Terra, conflitti e migrazioni

Le ragioni di chi parte, le battaglie di chi resta

di Camilla Micheletti

«Per chi ha la mia età solo dieci o quindici anni fa era impossibile immaginare che il focus dell’epoca che stiamo vivendo sarebbe stato quello della migrazione». Si è aperto con queste parole del fondatore di Slow Food Carlo Petrini l’incontro Terra, conflitti e migrazioni al Teatro Carignano durante Terra Madre Salone del Gusto 2016. Sul palco tre diverse esperienze: quella di Gino Strada, fondatore di Emergency, il fumettista Zerocalcare, al secolo Michele Rec, in libreria con la graphic novel Kobane calling, ed Edward Loure, vincitore del Premio Goldman per aver assicurato alla popolazione masai 90 mila ettari di terreni che rischiavano di diventare preda del land grabbing.

«Sul palco –  ha proseguito Carlin – abbiamo la fortuna di avere tre persone che hanno portato un contributo straordinario al tema, alla risoluzione e alla denuncia della problematiche legate alla migrazione. Una tematica che ci porta a chiederci che cosa spinga migliaia e milioni di persone a lasciare le proprie case e a mettersi in un’avventura all’interno della quale c’è la reale possibilità di perdere la vita, la propria e quella dei familiari».

Ma oltre all’umanità dolente che scappa, la parte più evidente del grande fenomeno delle migrazioni, c’è una parte di popolazione costretta a rimanere sotto le bombe pagando il prezzo di disastri umanitari, cambiamenti climatici e guerre. Zerocalcare a Kobane ha vissuto questa contraddizione riportando la propria testimonianza:

«Il senso del mio viaggio – ha spiegato Zerocalcare – è stato diverso da quello della semplice testimonianza: sono partito per imparare qualcosa da quello che avrei visto. Siamo stati nella striscia nord al confine con la Turchia, in cui entrambi i temi sono di urgenza quotidiana: quello di chi scappa, ma soprattutto quello di chi rimane ed è costretto a rimanere, in una zona in cui premono Turchi, Isis e anche Iran. Sono partito con l’idea di trovare una sorta di prigione a cielo aperto, molte persone erano scappate a causa dell’avanzare dell’Isis, ma con grande stupore mi sono trovato ad affrontare il tema contrario, ovvero il motivo per cui tante di quelle persone – soprattutto anziani e ragazzini – erano rimaste. Avevano qualcosa da difendere in quel pezzo di terra, che è anche il motivo per cui il gruppo di cui facevo parte era partito. Ho visto immagini di combattenti, quelli dell’Esercito Siriano, un esercito in cui le gerarchie si discutono e sembra che si muova seguendo una serie di principi che provano a reggere quella società, non basata sull’uguale rappresentanza di tutte le culture e le religioni, ma costruita in modo che ogni gruppo si dia le proprie regole. Volevamo vedere in che modo veniva attuato quello che viene chiamato “confederalismo democratico”: la mia impressione è che molte delle persone rimaste – specialmente le donne – si impegnino a difendere un modello di vita che, nel caso di una sconfitta, trascinerebbe con sé anche quel poco di libertà conquistata».

Libertà che spesso, quando ci spostiamo nel territorio africano, è lesa anche nei diritti fondamentali, come quello al cibo. L’esperienza di Edward Loure, coltivatore della popolazione Masai nel distretto di Simanjiro, nella regione di Manyara del nord della Tanzania, ha dimostrato che i sistemi finora utilizzati dalle multinazionali per la compravendita della terra coltivabile possono essere scardinati.

«Mio padre è un coltivatore tradizionale e io ho seguito le sue orme: negli ultimi decenni le terre a disposizione per portare avanti le nostre attività agricole – non solamente nel caso della mia famiglia, ma dell’intera comunità – si sono ridotte considerevolmente a causa dell’avanzare delle multinazionali, delle monocolture e del turismo estero. Il mio obiettivo era quello di riuscire ad aiutare la mia comunità a migliorare le condizioni di vita sempre più drammatiche che la popolazione pativa a causa del land grabbing. La mia azione si fondava su tre pilastri. Il primo era l’identificazione delle risorse naturali a disposizione e lo sviluppo di una strategia di gestione, poi il coinvolgimento della comunità e, infine, la certificazione legale del diritto alla terra.

Lentamente, ho provato a raccogliere volontari e a costruire un gruppo per identificare leggi e politiche da attuare. È nato così l’Ujamaa Community Resource Team (Ucrt) il cui obiettivo finale era fare pressione al governo della Tanzania e preparare tutta la documentazione necessaria sulla proprietà per ottenere la titolarità delle nostre terre.

Operazione particolarmente difficile in un continente come il nostro, dove non esiste catasto e la proprietà non è riconosciuta: il land grabbing si sviluppa proprio perché arrivano imprese straniere e si accaparrano tutta la terra a disposizione, con la complicità dei governi.

Grazie all’aiuto delle comunità e dei legali di Ucrt, abbiamo adottato un approccio alternativo: documentare il diritto alla terra in base all’uso che ne fa, da secoli, la comunità che la occupa. Abbiamo usato, quindi, una misura locale, il certificato di diritto consuetudinario di occupazione (Certificate of Customary Right of Occupancy, Ccro). In circa dieci anni, siamo riusciti a salvaguardare quasi 90 000 ettari di terreno coltivabile. Sebbene lo scopo del certificato fosse gestire i diritti individuali, è stato adattato per ufficializzare il diritto alla terra per le comunità Masai e Hadzabe.

Il nostro lavoro ha ispirato altri gruppi di indigeni a utilizzare lo stesso metodo: al momento, stiamo lavorando su 14 nuovi certificati per proteggere più di 370 000 ettari di terra, nella speranza che questa storia possa aumentare la consapevolezza e il supporto per il diritto alla terra in Tanzania. I governi di tutto il mondo dovrebbero proteggere i diritti delle comunità e delle popolazioni indigene e lottare per questi diritti e per gli interessi di queste persone, non contro di loro. Insieme a centinaia di organizzazioni, chiediamo ai governi di raddoppiare il riconoscimento delle terre collettive entro il 2020. La nostra terra è la nostra vita».

La valorizzazione di un’agricoltura di piccola scala che dia lavoro alle comunità e non estrometta le donne è un passo fondamentale per venire incontro al problema delle migrazioni economiche, situazione diffusa nel continente africano, come racconta Gino Strada, presente sul territorio con Emergency: «Credo che i chirurghi non siano tra i più adatti a fare riflessioni: facciamo un altro mestiere, non siamo economisti né analisti politici ma non possiamo fare a meno di chiederci perché stiamo vivendo questo acuirsi della migrazione. Mi sono detto che la storia degli uomini è una storia di migrazione; mi piace leggere la storia di Venezia che ci spiega come la città sia nata dalle migrazioni che arrivarono da quella che è l’odierna Ungheria. I fenomeni si accentuano con l’allargamento della forbice sociale, che fino a dieci anni fa era molto più stretta. Il collegamento tra ricchezza mal distribuita, guerre e migrazioni è strettissimo. Pensavo che con il passare degli anni mi sarei trovato a vivere in un mondo migliore, ma se guardo i leader politici di un’epoca in cui abbiamo bombe atomiche che superano di 70 volte la potenza della bomba che distrusse Hiroshima mi vengono i brividi. La scelta della guerra genera sempre nuovi problemi e le migrazioni ne sono l’effetto più visibile. Come uscire da questo stallo? Trovo allucinate che in sede Onu non si sia mai discusso dell’abolizione della guerra, che il nostro Paese ripudia secondo la Costituzione. La schiavitù è stata abolita, l’assassinio è considerato un reato, mentre dell’assassinio di massa non si discute. Dovremmo fare pressione come cittadini affinché si sviluppi un dibattito critico sul tema. L’unica via d’uscita per ridurre i fenomeni migratori causati dalle guerre è estirpare la guerra come sistema di risoluzione dei conflitti internazionali, per far cessare le rapine che vanno avanti da decenni nei confronti dei Paesi più poveri. Rendere reale un’utopia, per fare un passo avanti verso un’altra: i flussi migratori non cesseranno se non elimineremo il problema che sta alla radice».