultato è un’annata che ha prodotto poco olio anche se di buona qualità in alcuni casi; in Trentino molti piccoli produttori non hanno neppure raccolto le olive, colpite dalla mosca e da improvvise e intense burrasche di vento e acqua. Chi, vuoi per altitudine di coltivazione, vuoi per un’attenta pratica agronomica, è riuscito a produrre qualcosa, ha ottenuto un prodotto ben lontano dalle annate precedenti, in termini sia di qualità sia di quantità. Poche eccezioni in questo desolante panorama».

Del Friuli Venezia Giulia è Stelio a raccontare:
«Da noi l’oliveto è considerato alla stregua dell’orto di famiglia, meticolosamente seguito e accudito ogni giorno. La qualità tende a essere la massima possibile, per quanto legata alle bizze della natura.

Nonostante l’annata, in diversi casi, si è riusciti a preservare la qualità del poco olio prodotto grazie alla cura profusa alle piante. Pure azzeccata la scelta di raccogliere ai primi di ottobre. Raccolta mai così precoce».

In Lombardia com’è la situazione, Marco?
«L’olivicoltura in Lombardia si sviluppi intorno ai laghi dove la lebbra e la mosca hanno compromesso il lavoro di anni, ma molte aziende hanno resistito. In questo triste scenario, segnalo la presenza sempre maggiore dei piccoli produttori del lago di Como che, recuperando con ostinazione terreni abbandonati, continuano la tradizionale coltivazione dell’olivo, guardando verso un’olivicoltura moderna, integrata e rivolta il più possibile alla conservazione della biodiversità».

Anche in Liguria, Diego?
«La perdita secca intorno al 50% – qualche volta anche maggiore – del raccolto, che in taluni casi non è stato neppure effettuato per l’insostenibilità del costo dell’operazione in relazione al guadagno, fa il paio con una qualità perlopiù scarsa degli oli. In un anno di scarica, aggravata da fioritura e allegazione compromesse dalla mitezza dell’inverno e dal clima umido e piovoso in primavera, si è aggiunta un’infestazione della mosca olearia di rara intensità, sviluppatasi a partire da inizio luglio, favorita da precipitazioni frequenti, umidità e temperature».

L’uomo deve camminare col viso rivolto al sole in modo che questo, bruciandolo, lo segni della sua dignità. Se l’uomo abbassa la testa, perde questa dignità

Che Guevara

Possiamo quindi senza dubbio parlare di una situazione determinata principalmente dal clima, Antonio?

«Parlando con un produttore delle Marche dicevamo che gli storici dell’agricoltura e/o della meteorologia dovranno risalire al 1956 per registrare una raccolta olearia paragonabile a quella dell’autunno scorso. In estate la mosca olearia ha trovato condizioni particolarmente favorevoli che molti non hanno potuto contrastare tempestivamente. Chi lo ha fatto, con accortezza e ricorrendo a trattamenti biologici, a basso impatto, e anche convenzionali, ha salvato il salvabile e talvolta ha persino ottenuto risultati qualitativamente davvero molto apprezzabili, tanto che il numero degli oli marchigiani premiati quest’anno in guida è una percentuale significativa».

«Il vecchio proverbio popolare “non c’è due senza tre” purtroppo ha avuto il riscontro dei fatti: la campagna olearia per la terza annata consecutiva porta il segno decisamente negativo in termini di quantità in Emilia-Romagna. Tuttavia – aggiunge Lorenzo –, nonostante l’inadeguata qualità dei frutti e la quantità drasticamente ridotta, i produttori più attenti e meticolosi, con esperienza sono riusciti a portare a casa buoni risultati con qualche bella sorpresa».

«Non possiamo dire lo stesso della Toscana – commenta Sonia, probabilmente la regione più penalizzata quest’anno. Pochi i produttori che hanno prodotto oli dai livelli qualitativi accettabili. Pochissimi gli oli di alta qualità. La speranza è che tutto questo non si ripeta e che non ci trovi più impreparati!».

«Sono molto d’accordo con Sonia – continua Saverio – ma il controllo delle malattie e dei parassiti deve tornare a essere un obbligo nelle campagne: un’altra annata simile non sarebbe sostenibile per nessuno. In Umbria moltissimi non hanno raccolto, altri hanno comunicato che i loro oli, peraltro eccellenti, sono stati ottenuti con olive non regionali. Non abbassiamo la guardia perché a molti può far comodo».

«Difficile dare un giudizio complessivo per il Lazio – commenta Stefano – perché le situazioni sono state differenti nelle tre macro aeree: la Sabina è la più colpita, l’area Canino è danneggiata per un buon 30% e l’Itrana produce senz’altro poco ma molto bene; è evidente il nesso tra chi ha saputo, grazie all’esperienza, interpretare l’annata, anticipando le avversità con pratiche culturali spesso naturali».

Bruno si inserisce: «Anche l’Abruzzo si presenta in guida con un numero ridotto di aziende e di oli, sia per il minor numero di partecipanti, sia perché è palese che diversi oli siano stati prodotti con olive di altre regioni comperando principalmente dalla Puglia; segnaliamo però anche extravergini che si sono rivelati buoni e coerenti con ciò che il territorio può esprimere».

Quando si parla di grande produzione, si tira sempre in ballo la Puglia, vero Marcello?

«Tutta la regione ha subito gli attacchi del parassita, ma siamo riusciti a ottenere nel mese di dicembre oli di buona qualità laddove si sono potute attuare buone pratiche agronomiche conservative; trattandosi della produzione più importante in termini di quantità, la Puglia ha potuto dire la sua e aiutare tutti coloro che si sono trovati in ginocchio».

Il resto del Sud non può dire altrettanto, come racconta Angelo per Campania e Basilicata: «Rare sono le aziende che hanno contenuto i danni della mosca. Queste poche realtà virtuose hanno prodotto oli eccellenti che rispecchiano il profilo delle varietà autoctone lavorate dimostrando serietà e ottimismo: poco ma buono».

«Diversa e preoccupante la situazione in Calabria, seconda regione per quantità di olio prodotto – illustra Pino –. Qui la mosca non colpisce mai d’estate: il caldo secco e intenso “controlla secondo natura” il parassita rendendo le punture sterili ma, nonostante ciò, solo il 30-40% di olio è arrivato in frantoio, il resto è andato perso, sia per la tignola in settembre, sia la mosca e infine per le piogge incessanti e il forte vento di inizio novembre. Sul fronte dei prezzi una roba da matti, fino a 7,40 €/kg all’ingrosso. Un vero peccato, perché se ci fosse stato più prodotto le aziende avrebbero potuto guadagnare bene e ripianare le perdite degli anni scorsi».

E nelle isole?

Comincia Carmelo. «Nello sconforto nazionale c’è anche la Sicilia, con un crollo della produzione che mediamente dovrebbe essere del 40%; leggera controtendenza nell’area iblea che ha da tempo scelto di puntare alla qualità, spesso adottando pratiche colturali rispettose dell’ambiente».

«È andata peggio in Sicilia occidentale – continua Franco – dove mosca, lebbra e scirocco hanno ridotto la produzione al 40% e solo coloro che hanno raccolto intorno a metà settembre hanno potuto garantire una buona qualità».

È Pierpaolo dalla Sardegna a chiudere: «Abbiamo avuto una perdita importante, ma la produzione si è rivelata soddisfacente e la scelta di una coltivazione sostenibile, con la diffusione di stazioni di monitoraggio per il controllo delle avversità dell’olivo, ha portato alla riduzione del numero dei trattamenti fitosanitari, quindi oli sani e buoni».

Finiamo di chiacchierare e ci mettiamo ad assaggiare… (continua)